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TERRE DI LEONE, AMARONE, VALPOLICELLA E LE NUOVE ETICHETTE

Ci sono produttori bravi e comunicativi, poi ci sono quelli con cui ti senti a casa, come Chiara e Federico di Terre di Leone in Valpolicella classica.

Trascorrere in loro compagnia un’intera giornata è sempre piacevole, perché nel loro piccolo, sono grandissimi. Grandi come pensiero, grandi come aspettative, grandi nella fantasia che mettono in ogni etichetta. Dal design alla produzione, muoversi di continuo è il loro leit motiv. Quando arriviamo a trovarli in cantina, Chiara è in partenza per Honk Hong, il mercato si sta evolvendo, come anche le proposte in cantina che sono diretta emanazione della loro personalità vulcanica.

L’azienda Terre di Leone

Siamo a Marano di Valpolicella, tra le colline veronesi, l’azienda nasce con Chiara Turati e Federico Pellizzari ma è quest’ultimo che eredita la passione per la viticoltura proprio dal nonno, all’epoca proprietario in questi luoghi di un solo ettaro di terra. Partono da zero e studiano tanto per arrivare oggi a fare ben due linee di Valpolicella e Amarone, il Re Pazzo e Terre di Leone, su un’areale di 7 ettari vitati con esposizioni a sud-est, su altitudini di 450 e 500 metri. “Facevamo altro nella vita e oggi siamo titolari di una cantina nata nel 2005, la prima bottiglia è stata venduta nel 2009 e abbiamo impiegato più di dodici anni per vedere se questa è la nostra strada. Non finiremo mai di sperimentare”. Per adesso la produzione si aggira sulle 40/50mila bottiglie annue.

In collina lavorano in alta densità perché hanno un terreno a base di tufo basaltico, “a Marano c’era un vulcano ci racconta Chiara che ha lasciato una striscia lavica sul Lago di Garda, protetto alle spalle dai Monti Lessini e ricco di canali in cui si inoltra una bella ventilazione. Le uve rimangono sane e il microclima molto equilibrato, nonostante le alte temperature”.

Si passa poi a un terreno roccioso, grazie alle varietà di suoli presenti a Marano. In generale si tratta di terreni ricchissimi di falde acquifere che vanno spesso arginate con uso di ciottoli, compattati nelle cosiddette marogne, i muretti a secco che ridisegnano i pendii della Valpolicella, terra di vegetazione abbondante tale da rendere l’irrigazione pressoché inutile.

Guyot e cordone speronato si alternano con pergola veronese tradizionale che troviamo proprio di fronte alla cantina, per una produzione che prevede diverse potature.

La cantina è un luogo ricavato da una struttura del 1850 circa che componeva le vecchie abitazioni dei contadini presenti qui a mezzadria. All’interno dimorano i legni francesi, tonneau da 500 litri, le botti e le barrique a leggera tostatura. Nei tonneau affinano il Ripasso, gli Amaroni invece sono destinati alle botti più grandi, il che significa lavorare col tempo. “Queste sono le sale che noi visitiamo subito al mattino, le ultime che controlliamo alla sera e infine il fruttaio dove va annusata l’aria”. Il vino di Terre di Leone affina in legni differenti in funzione di ciò di cui ha bisogno, nulla è fisso, tutto in continuo movimento.

Mappale in Rosa, il rosso senza pantaloni

È Chiara a farci conoscere i nuovi vini, in una calda giornata di inizio estate, quando il sole scotta ma non è ancora torrido. Il nuovo nato è un rosato, un esperimento alla sua ottava prova, quello che assaggiamo è annata 2023, la prima imbottigliata (nel 2024).

Mappale in Rosa, Rosato Veneto Igt è sul mercato dall’anno scorso ma si aspetta a pubblicizzarlo, “a noi va bene sperimentare il prodotto per vedere se siamo capaci a farlo – commenta Chiara – ma bisogna aspettare per capire che cosa ne viene fuori, perché è un rosato che non risponde ai soliti canoni”. Durerà nel tempo? Piacerà al pubblico?Non è il rosato da bere nelle sere d’estate e che sa di fragolina, questo vino è senza parte floreale e nulla ha a che fare con i rosati che si bevono freddi come aperitivo. Il Mappale in Rosa è in realtà un rosso senza pantaloni”. Le uve sono Corvina, Corvinone, Molinara e Rondinella, talvolta blend e percentuali sono stati modificati in base all’annata. A che cosa si abbina? A carni, formaggi e pesce e non è da frigo, ma solo in glacette. Al naso si sente subito la nota sapida, oliva, salamoia. Seguono fragolina, lampone, lieve nota floreale di rosa, piacevoli sensazioni ma non predominanti. Impatto al gusto salino, provoca salivazione lunga, l’equilibrio è dato dall’arrivo di un frutto fragrante. Possiamo definirlo un “Valpolicella senza la struttura che mitiga questa sapidità importante, un vino conseguente ai rossi che produciamo”. Cambieranno l’etichetta e avrà due figure a metà che non sanno dove andare e il nome sarà Tant’è se vi pare, di chiara impronta pirandelliana. “Fare questo rosato è interessante, una nuova sfida. Un vino di territorio, nelle vicinanze ci sono le denominazioni e il confronto è sempre presente ma non ci stacchiamo dalla tradizione territoriale, lo consideriamo un prolungamento di quello che abbiamo”.

Dopo il rosato, è il bianco l’altro protagonista delle novità di Terre di Leone.

L’Incrocio Pazzo, il bianco che “stacca totalmente”

L’Incrocio Pazzo è un blend di Incrocio Manzoni bianco, Pinot Grigio e un Souvignier Gris Piwi al 15%, affinato in legno sei mesi. Sarà presentato a giugno e in versione limitata perché Terre di Leone non può permettersi di sbagliare e rischiare con un vino fuori dalla linea classica, per di più con un Piwi nel blend che non producono loro direttamente ma lo prendono da un giovane viticoltore vicino. Il bianco è molto interessante in questo momento e il blend ottenuto è sicuramente fuori dagli schemi. Ma a dettare il risultato sarà in parte il riscontro del pubblico. “Fare un vino bianco è un discorso che ci appartiene, per seguire la linea Terre di Leone avremmo proposto uno Chardonnay, da affinare in legno – ci spiega Chiara – invece abbiamo deciso di cambiare e inserire l’Incrocio Manzoni per il corpo e la struttura, il Pinot Grigio per la freschezza e il Gris per la nota aromatica molto sottile”. Le bottiglie che rimangono in cantina sono il “tesoro” che tengono per osservarne l’evoluzione, ma l’attesa non è un problema, abituati a Valpolicella e Amarone che dopo anni arrivano a piena maturazione “i nostri vini hanno bisogno di tempo. Grazie alle loro acidità importanti con gli anni si evolvono e cambiano totalmente”. L’etichetta è moderna e fumettistica, raffigura un incrocio di cartelli stradali, in un design che parla di una strada improvvisata e dettata dal caso, “una vera scommessa che ribalta tutto, questo vino o casca o sta in piedi”. Vino elegante, naso profumato ricco di fiori con tendenza leggermente fruttata di fragola, la parte aromatica del Piwi si percepisce e la struttura si sorregge su una freschezza ben marcata. Un vino delicato, lieve, non dirompente, che si abbina bene al pasto senza sovrastare i sapori.

Non è escluso che stiano pensando al tappo a vite, ma questo è un discorso che teniamo da parte per la prossima volta che andremo a trovarli.

Re Pazzo, la linea “veloce” dell’azienda

Della Linea Re Pazzo, iniziamo con Valpolicella classico, 2024, che fa affinamento in acciaio per otto mesi. L’annata si rivela equilibrata rispetto alla 2023, l’annus horribilis. C’è stata una grandinata non potente e poi tanta pioggia che ha spinto a una raccolta anticipata. In cantina lavorano a caduta e filtrano al lato dell’imbottigliamento, illimpidendo per decantazione statica. Quando si imbottiglia devono fare una serie di stabilizzazioni e lo stesso imbottigliamento è “scioccante”. Il vino è del tutto diverso, ha bisogno di tempo per ritrovarsi in bottiglia, dove passa almeno quattro mesi. Ricco di frutto, in bocca la scia sapida che si ritrova costante. Fa parte di quei vini che ben gestiti nella temperatura si abbinano al primo come al secondo di pesce, la pizza o la pasta fredda, finanche pane e salame o il petto di pollo. “Un vino così gastronomico si carica di importanza e per noi è fondamentale poterlo bere nel quotidiano”.

Valpolicella Ripasso Classico Superiore, 2023, è l’ultimo vino che fanno, dopo l’Amarone. L’annata è stata difficile ma il vino è integro, il colore rosso rubino brillante che invita al sorso. Al naso fiore e frutto sono vividi, trama olfattiva piacevole e fine, in bocca risulta equilibrato, l’acidità e i tannini ben integrati. Il vino matura otto mesi in tonneau e adesso è pronto, ma il tempo non potrebbe che dargli giovamento.

Amarone della Valpolicella Classico 2018. L’annata è stata ricca di frutto e struttura, un’annata senza pensieri, le vigne hanno prodotto in quantità e questo è ben presente in un vino ricco di aromi. La matrice è sempre la stessa in tutta la linea, al naso scuro, la nota di frutto ricorda la mora, al gusto è pieno quasi masticabile. Il sorso è sempre raffinato grazie a una sensazione mentolata, balsamica ed è tanta la sapidità. Un vino denso e disegnato. Abbinabile a carne rossa, arrosti non stracotti, hamburger di scottona, carni grigliate. Per uscire dagli schemi, piovra su letto di lenticchie e radicchio caramellato oppure scampi fritti in pastella (consiglio di uno chef amico di Chiara).

Dedicatum Rosso Veneto Igt 2020, imbottigliato a marzo dello scorso anno. Questa etichetta Igt racconta davvero quello che sono i produttori di Terre di Leone. Fatto con 14 varietà di uve a bacca rossa, il vino è nato per ricordare il nonno materno di Federico, che spendeva la vita a curare i campi anche altrui e quando trovava qualcosa di interessante la piantava nel suo pezzetto di terra. Il rapporto tra lui e il nipote era molto particolare, un uomo attivo, autodidatta eppure di grande cultura, unico nel suo genere, parte di un mondo che non c’è più.

Se il Re Pazzo è la storia della cantina, il Dedicatum è il nonno da cui tutto ha avuto inizio. Fa un lungo affinamento in legno, inizia dai dieci ettolitri e poi finisce in tonneau. Molto difficile da vendemmiare, richiede vari passaggi in vigna, la raccolta è in cassette da otto chili. Il vino racconta un tempo passato, quando si beveva il vino come alimento, come medicina e ricostituente, un momento importante sulla tavola. “Il nonno era legatissimo a Marano e a questo territorio, con questo vino si porta avanti la sua memoria e per noi è importantissimo ed è il modo per rimanere fedeli a un’idea anche se costa tanto, lo facciamo credendoci perché racconta quello che siamo”.  Le bottiglie sono numerate in etichetta.

Linea Terre di Leone

Valpolicella Classico Superiore 2019. Annata elegante, bella, esemplare in cui i vini sono compatti, equilibrati. Naso raffinato, immediato. Regala sensazioni di liquirizia, sentori mentolati, freschi, frutto di base come linea portante. Verticale e diritto, scorrevole, ampia la mineralità. Ben fatto e con tannino vellutato.

Valpolicella Ripasso Superiore 2020. Annata fine, mai prepotente, spezia fragrante, immediata anche al naso. Solo dopo arriva il frutto, l’alcolicità è presente ma mai percepibile. Il vino matura in botte da dieci ettolitri e poi tonneau. Tannino importante e ben cesellato.

Amarone 2013, un vino da seimila bottiglie, numero che per lo standard di Terre di Leone inizia a essere importante. Annata meno esemplare rispetto alla 2015, non ha quella compostezza e completezza delle precedenti ma è pur sempre un sorso pieno e ricco di sentori. Il vino spinge su un tannino più evidente che non riesce sempre a stemperarsi con l’acidità, poi arriva il frutto e si distende. Prima di venderlo hanno aspettato due anni per farlo maturare al meglio, perché cambia tantissimo. “Ora sta evolvendo in modo impressionante, con grande struttura, acidità importante, mineralità, finalmente viene fuori dopo ben tredici anni”. Lo paragoniamo a un bambino irrequieto che fa disperare ma che alla fine regala soddisfazioni.

Otto anni di legno e due in bottiglia. Aspettare è la parola d’ordine ma per loro è un investimento per avere nel calice quello che davvero cercano.

Amarone Riserva 2015. Lo hanno diplomato Riserva con un marchio in bella vista sull’etichetta, perché è completo. Il 2013 è un bambino iperattivo, il 2015 è il bambino calmo, intelligente che non ti dà pensieri. In questo vino c’è tutto, il naso è completo e integro, ricco di frutto. Il sorso è scorrevole, pieno e appagante. Fiorisce lentamente all’apertura, si apre con serenità, olfatto e sorso si accordano perfettamente.

Amarone 2016, annata equilibrata, un vino che si è comportato decisamente bene. Chiara è contenta di versarlo perché è sicura del risultato. Il naso è trionfante, sprigiona profumi di frutta matura, ciliegia, amarena, i ritorni sono speziati, si percepisce tabacco e infine una parte vegetale. Tutto sorretto da un’immancabile sapidità e un nervo tannico ben definito.

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Classe 1976, mi laureo in filologia classica alla Sapienza di Roma. Da sempre appassionata alla storia antica e alle lingue classiche, inizio a scrivere per giornali e testate online fin da molto giovane, occupandomi di costume e spettacoli. Divento prima pubblicista e poi professionista nel 2024, occupandomi di vino dal 2019, quando inizio a curare la rubrica Sulla Strada del Vino insieme al mio collaboratore Massimo Casali. Non ho ancora un blog e scrivo per chi ha voglia di approfondire e capire il vino non solo come consumatore, convinta che questo settore possa aprire scenari e mondi magnifici e inaspettati.

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