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PER I 250 ANNI DALLA NASCITA VI RACCONTIAMO I VINI PREFERITI DI LUDWIG VAN BEETHOVEN

Natale è passato anche quest’anno e, restrizioni Covid permettendo, ci auguriamo nel migliore dei modi per tutti.
Dicembre rappresenta anche il mese di nascita di un autentico genio della musica, uno che in fatto di “resilienza” avrebbe insegnato a molti. Esattamente a dicembre di 250 anni fa a Bonn, pare fosse il giorno 16 (o il 18 per un mero errore di trascrizione), nacque Ludwig Van Beethoven, da una famiglia di umili origini.

Della sua malattia, quell’ipoacusia che lo colpì poco più che maggiorenne, e di come sia riuscito a realizzare le celebri sinfonie (compresa la Nona, Patrimonio dell’Umanità e Inno della UE) non parleremo quest’oggi, concentrandoci piuttosto su un’altra passione del compositore: quella per il vino.
Il binomio tra artisti e sostanze alcoliche è stato sempre, per così dire, intimo. Premettendo che all’epoca bere vino fosse l’unica soluzione per evitare malattie serie da acqua non potabile, il consumo nell’arco della giornata copiose quantità di derivati dalla fermentazione alcolica della frutta (non soltanto uva), era visto come un vero e proprio alimento.

Le campagne avevano una conformazione ben diversa da quelle odierne, con numerose coltivazioni di viti frammiste a cereali ed ortaggi all’interno di uno stesso filare, dette in termini tecnici “piantate”.

A ciò si aggiunse l’usanza di adulterare il prodotto alcolico finito, soprattutto quello riservato alle classi poco abbienti, per aumentarne le quantità o arrotondarne il gusto.
Venivano utilizzate diverse pratiche allo scopo: dal classico zuccheraggio, ideato dal professore di Chimica dell’Università di Montpellier Jean Antoine Chaptal e definito “chaptalisation”, a sostanze chimiche pericolose come il “litargirio”, per alleviare l’aspra acidità di uve di scarsa maturazione e qualità.
Il litargirio è un composto dell’ossido di piombo che causa in chi lo assume un lento ed inesorabile avvelenamento, che i medici indicano col termine di Saturnismo: coliche frequenti e dolorose, gotta, problemi ossei, ittero e cirrosi (forse la vera causa della morte del Maestro). Rari e costosi erano altri esempi di ammorbidimento del vino con “sussreserve”, ovvero mosto dolce sterilizzato.

Ma torniamo a Beethoven; chi lo conosceva bene già all’epoca affermava che: «Tra i vini preferiva la varietà ungherese Ofen. Purtroppo gli piaceva tantissimo il vino adulterato, che danneggiò il suo intestino debole..(omissis)..amava un buon bicchiere di birra alla sera e anche nei suoi ultimi anni visitava le osterie e i caffè»
Tre furono le tipologie di vino preferito dal compositore tedesco, provenienti da altrettante zone lontane: Magonza, Wachau e Ofen (antico nome ungherese della città di Buda).

Magonza, capoluogo del Land Renania-Palatinato, terra di millenari Riesling, non molto distante dal paese di Worms e dalla Lieberfrauenkirche (la Chiesa di nostra Signora), ove prese vita anche il banale e dolciastro Liebfraumilch, un vino a base di Silvaner, Riesling e Muller Thurgau, che ebbe successo fino a pochi decenni orsono. E pensare che nel 1744 era considerato uno dei vini più costosi della Germania, prima di una errata e alquanto miope, decisione di estenderne a dismisura la zona di produzione per aumentarne il commercio estero. Anche i Niersteiner Gutes Domtal seguivano la stessa strada, con l’unica, positiva, differenza di annoverare raffinate tipologie Auslese di ottima fattura.

La Germania, prima del recente successo della Mosella e del Rheingau, vantava comunque autentici capolavori, come quelli provenienti dal Kloster Eberbach (fin dal XII secolo) o quelli della Franconia, con la celebre vendemmia 1540 dello Steinwein decantato dal poeta Goethe (letteralmente “il vino di pietra”), di cui il Burgerspital di Wurzburg conserva un’ultima bottiglia; venne assaggiato dopo 4 secoli dal celebre critico Hugh Johnson, in una storica degustazione del 1961, che raccontò entusiasta di aver avvertito ancora caratteri di bevibilità e corpo, seppur per pochi secondi.

Passiamo alla seconda tipologia preferita dal Ludwig, il “Wachauer”, come viene menzionato nella pellicola cinematografica celebrativa intitolata Louis Van Beethoven.

Interessante evidenziare che i produttori di questa piccola realtà austriaca si siano dati negli anni un “Codex”, una sorta di Codice etico da rispettare, simile ad un rigido disciplinare produttivo e con un preciso elenco di sottotipologie:

Steinfeder – vini delicati ed a bassa gradazione alcolica, probabilmente simili a quelli amati all’epoca dal Maestro;
Federspiel – da uve surmature, dotati di maggior struttura;
Smaragd (ossia dal particolare color smeraldo), ricchi e potenti Gruner Veltliner che sfiorano normalmente 15 gradi alcolici complici le calde estati della Pannonia.

Chiudiamo l’analisi con i vini di Budapest, spesso modificati e di scarsa qualità. Sembra che la zona fosse più adatta alla creazione di una specie di Spritz, mescolando vino con acqua effervescente proveniente dalla cittadina slovacca di Szulin (come riportato dalle cronache del giornale Pesth-Ofner Loclablatt datate 31 luglio 1857).
Lo scrittore Paolo Mantegazza nell’opera del 1871 “Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze” racconta degnamente i vini dell’epoca in Ungheria (esprimendo, udite udite, qualche perplessità sul blasonato Tokaji):
<< I proprietarii del Tokay lo bevono quasi tutto, e pochissimo ne rimane al commercio. Aggiungete questa circostanza che quel vino è giudicato in Ungheria come un potente ristoratore delle forze; per cui vien prescritto come preziosa medicina ai convalescenti. Di qui il suo prezzo favoloso […]
Ho bevuto anch’io una volta la mia bottiglia di Tokay imperiale, e l’origine aulica poteva farmi credere di non essere stato canzonato; ma confesso che il suo aroma dolciastro non era olimpico.
II vino di Meneses è giudicato eguale al Tokay; sono invece vini di secondo ordine quelli di Aedenburg, Rusth, SS. Gyorgy e Ofen>>

E all’epoca cosa avveniva in Italia?
Nel Don Giovanni di W.A. Mozart venne citato il Marzemino, probabile ricordo dei viaggi in terra tridentina nel 1769 o, più verosimilmente, retaggio del suo librettista Lorenzo Da Ponte.

Incerte le origini; secondo alcuni si tratterebbe di un vitigno importato in Italia dai combattenti della Guerra di Troia direttamente dalla città di Merzifon sul Mar Nero. Marzemino sarebbe la versione italiana del nome Merzifon. Altri ritengono che il vitigno giunto dalla Grecia si diffuse rapidamente in tutti i territori dell’Impero romano dove prese il nome di “Marzarimin”, ovvero “grano di marzo” per la caratteristica maturazione precoce delle sue uve.
Le prime testimonianze di una presenza in Trentino Alto Adige risalgono al 1500. Alcuni soldati della Repubblica di Venezia, lo portarono in Vallagarina considerati territorio particolarmente adatto alla sua coltivazione. Fu il vino tipico dell’Italia nord orientale, dell’aristocrazia veneziana, servito nel corso dei banchetti istituzionali e regalato alle case regnanti di altri Paesi come Austria, Germania e Polonia.

Del Trentino, crocevia di mercanti, vogliamo menzionare un altro dei suoi prodotti storici: il Vin Brulé.
La sua genesi a onor del vero si perde nella notte dei tempi e rapidamente fu prodotto in mezza Europa. In Germania lo chiamano Gluhwein, vin chaud in Francia e Mulled in Inghilterra.
Sembrerebbe un parente stretto del conditum paradoxum romano, mutato nel Medioevo, grazie all’avvento del cinnamomo asiatico, nell’ipocrasso che veniva servito a temperatura ambiente.
Normalmente si fa bollire vino rosso, anche se Germania e Austria ammettono vino bianco. Durante la fase di raffreddamento vengono aggiunti in successione zuccheri, cannella e chiodi di garofano, oltreché scorze di arancia e limone.
Un’ottima ricetta di infuso d’erbe ci viene suggerita dal dott. Corrado Cappelletti, farmacista, discendente da una nota famiglia di erboristi di Trento, attivi nel campo medico della cosmesi dal lontano 1909 e produttori del Brulé Bacchus e dello storico Elisir Novasalus.

All’opposto dei miscugli vinosi che piacevano a Beethoven, l’idea fu quella di creare prodotti che potessero far bene al corpo ed allo spirito, tramite la tradizione antica delle infusioni e macerazioni alcoliche con erbe officinali e spezie. Potete inserire genziana, tarassaco, artemisia (tipica dei Vermouth), ma anche la china calisaia delle Ande, con le sue proprietà toniche antimalariche, aromatizzata dagli estratti delle arance amare di Sicilia.

Insomma, di fronte ad uno scenario così ampio ed inesplorato, frutto di continue scoperte, non possiamo che concludere con i versi di Machiavelli: “O mente umana insaziabile, altera, subdola, e varia, e sopra ogni altra cosa”.

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - Relatore corsi per la Campania. Ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Vincitore del Trofeo Montefalco Sagrantino edizione 2021, Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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