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Mauro Sebaste, il sorriso dei sorì – Una famiglia, un’azienda, una rivincita e vini identitari, testimoni di terre e uve

Una pioniera coraggiosa e anticipatrice, un caparbio profondamente innamorato del suo lavoro e dei profumi del Nebbiolo, e della gioventù in gamba contagiata dallo stesso trasporto per la vigna, la terra su cui cresce e il vino. A volerla scrivere in epigrafe la storia della premiata ditta Sebaste (e relativa famiglia) potrebbe, volendo, essere riassunta così.

Sylla Sebaste e Mauro Sebaste

Ma dietro la sintesi c’è poi un mare di vicende da raccontare. Prima fra tutte quella di Tersilla, in arte Sylla, la capostipite, fondatrice eponima di una sua azienda produttrice, Barolo woman (rarissima specie) già ben prima della montante onda dei “Barolo boys” (confluiti poi in buona parte in “Langa In” e protagonisti della rimonta di area, vitigno bandiera e relativi gioielli in bottiglia) e scomparsa purtroppo prematuramente.

Un momento difficile, cui se ne agganceranno altri, pure molto amari: incomprensioni e traversie con soci diversi entrati nel capitale aziendale, e culminate con la necessità e la decisione (al momento quasi “eroica”) del figlio Mauro di uscire e rifondar tutto, partendo praticamente da zero.

Anche nel nome, quello della fondatrice appunto, brand legato alla vecchia compagine aziendale e dunque anch’esso sfuggito di mano.

Ripartire dal quasi nulla è uno sport duro. Ma si ha il tempo per pensare. E per valorizzare ciò che nessuna difficoltà materiale può toglierti: il “savoir faire”, la capacità legata e radicata sul tuo micromondo, il tuo habitat operativo, quella dote operativa che i francesi includono nella parola “terroir” come componente altrettanto essenziale della terra, dell’uva e del clima.
Ed ecco dunque, passo passo, la riconquista. Di vigneti al sole, anzitutto, dopo aver lavorato per un po’ con uve acquistate. E di certezze via via sempre più solide, e confortate dai risultati.

La famiglia Sebaste

Oggi con Mauro sono in campo, oltre a Maria Teresa (sua moglie), sua figlia Angelica e la sorella Sylla (la “nuova”), nipote ed epigona della prima, giovane e decisa, e appassionata raccontatrice del lavoro che suo padre fa in vigna (curata personalmente con attenzione maniacale) e in cantina, dove il privilegio e l’obiettivo primario è concentrato sull’integrità del profilo di ogni uva lavorata, e in primis, ovviamente, del Nebbiolo da Barolo.
Il pacchetto in mano ai Sebaste include oggi, dopo il lento lavoro di ricostruzione, una trentina di ettari, tra posseduti direttamente e controllati in gestione.

E il lavoro si articola su zone omologhe per qualità, ma diversissime (Alba, Serralunga, Barolo, La Morra, Verduno, Vinchio, Diano d’Alba, Montelupo, Mango, Piobesi e Vezza) per tutto il resto. Come – secondo premesse e logica – i vini prodotti.
Le tipologie vanno dai Dolcetto ai cru di Barolo, passando per Barbera, Nebbiolo e Barolo “blend” (la formula d’antan, per intenderci) ognuno con uno skill assolutamente unico e riconoscibile, ma tutti accomunati dal timbro di fabbrica e di qualità della “Mauro Sebaste production”: nasi parlanti, eloquenti, eleganti, identitari, che potrebbero star quasi da soli in fiale ed essere venduti come essenze di territorio.


In dettaglio, e per stare ad alcune etichette:
Casa Berzia 2019, Dolcetto con casa a Diano d’Alba, uve coltivate a circa 500 metri sul livello del mare, solo acciaio, 6-8 giorni di estrazione, zero caratteri da “Dolcione” (come se ne sono visti tanti) ma frutto e finezza, e lo “zic” finale che ne fa un vino da gusto con cibo a tutto tondo.

Il Coste Monghisio, Barbera di Vinchio, denominazione Nizza dunque, annata 2017, altra terra (sabbia), altra quota (280), altra lavorazione (acciaio e tonneau) e un risultato espresso da sentori franchi di ciliegia fresca, frutta rossa in genere, e condimento intrigante di spezia.


Centobricchi, luogo opposto (Alba e Diano), terreno calcareo, stessa annata dell’altro, stessa ricetta di cantina (acciaio più tonneau, con sosta di un anno) ma che fa poi sentire una voce di tutt’altro timbro. La mora selvatica ne segna l’accento olfattivo, giocando sul blu più che sul rosso, ma aprendosi poi anche su note seduttive un filo più morbide.


La spiccata eleganza di Parigi (lo charme cui si deve anche il nome), Nebbiolo d’Alba 2018 con vigne tra la terra eponima della denominazione e Diano, malolattica fatta in tonneaux, in parte di legno americano e in parte francese, e dentro cui la frutta e la viola viaggiano tra due fili parallleli e di colore opposto (più scuro quello tessuto di note lievi di tostato e liquerizia, chiarissimo quello, delicato e non invadente, di spezia che evoca la vaniglia).
Infine, i Barolo. Entrambi 2016.


Il Tresuri, cioè tre sorì, tre appezzamenti di aree diverse fusi in un vino secondo la “ricetta” fondante del Barolo come si faceva prima della seconda rivoluzione anni Ottanta e Novanta. Con 15 giorni di contatto, botti grandi e carati (anche qui secondo mood classico) per 3 anni, bilanciato e bevibile già sin quasi dallo sbarco sul mercato, venato di fruttati tipici e note di sottobosco, piacevole sena cedimenti


E il Cerretta, un signore di Serralunga che ne interpreta l’anima con forza e finezza insieme, raccontandone bene il terreno (calcareo e ferroso) e la “serietà” di tessitura e tannini. Fa contatto per una quindicina di giorni in acciaio, passa in botte grande (quanto serve) e fusti di Allier da 400, e ne esce vestito da re: rosa, funghi, humus, sottobosco. Austero, tipico della sua “patria”, tradizionale ma senza sgrammaticature vernacolari, autentico e seduttivo da qui a… beh, un bel pezzo di strada. Con panorama – che il tempo renderà ancor più colorato – sul meglio delle Langhe da Barolo.

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