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La “rivoluzione” di Roederer: ciao Brut Premier, ecco Collection

Champagne “di territorio” e non più solo d’assemblage
Al cuore singole parcelle e una “réserve perpétuelle”

Sì, di fatto si tratta di una rivoluzione“. Jean-Baptiste Lécaillon chef de cave (ma più propriamente “ideologo” di casa Roederer) illustra così, senza tanti giri, il nuovo corso appena iniziato.

Una robetta da niente: semplicemente l’addio al Brut Premier, uno degli Champagne “non préstige” più noti, affermati e apprezzati qui da noi, e la sua sostituzione con il vino (e concetto) tutto diverso battezzato Collection.
Il passaggio è tanto radicale quanto epocale. Fin qui c’era un assemblage basato su una proporzione in primis tra varietà; e poi, secondo annata “d’appoggio”, tra i vini del millesimo di diverse zone (la litania dei village d’oro, da Ay in giù, che gli champagnisti ben conoscono) e le riserve di casa, sempre con l’obiettivo di ottenere un risultato il più possibile vicino al “modello” stilistico dell’etichetta.

Ora invece si passa alla somma di singole parcelle – veri cru – seguite e scelte una per una una. Da “appoggiare” sulla base costituita da un “réserve perpétuelle”, la tecnica che chiama la solera già usata anche in Champagne da alcuni apripista artigiani, che somma annata su annata in consecuzione (nel nostro caso quelle dal 2012 al 2016) e da cui si preleva il 50% a ogni assemblaggio annuale e si aggiunge l’equivalente ricavato dall’ultima annata vendemmiata.

Il meccanismo (la dinamica di costruzione del vino) scelto da Lécaillon ribalta dunque il precedente: base del tutto diventa (al 35% del totale) la perpétuelle, che per ovvi motivi non sarà mai del tutto identica a se stessa (e che per scelta, questa sì, coerentemente roedereriana) non fa malolattica, conservando tutta la sua dote di freschezza: a lei si somma l’annata, costruita come mosaico di parcelle che hanno più convinto chi fa il vino, a prescindere almeno in parte dalla varietà stessa e pur rispettando ovviamente le inclinazioni del millesimo; e la correzione pennellata (12% per il Collection in defilé) di vins de réserve classici, quelli che hanno fatto legno e portano in dote complessità, “colori” gustativi e spessori diversi.

Per un risultato dunque che – è facile comprendere – non sarà mai uguale, e in fondo neanche troppo simile, a un modello fisso.
L’era della “ricetta” è finita – scandisce Lecaillon – è roba del passato. Non ci interessa più”. E vien da dire, allora, e da pensare, scherzando ma fino a un certo punto, che la “rivoluzione” del Collection va a inferire addirittura con il motto di un’altra e ben più imponente Rivoluzione: perché il celebre “liberté, égalité…” diventa in casa Roederer adesso “liberté & diségalité”. Quanto alla fraternité invece, è cosa nota che la condivisione di un buon Champagne non possa che continuare ad aumentarne l’impatto.
Ma come è arrivato Lécaillon (e, dandogli disco verde, la sua maison) a questa scelta radicale?
In coerenza – spiega – con un percorso iniziato da tempo. Con la collaborazione del mago italiano Simonit a curare le potature per meglio valorizzare le piante. Col rispetto crescente di terra e suolo che ha portato Roederer in bio e poi ad abbracciare quelle ritenute più giuste tra le pratiche di biodinamica. In una parola, e per dirla con Jean-Baptiste: meno cantina, più spazio a terra, suoli e pianta. “Dopo 40 50 anni di vita e di lavoro sul campo, ecco che alcune zone escono dal segreto, si rivelano in tutto il loro potenziale. A noi assecondarlo, coglierlo, impiegarlo“. Lo stesso cambiamento climatico ha rimescolato le carte, distribuendo in modo diverso (in alcuni casi addirittura facilitandole, in altri complicandole) le maturazioni. “Se tutto cambia – argomenta Lécailllon – come fai a rimaner fermo?“. Roederer sente il cambiamento. E – conclude lo chef de cave – vuol prenderne la guida.”
Ecco dunque il lavoro di selezione parcellare già applicato a Cristal (con il successo ben noto delle ultime edizioni) e al millesimato reclamare spazio anche sull’etichetta non base,ma ambasciatrice e colonna della produzione di casa.
La concezione di correggere i vini con le riserve fatte in legno, di far svolgere la malolattca in tutto o buona parte, nasce dalle vendemmie difficili degli anni Settanta, maturazioni ardue o incomplete, bisogno di “aiuti” di rotondità e complessità. Roederer già in passato faceva scelte opposte. Freschezza anzitutto, no malolattica, etc. Adesso per diversità di clima, saperi, consapevolezza, la battaglia su precisione e freschezza prende altre forme. Si rinnova. Non compriamo più village, ripeto, ma parcelle singole seguite direttamente da noi, con impulso forte al bio ove ancora non presente. Le lasciamo libere di esprimersi. Cercando una identità territoriale fine, resa possibile da nuove condizioni e cognizioni” .
Altro rovesciamento: chi ha detto che un millesimato dev’essere sempre migliore dell’assemblage? “Nel 2002 tutto era talmente buono e millesimabile che è nato il problema: come fare a fare un “senza annata” inferiore… Ma perché?
Allora dal 2012 ecco la scommessa della grande riserva perpétuelle. Obiettivi: “Freschezza, ma non uguale pari pari ad acidità, e durata ed energia. Le riserve vere e proprie completano la tipicità; e alla fine si cercano le parcelle – solo loro – giuste d’annata”-. Che per la Collection “ufficiale” nata col numero 242 (è la 242ma volta che si fa un vino da assemblage in casa Roederer, esiste ed è comprabile anche una “ufficiosa” 241 di prova, ma solo in poche magnum e jeroboam per curiosi amatori) hanno il compito di apportare il massimo di freschezza, salinità, profumi immediati. E sono del millesimo 2017.
Il risultato? Se ora non vi venisse detto: scordatevi ìil Prémier, tutto quanto narrato sopra svanirebbe come neve al sole. Dunque, scordatevelo. E preparatevi a uno Champagne più ampio, ricco, generoso, goloso e complesso, in cui lo Chardonnay fa ancora da gancio ma domina alla fine una accogliente solidità, allungata e corretta da una traccia salina di evidente importanza e da un filo di sottilissimo ma tenace di tannicità. Scende (non serve più tanto) il dosaggio, prima 10 e ora 8 grammi. Sale lo spettro di impiego del vino. Cresce anche la sua immediatezza di fascinazione. Non il potenziale di affinamento: anzi… E, alla grossa, neanche il prezzo. La fascia – con un minimo aggiustamento in su – resta quella del predecessore Brut Prémier.
Come già altre case (Jacquesson, Krug, apertamente citate da Lécaillon) anche Roederer mette dunque da ora in numerazione progressiva il suo vino identitario. E ne rende totalmente trasparente, tra codici di lettura ottica e note in etichetta, genesi, composizione, processi.
Cambia la natura, cambiamo noi. Perché noi siamo natura”. La chiosa di Lécaillon riguarda Roederer e Collection. Ma, evidentemente, non solo.

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