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MERANO WINE FESTIVAL 2019: FOCUS SUI VINI DELLA GEORGIA

Vi prego, non chiedetemi di ripetervi con esattezza e senza leggere il nome dei vitigni posti in degustazione nello stand della Georgia al Merano Wine Festival edizione 2019.
Francamente faccio fatica anche a scriverli correttamente.

Eppure noi occidentali dobbiamo tanto a questa terra, martoriata non soltanto da guerre e ribellioni, da attività telluriche e fenomeni naturali avversi, ma anche last but not least dalla pesante invadenza del Regime sovietico che non consentiva la libera iniziativa privata.
Sembra così assurdo che nei paesi della cosidetta “cortina dell’Est” lo Stato fosse l’unico detentore delle attività agricole, catapultate ai tempi del feudalesimo medievale, con pessimi risultati sia in termini di qualità che di confronto con i competitors internazionali. Poco importa che in Georgia si facesse vino fin dal VII millennio A.C. come testimoniano i ritrovamenti di anfore avvenuti nei pressi di Tiblisi, dai disegni raffiguranti bellissimi grappoli d’uva.

In effetti la Regione ben si presta alla coltivazione della vitis vinifera grazie ad un clima sub-tropicale virante al continentale verso le zone interne, quelle lontane dal Mar Nero. Piovosità abbondanti condite da notevoli escursioni termiche ideali per evitare marciumi indesiderati.
E poi ci sono loro, i pochi coraggiosi produttori che stanno nuovamente animando la produzione vitivinicola locale.

Ve ne elencherò ben 3, nella speranza di far crescere in voi la curiosità di assaggiare qualcosa di diverso dal solito; un richiamo all’antico seppur visto in chiave moderna. Tecniche ancestrali, contenitori di terracotta che vengono sempre più apprezzati anche in terra d’Italia.


Partiamo da WINIVERIA LTD protagonista il Khikhwi da nobili uve bianche, vinificate con il metodo “Qvevri” ovvero pigiate con i piedi e lasciate a riposare in anfore interrate in presenza di bucce e raspi.

Attacco di resina e miele, canfora e frutta sciroppata con bocca decisamente salmastra. Più familiare il Saperavi in purezza, annata 2016 ascendente di alcuni vitigni notissimi in Occidente come Cabernet e Merlot.

Acciughe in pasta e carattere oleoso verdeggiante che non stona rispetto alle altre sensazioni di frutta rossa evidenziate in secondo naso. Bocca lunga e salmastra.
Proseguiamo con QVEVRI WINE ed il vulcanico proprietario Ivan, spiritosissimo, impegnato a sforzarsi di dialogare con me in un italiano piuttosto complicato.

Qui conosco per la prima volta il RKATSITELI, bianco fermentato anche questa volta con buccia e raspi in anfore con residuo zuccherino compreso tra 20 e 40 g/l.

Colore oro antico, caratterizzato da mineralità ed agrumi canditi amplificati nel successivo campione a base di MITSVANE fortemente smooky.
Il Khikwi (si pronuncia “chiscvi”) è più floreale rispetto a quello di Wineria, con ginestra e zagara in primo piano, che non stancano al gusto. L’invecchiamento di 15 anni per il KISI,  lo rende un vino da meditazione con richiami nitidi di resina, eucalipto e mallo di noce.
Concludiamo la dissertazione con NASRASHVILI, azienda di recente costituzione ed il suo Rkatsiteli 2018 da 6 anni di sosta sule fecce, elegante e ricco di ricordi di albicocche disidratate.

Il rosso TAKVERI 2018 invece rassomiglia per toni fruttati al Lagrein Alto Atesino, rammentandomi l’Huck am Bach bevuto alla nostra cena tra amici di Vinodabere. Eleganza ravvisabile anche nel Saperavi sempre 2018 che ormai guarda senza confini ai grandi Chianti toscani.
Ne vedremo davvero delle belle!

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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