Il Gran Caffè Gambrinus rappresenta molto più di un simbolo per Napoli ed il mondo intero. La sua storia, iniziata con l’unità d’Italia grazie all’imprenditore Vincenzo Apuzzo, ha visto alternarsi momenti d’oro a tempi bui a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, quando le sale storiche vennero occupate dal Banco di Napoli la cui effige ancora campeggia su alcune porte.

Un mix di arte, cultura e narrazione popolare, nato più come pasticceria-gelateria, fornitore della Real Casa, che divenne col tempo anche taverna con mescita vini e cafè chantant per artisti, intellettuali e politici. Immancabile la tazzina di caffè, servita rigorosamente secondo la regola delle “3c” – calda, comoda e carica. Per tutti “il Gambrinus” ha rappresentato un luogo di eguaglianza sociale e mescolanza tra classi agiate e quelle più bisognose, in linea con lo stile di accoglienza e solidarietà che la metropoli partenopea ha sempre mostrato.

Michele Sergio, nel 1952, riesce a farne riaprire i battenti; dopo anni di controversie legali e di impegno assiduo assieme ai discendenti, la famiglia Sergio-Rosati può adesso ritenersi pienamente soddisfatta. Le vetrine sono tornate ad illuminarsi su via Chiaia, su Piazza Trento e Trieste e Piazza Plebiscito ed è recente la notizia del restauro completo della Sala degli Specchi, opera faraonica di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi, il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio viene portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio. “Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

E la Belle Époque ritorna di fatto negli ormai 400 metri quadri complessivi aperti al pubblico, così appariva in foto nelle antiche carte dei vini di quel periodo, con il Soave menzionato “tipo Chablis” o un fresco Val d’Arbia tra i bianchi e il Filotico o il Gragnano tra i rossi. Romantiche curiosità di un tempo, che si aggiungono ad altre novità contemporanee, dove tra babà, pastiere e sfogliatelle, le proposte si arricchiscono di piatti pronti, per una pausa durante il lavoro gustosa o per turisti in cerca di quel tocco campano da assaggiare nelle sue ricette tipiche.

Come la parmigiana di melanzane, i polipetti alla luciana o le polpette al sugo che rimandano ai sapori delle case delle nonne. E perché no la pizza fritta alla napoletana con cigoli di maiale e ricotta e, per chi vuol mantenere la linea dopo i bagordi delle festività natalizie, insalate a basso impatto calorico. Anche questo significa saper vivere.