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L’IRPINIA RACCONTATA DA PAOLO e WALTER MASTROBERARDINO – TERREDORA

Storia di un’amicizia nata sul campo.
Caro Maurizio (Valeriani), non finirò mai di ringraziarti per questo; non è una sorta di “credit” giornalistico, quanto piuttosto il sincero riconoscimento per avermi fatto incontrare sulla via di Damasco un monumento dell’enologia irpina.
Le mie origini avellinesi sono risapute e come me, chiunque abbia un briciolo di sangue meridionale nelle vene non scorda MAI il suol natio, visto in gioventù come un ostacolo alla crescita professionale per le scarse possibilità lavorative che offre, apprezzato con nostalgia crescente man mano che la vita scorre.
Un eterno dualismo che grida vendetta, perchè queste terre meravigliose meriterebbero sorte diversa, non foss’altro per la storia accumulata da millenni di dominazioni.
A poca distanza, infatti, i Romani subirono una delle più cocenti sconfitte, soggiogati dai Sanniti a passare sotto le Forche Caudine. E la stessa la mascotte dell’Avellino calcio (guidata nell’immediato dopoguerra da un ramo collaterale della mia famiglia: il Presidente Alfonso Argenio) è il LUPO, visto simbolicamente sia come l’abitante dei boschi che, metaforicamente, per il carattere chiuso e diffidente delle popolazioni locali.
Citando il brocardo latino di Cicerone: “Pares cum paribus facile congregatur”, i simili si frequentano bene tra di loro.

Non poteva essere altrimenti quando ho conosciuto per la prima volta Paolo Mastroberardino, una delle poche persone che sanno comunicare con lo sguardo. Con lui non si può far altro che porsi come uno studente davanti al professore; ogni parola è ponderata ed intrisa di aneddoti ed informazioni su usanze, tecniche e leggende del territorio.


Ma la grande ed indimenticabile emozione per il sottoscritto è stata quella di conoscere, appena varcati i cancelli di Terredora, suo padre: quel Walter Mastroberardino che con i fratelli Antonio e Angelo hanno impedito la scomparsa di vitigni autoctoni come il Fiano ed il Greco di Tufo e hanno fatto conoscere al mondo intero il Taurasi.
Nonostante le quasi 90 candeline, non si esime dal fornire il proprio sostegno in azienda a figli e nipoti in questo momento difficilissimo post-Covid; tra i fondatori dell’Associazione Italiana Sommelier nel 1965, mi narra a spron battuto del cambiamento nei gusti del consumatore finale, che ha comportato un positivo cambiamento qualitativo dei prodotti.
Chi poteva staccarmi da quella sedia, manco con le cannonate, non fosse per Paolo che attendeva pazientemente di farmi visitare la sua tenuta, degustando qualche chicca tenuta appositamente in serbo.
Le difficoltà e gli ostacoli superati da quel lontano 17 gennaio 1994, quando le famiglie dei germani si separarono, solo egli le sa. Con tenacia assoluta e l’aiuto indispensabile di Vittorio Moretti, fu eretta a tempo di record una struttura antisismica per poter vinificare la vendemmia di quello stesso millesimo, senza affidarsi ad altre cantine.

Con il tempo l’azienda è arrivata a contare oltre 185 ettari vitati, rispettando i tre principi cardine: naturalità, qualità, sostenibilità effettiva non meramente di comodo. Gli insetticidi sono stati abbandonati fin dal ’78, preferendo ad essi la lotta integrata con rame, zolfo, curzate e vaporizzazione di polvere d’argilla “ziolite” che ammazza gli insetti nocivi della pianta grazie ad una particolare granulometria seghettata.

Cura delle vigne, alcune delle quali superano il mezzo secolo di esistenza, moderni rotovinificatori inox ed una barricaia splendida ed accogliente come un salotto, fanno intuire cosa renda i suoi vini così eleganti e longevi.
Tra tante chiacchiere in amicizia, non poteva mancare dunque il momento decisivo della degustazione, con due etichette di Fiano di Avellino (una storica), due di Taurasi Pago dei Fusi ed una di Taurasi Campore Riserva (il mito).
FIANO DI AVELLINO DOCG 2019 – danza tra essenze di lavanda e pompelmo rosa. Dimostra tutta la potenza dell’annata particolarmente calda, trasformandosi in bocca come un camaleonte, verso note di caramella d’orzo, gelsomino e pera williams. Immancabile la marca fumè tipica.
CAMPORE 2007 – FIANO DI AVELLINO DOCG – un gioiello color oro antico, ricco di ginestre essiccate, scorzette di cedro e pepe bianco. Ad ascoltarlo bene ti narra quasi di idrocarburi, albicocche disidratate e salgemma. Mostruoso, sic et simpliciter.
PAGO DEI FUSI 2007 – TAURASI DOCG – un quadro ancora verdeggiante, dalla cornice agrumata; gioca a nascondino soffrendo alla distanza la stanchezza, specie nel confronto con i cavalli di razza scalpitanti a seguire.
PAGO DEI FUSI 2005 – TAURASI DOCG – titanico, interamente declinato sul frutto che sa di prugna marmellatosa, spezie piccanti e viola appassita. Fosse una gara di ippica meriterebbe un handicap elevato per non surclassare i diretti concorrenti.
CAMPORE 2003 – TAURASI RISERVA DOCG – lui invece da sempre è fuori concorso. Cuoio, cioccolato, sigaro, dal finale ematico-speziato e tannino vivo, vivissimo! Sempiterno, ho persino il dubbio su cosa avrebbe potuto ulteriormente regalare riposando in cantina altri 10 anni.
L’Irpinia di Terredora – Paolo Mastroberardino raccontata dai suoi eccellenti vini.

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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