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A Calamosca il ristorante che affascinò l’Aga Khan e il Cagliari dello scudetto: mare, ricordi e rotta verso il futuro

Fondato da nonno Vittorio nel 1952 oggi offre un’esperienza unica per cibo, vino e panorami mozzafiato, a  pranzo o a cena

Una storia fatta di orizzonti da scrutare e di radici da custodire, di emozioni tramandate e di nuove rotte da tracciare, di sole che scivola lento e di profumo di salsedine. Una storia cagliaritana che comincia con nonno Vittorio, marinaio, e che oggi continua con lo stesso sguardo rivolto al mare. Il Ristorante Calamosca “Profumo di Salsedine” nasce proprio da questa idea di continuità viva. Tutto inizia nel 1952, quando Vittorio Porcu sceglie questa baia come approdo definitivo dopo una vita in mare. Una terrazza semplice, pochi tavoli e un’intuizione: trasformare il paesaggio, il mare in esperienza. Negli anni, quel luogo diventa molto più di un ristorante. È un punto di incontro, un rifugio, un pezzo di città.

Le serate si riempiono di musica, orchestre da tutta Europa, luci che si riflettono sull’acqua tra il Faro di Capo Sant’Elia e la Sella del Diavolo. Tra gli ospiti anche il Principe Aga Khan, affascinato da una Sardegna ancora autentica, e poi gli anni del Cagliari dello scudetto, quando Calamosca diventa il naturale prolungamento delle emozioni del campo, tra racconti e brindisi che sanno di appartenenza, uno dei luoghi simbolo del dopo partita: tavoli vissuti, racconti, una comunità che si ritrova. Non solo ristorante, ma un pezzo di memoria collettiva. Oggi quella storia continua con i nipoti di Vittorio. Matteo, insieme ai fratelli Alessandra e Massimiliano, gestisce ristorante, chiosco in spiaggia e Le Terrazze per aperitivi fronte mare, porta avanti un’eredità che è prima di tutto culturale. “Il nostro obiettivo è far convivere ciò che siamo stati con ciò che vogliamo diventare”, racconta. “Calamosca è memoria, ma anche ricerca”.

Il rinnovamento recente, sei mesi di lavori iniziati a novembre, ha ridisegnato gli spazi interni senza alterarne l’anima. Gli interni sono stati completamente ripensati, il pavimento di marmo – originale – lucidato fino a riflettere la luce naturale, la parte finale della stanza grazie a divani rialzati è diventata un living sospeso sul mare: divani, cuscini azzurri, vetrate ampie che annullano ogni distanza con l’orizzonte. Le sanseverie accompagnano lo spazio con discrezione, creando continuità tra natura e architettura. “Volevamo che le persone si sentissero dentro il paesaggio”, spiega Matteo Porcu. “Qui il mare non è uno sfondo: è parte dell’esperienza, come la cucina”.

Matteo Porcu

E la cucina, affidata allo chef Michele Ferrara, è il punto d’incontro tra tradizione e ricerca. Sardo, con esperienze tra Parigi, Londra e Roma, Ferrara costruisce piatti che partono dal territorio ma guardano lontano, proprio come chi naviga.

Tra i piatti che segnano questa identità, le Tagliatelle al nero di seppia, intense e profonde, dove il mare non è evocato ma dichiarato, in un equilibrio tra sapidità e memoria. Poi Non c’è Pisci per Gatto, gioco e provocazione insieme, che racconta il pescato del giorno con rispetto assoluto per la materia e una vena ironica che alleggerisce senza banalizzare. La tradizione incontra la tecnica anche nell’iconico piatto simbolo La Calamosca 1952, dove crostacei, molluschi e bottarga di Cabras costruiscono una narrazione liquida del Mediterraneo e diventano racconto identitario, memoria viva nel piatto. E ancora il Polpo per Silvana, ormai firma del ristorante, dove la croccantezza dialoga con la salsa scabecciu in un equilibrio che appartiene alla memoria collettiva sarda. Non mancano incursioni più contemporanee, come la Ricciola laccata alla soia e miele, la Genovese rivisitata, dove il comfort food incontra la precisione gastronomica, e la Tartare di tonno con riccio, spuma di avocado e crumble di pane.

Ogni piatto è una rotta, ogni sapore un passaggio tra passato e presente. Il finale è affidato ai dolci, dove il ricordo diventa materia. Il “Ricordo di un Cannolo” è forse il più emblematico: crema di ricotta, gelato, gocce di cioccolato, consistenze che evocano senza imitare, come un viaggio che resta dentro. Accanto, la seada, la pardula in versione gelato, il Calamisù: tradizione che si lascia attraversare dal tempo.

Buona la carta dei vini, accuratamente scelta dallo stesso Matteo  Porcu, con un’attenzione anche alle piccole cantine e ai prodotti di nicchia.

Quello che portiamo avanti è un equilibrio tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che vogliamo costruire. Perché il mare insegna questo: guardare sempre avanti, senza dimenticare da dove si parte”, conclude Matteo Porcu.

 

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Scritto da

Giornalista professionista, esploratrice food&wine a Cagliari e negli angoli più sorprendenti della Sardegna.

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