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Reportage

Il Pinot Nero, le sue sfumature in un viaggio da nord a sud lungo le zone più importanti di Italia (terza parte) – Alto Adige e Trentino

Terza parte dell’ nostro viaggio nel mondo del Pinot Nero.

Per chi si e perso le  puntate precedenti di seguito i link.

Prima puntata:

Il Pinot Nero, le sue sfumature in un viaggio da nord a sud lungo le zone più importanti di Italia

Seconda puntata:

Il Pinot Nero, le sue sfumature in un viaggio da nord a sud lungo le zone più importanti di Italia (seconda parte)

Ricordiamo inoltre la Guida ai Migliori Pinot Nero d’Italia realizzata da Vinodabere:

Le Guide di Vinodabere – Guida ai Migliori Pinot Nero d’Italia – Prima Edizione

Oggi faremo un focus sui Pinot Nero delle Dolomiti.

Alto Adige o Südtirol? La differenza non è solo linguistica, ma sostanziale. Noi diciamo Alto Adige, identificando la regione in una prospettiva italiana e nordica (la parte alta del fiume Adige), loro dicono Südtirol, percependo la regione come un’estensione a sud del Tirolo. È una questione di cultura e di identità. La prima lingua del Südtirol è il tedesco, non l’italiano dell’Alto Adige, e le origini della regione sono asburgiche, da cui il maggior senso di vicinanza e appartenenza all’Austria, e più in generale alla Mitteleuropa, che non all’Italia o allo stesso Trentino, con cui l’Alto Adige coabita forzatamente dal punto di vista dell’autonomia regionale e della geografia politica, ma con il quale, al di là di alcuni vitigni in comune, ha poco, o quasi nulla, da condividere (ne ha forse di più con la Valle d’Aosta, con cui l’accomuna la geografia di confine, il bilinguismo, la viticoltura di montagna).

Il Südtirol è un corpo germanico innestato in un contesto italiano, una delle tessere più originali del puzzle regionale nostrano, storicamente caratterizzato dalle differenziazioni e dai particolarismi. L’ascendenza teutonica dell’Alto Adige è visibile nell’organizzazione e nella precisione: qui nulla è lasciato al caso, e i vini non sono la classica eccezione che conferma la regola, ma il risultato di una mentalità che genera esattezza. Dalle prime colline che partono dal fondovalle ai mille metri di quota, in un alternarsi di montagne, valli e prati punteggiati da masi e castelli, si osserva la produzione sudtirolese.

Il clima, che unisce i rigidi tratti alpini con i caldi influssi mediterranei che provengono dal Garda, tra venti freddi che scendono dalle cime montane e brezze più temperate, dà luogo a escursioni sulla destra orografica del fiume, come ad esempio Mazzon sul versante opposto, uno dei più importanti cru del nord Italia di questo vitigno sensibile, difficile e fascinoso, croce e delizia di produttori e appassionati.

La storia del Pinot Nero in Alto Adige è indissolubilmente legata al genius loci Ludwig Barth von Barthenau, che intuendo il potenziale dell’altopiano di Mazzon (sponda est della valle dell’Adige) decise d’importarlo dalla Francia. Il secolo successivo Paolo Foradori (Hofstätter) ne divenne interprete e, ispirandosi alla Borgogna, fu capace di esaltare al massimo il territorio e il vitigno con vinificazioni in purezza e classificazioni per gli specifici terroir come nella famosa Vigna S. Urbano, impiantata nel 1942.

Risalendo il corso dell’Adige, la prima zona che s’incontra, subito dopo il Trentino, è la Bassa Atesina: oltre a essere la più vitata della regione (occupa il 35 per cento della superfice totale) è anche la più calda, e dunque vocata per la produzione dei rossi: Merlot e Cabernet Sauvignon a Cortaccia, sulla destra orografica del fiume, Pinot Nero tra Mazzon e Montagna, in quest’ultimo comune possiamo trovare anche Glen, Pinzon, Aldino, Trodena e Doladizza, tutti areali che si stano distinguendo per capacità di produre stili di Pinot Nero in cui il concetto di terroir sta raggiungendo un espressione importante e ben distinguibile. Alcuni sono già conosciuti (vedi Glen e Pinzon), degli altri ne sentiremo presto parlare…

Poco più a sud più in prossimità di Salorno troviamo invece Buchholz, in questo cru i Pinot Nero sono di tonalità molto tenue, poco carichi e di grande finezza ed eleganza. Cantine in risalto qui: Steinhaus e Haderburg. Altra zona di cui sentirete parlare è quella di Corona a circa 1.000 metri di quota nei pressi di Cortaccia. In queate zone della Bassa Atesina tra i produttori che più si stanno facendo notare segnaliamo: Cantina Girlan, Castelfeder, Pfitscher, Franz Haas, Carlotto Ferruccio, Gottardi, Hofstätter, Kollerhof, Brunnenhof, Elena Walch, Andriano, Peter Zemmer, Tiefenbrunner ecc.

Poco sopra, la realtà dell’Oltradige, secondo motore produttivo regionale. Appiano Monte, insieme a Cornaiano/Girlan rappresentano terroir idonei per le varietà a bacca nera. In queste due zone il Pinot Nero è sempre più protagonista sia tra i privati che tra le cooperative. Caldaro ed il suo celebre lago costituiscono un cru importante per la Schiava, mentre tutto intorno crescono anche le uve bordolesi. Attorno al lago troviamo la frazione di Mezzan (da non confondere con il più clebre Mazzon) che con i suoi 10 ettari vitati è tra le zone più basse di quota per la produzione del nobile Blauburgunder (Pinot Nero). Tra i produttori che più si stanno facendo notare segnaliamo: Stroblhof, Abraham, St.Michael-Eppan, Abtei-Muri, Ignaz Niedrist, Schloss Englar, Manincor.

Nella Valle dell’Adige sono presenti uve internazionali, specialmente il Merlot, Pinot Bianco e il Sauvignon che allignano tra il porfido di Terlano e le rocce calcaree tra Nalles e Andriano. Qui come espressione di Pinot Nero troviamo Monticol (da non confondere con la zona del lago di Monticolo che sta più a sud), la cantina Terlan produce il suo vino qui.

Nell’enclave del Meranese, il clima temperato e i suoli sciolti sono indicati per la coltivazione della Schiava e del Pinot Nero. Quest’ultimo ha sentori di spezie e frutti rossi freschi. Qui segnaliamo: Kränzelhof, Plonerhof e Haidenhof. Mentre nella ridente Val Venosta, vertice nord-occidentale del Sudtirolo, di cui è la zona meno estesa (settantasei ettari) e piovosa, si fanno particolarmente apprezzare alcune interpretazioni di Pinot Nero. Tra i produttori che più si stanno facendo notare segnaliamo: Marinushof, Falkensteiner, Castel Juwal, Stachlburg, Rebhof e Befehlhof.

La Valle Isarco e Fié allo Sciliar, dal punto di vista geografico si staccano dal corso dell’Adige per seguire il percorso nord-orientale dell’Isarco, estendendosi dall’altopiano del Renon. Qui anche il Blauburgunder si sta ritagliando uno spazio importante con circa diciotto ettari vitati ad altezze tra i 500-700 metri di quota in una zona molto ventilata con vigne di trent’anni. La cantina Bolzano ne è capostipite. Tornando a Fié, è il territorio più settentrionale d’Italia e il più estremo della regione, sia dal punto di vista delle quote, capaci di superare anche i 900 metri di altitudine, sia sul piano climatico (poche precipitazioni, forti escursioni termiche). È la roccaforte del bianco sudtirolese (i rossi occupano meno del 10 per cento della produzione e sono localizzati nella parte meridionale del comprensorio), i cui vini presentano sentori di frutti dei varietali rarefatti, e sono incisivi e verticali. Tra le cantine da citare: Gumphof e Prackfolerhof.

 

Trentino

Nonostante le apparenze, non è facile, né probabilmente opportuno, cercare di riassumere il vino trentino in modo univoco, poiché ha tutte le caratteristiche di una realtà polifonica: quando i suoi migliori orchestrali suonano all’unisono, l’impressione generata è quella di un’armonia di contrasti.

Molti, abbagliati dai suoi orizzonti e dalle piste da sci, considerano il Trentino una regione dove si producono vini di montagna, ma quest’ultima occupa, a differenza del fondovalle e della collina, una percentuale davvero minoritaria all’interno della sua produzione: non siamo in Valle d’Aosta né tantomeno in Alto Adige, con cui il Trentino viene spesso, ed erroneamente, associato (per tacere dei conseguenti, impropri paragoni) a causa di statuti autonomi comuni e di un trattino della geografia politica, quello del Trentino-Alto Adige, che ignora le più palesi differenze di cultura, territorio e identità. È una regione in cui il peso delle cantine sociali, dal punto di vista quantitativo, stilistico e commerciale, si fa indubbiamente sentire, occupando più dell’80% della produzione, ma questo non ha soffocato (anzi) l’attività sempre più crescente e decisiva dei vignaioli.

Quasi 10.000 ettari di estensione complessiva. L’asse centrale della regione è formato dalla valle dell’Adige, ma la distribuzione della viticoltura trentina è tutt’altro che lineare.

Alcune microaree per un totale di 135 ettari vitati di alta collina, esprimono un Pinot Nero di struttura, rigoroso e dai tannini tenaci non ancora cosi eleganti ma sicuramente nella media.

Risalendo il corso del fiume da sud, il primo territorio che s’incontra è l’ampia Vallagarina e la zona di Rovereto, un crocevia di culture, la cittadina  che storicamente ricopre il ruolo di anello di congiunzione tra pianura e montagna. Qui la Cantina Vivallis con il Pinot nero “Stif” è tra i punti di riferimento. Mentre a Rovereto, sviluppandosi su ambedue i versanti orografici del fiume, troviamo a un’altitudine sui 400 metri la cantina di Elisabetta Dalzocchio che coltiva con passione il sogno del padre di fare un grande Pinot Nero da due ettari vitati di proprietà. Fondata nel 1979, circondata da boschi e colpita dalle brezze del vento, con tanta esposizione e vigne basse e uso di raspi a seconda delle annate nella fermentazione (l’uso dei raspi conferisce maggiore acidità, tensione e potenziale di evoluzione ai vini). A mio parere personale uno dei migliori Pinot nero in Trentino: necessità di alcuni anni in bottiglia per ben esprimersi ma dopo è appagante, dritto e slanciato, capace di conciliare con semplicità verticalità ed avvolgenza. Dategli quel che si merita e accompagnatelo con della buona selvaggina.

Sul lato sinistro della valle si va verso una zona questa volta a sud-ovest, rispetto al corso dell’Adige che è la Valle dei Laghi, attraversata dal fiume Sarca e accarezzata dall’Ora del Garda e dal vento Pelèr, che le conferiscono un microclima meno rigido: qui le piante mediterranee convivono con quelle alpine.

Più a nord, superando Mezzolombardo nella Piana Rotaliana (qui segnalo il “Tolloy” della cantina Nosio) e lasciandosi alle spalle la Valle dell’Adige, si apre l’altopiano della Val di Non. Da qualche anno la cantina LasteRosse si cimenta con la produzione di Pinot Nero a 730 metri di quota.

Tornando in Valle dell’Adige e giunti a Trento e alla sua luminosa vallata, sulla sinistra orografica dell’Adige si susseguono una serie di colline che da Lavis arrivano a San Michele all’Adige, territori in cui emerge la parte dei Pinot Nero tra Pressano (qui possiamo trovare le vigne di Maso Grener a 500 metri di altezza), Sorni e Faedo dove emerge il Pinot Nero di Pojer e Sandri con il “Rodel Pianezzi”. Poco piu a sud a Civezzano troviamo uno degli areali che meglio interpretano il territorio trentino. Alcune cantine in risalto: Endrizzi con “Golalupo”, Bellaveder con “Faedi Riserva” – tra l’altro unico vino del Trentino e di Italia a scalzare il Südtirol e ad aver vinto con l’annata 2009 nel 2012 le giornate del Pinot Nero (a proposito di concorso ci sono importanti novità per l’edizione BBT 2023 che rivedrà il format in modo consistente e innovativo, Stay tuned!) –  Maso Cantanghel con il suo Vigna Cantanghel e Cantina Maso Poli.

Risalendo da Lavis il corso sinuoso del torrente Avisio verso nord-est si arriva invece alla Valle di Cembra, settecento ettari di vigne terrazzate ad alta quota (fino a 700 metri per la DOC, ma ci sono vigne anche a 900), tenute insieme da altrettanti chilometri di muretti a secco: il Pinot Nero a queste altitudini trova i tempi di maturazione per esprimere al meglio la sua eleganza. Vedi Zanotelli  con il suo “Le Strope” e Cembra cantina di Montagna con il “Saosent”.

Su tutta la regione domina, come dall’alto, l’azione ubiqua del Trentodoc, che abbraccia 72 comuni e circa 1.154 ettari dalla Vallagarina alla Valle dell’Adige, dalla Valle del Sarca alla Valle di Cembra, dalla Valsugana alle Valli Giudicarie. I vitigni consentiti sono Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero e Pinot Meunier, anche le maggior parte delle aziende si focalizzano principalmente su Chardonnay e Pinot Nero. Per disciplinare deve affinare almeno 15 mesi sui lieviti nella versione base, e 36 per la riserva. In futuro faremo un focus su questa denominazione spumantistica italiana.

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Sommelier originario della Val Gardena nel cuore delle Dolomiti, a cui gli studi sono stati illuminanti: è da questi che nasce il suo amore per il mondo del vino. Il suo trampolino di lancio è stato il ristorante tristellato St. Hubertus - Rosalpina a San Cassiano in Alta Badia, dove ha ricoperto il ruolo di Sommelier e durante il lavoro consegue il diploma WSET (Wine and Spirits Education Trust) nel 2019. La sua voglia di mettersi in gioco lo ha spinto a partecipare anche ad alcune competizioni, classificandosi 1° al Trofeo del Soave 2019; 1° al Master Chianti Classico 2020 premio comunicazione; 1° al Master dell’Albana 2020; 1° italiano a vincere il Master del Pinot Nero nel 2021, la consacrazione con il Titolo di Miglior Sommelier d'Italia nel 2022 seguita dal premio alla carriera come miglior sommelier professionista dell’anno 2022 nella ristorazione italiana - Premio Solidus. Oggi, è relatore presso l’Associazione Italiana Sommelier, direttore del GDS e consigliere regionale di AIS Alto-Adige. Docente all’Istituto alberghiero di Merano, giudice per la guida vini Gault & Millau Italia, Concours Internacional Grenache du Monde, Concorso Emergente Sala e partecipa alla stesura della Guida Vitae - I migliori vini d’Italia. Idrosommelier - brand ambassador per Cedea luxurywater della Val di Fassa. Svolge attualmente il ruolo di Wine & Beverage Consultant per molte realtà italiane attraverso: costruzione/assistenza delle carte da vino - Premio Carta Vino dell’anno 2022 alla Milano Wine Week, formazione del personale ristorativo, recensione vini, guida di masterclass per cantine, consorzi di tutela nelle principali fiere mondiali: Vinitaly e Prowein.

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