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Il racconto dei nostri assaggi a Life Of Wine 2019 – Quindicesima Puntata – Torraccia del Piantavigna, il nord Piemonte e la Spanna in cinque annate di Ghemme

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In poco più di vent’anni Torraccia del Piantavigna si è ritagliata un ruolo di primo piano nel panorama della produzione vinicola del nord Piemonte. Questo grazie all’impegno della famiglia Francoli, proprietaria di una storica distilleria, ben coadiuvata dall’azienda Ponti, e a un’impostazione stilistica moderna ma con giudizio.
Trentotto ettari in zone storiche, su terreni di origine morenico-alluvionale, argillosi, di buona acidità e medio impasto, per un totale che oscilla tra le 150 mila e le 200 mila bottiglie annue.

Per i vini di prima fascia (Ghemme e Gattinara) il protocollo prevede rese basse, sui 45 Q/HA, fermentazioni in vasche d’acciaio a temperatura controllata, affinamento in legno per un minimo di venti mesi.

L’azienda nasce nel 1977 ma solo vent’anni dopo Alessandro Francoli decise di etichettare i vini.

Il nome dell’azienda deriva dalla “Torraccia” del Castello Cavenago, adiacente ai terreni curati dal nonno degli attuali proprietari, che di cognome faceva Piantavigna (un nome, un destino…).

A “Life of Wine” la cantina ha presentato una ricca verticale di Ghemme, ricavata come da tradizione da un 90% di Nebbiolo (in zona detto Spanna) e un saldo di Vespolina, e queste sono le mie impressioni sui vini.

Ghemme Docg 2013. Profumi di sottobosco, tabacco, pietra focaia, erbe officinali, cacao in polvere; bocca ricca e carnosa, di ottima articolazione e progressione, tannini ancora giovanili ma già eleganti e saporiti, finale di liquirizia e frutti rossi: un classico Nebbiolo già buono oggi, deve raggiungere ancora la completa maturità.

Ghemme Docg 2009. Più riservato all’olfatto, china e chiodi di garofano, sensazioni terrose e affumicate; meno tipico al palato anche se incisivo, suadente e rude allo stesso tempo, leggermente alcolico, con bella scia salina e balsamica (eucalipto) in chiusura che dona scioltezza.

Ghemme Docg 2007. Già parzialmente terziarizzato, toni balsamici ed eterei, affumicati e speziati, con un tocco di rabarbaro e fiori secchi; sorso polposo, fresco, equilibrato, profondamente nebbiolesco, dal finale ematico e minerale (incenso) in cui si affaccia una sensazione di ciliegia dolce e matura. Gran vino.

Ghemme Docg 2004. Naso minerale, sassoso, agrumato, con funghi e terra bagnata. Bocca ancora tannica ma di gran classe, è compatto e sapido, setoso e glicerico, con note di pepe e liquirizia nella lunga chiusura. Bellissima evoluzione e ulteriori margini di crescita.

Ghemme Docg 2003. Più caldo e rigido dei fratelli maggiori, profuma di sangue, menta e tabacco da pipa; vino di buona integrità con palato morbido, di media complessità, abbastanza persistente su note di spezie orientali e prugne, ma meno interessante. L’annata caldissima ha sicuramente lasciato il segno.

Nato nel Luglio del 1969, formazione classica, astemio fino a 14 anni. Giornalista professionista dal 2001. Cronista e poi addetto stampa nei meandri dei palazzi del potere romano, non ha ancora trovato la scritta EXIT. Nel frattempo s’innamora di vini e cibi, ma solo quelli buoni. Scrive qua e là su internet, ha degustato per le guide Vini Buoni d’Italia edita dal Touring Club, Slow Wine edita da Slow Food, I Vini d’Italia dell’Espresso, fa parte dal 2018 della giuria del concorso Grenaches du Monde. Sogna spesso di vivere in Langa (o in Toscana) per essere più vicino agli “oggetti” dei suoi desideri. Ma soprattutto, prima o poi, tornerà in Francia e ci resterà parecchi mesi…

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