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La cultura di un territorio e le sfide in Val d’Orcia: Marco Capitoni e i suoi vini eclettici

La Toscana è davvero un luogo di straordinaria bellezza, e i suoi paesaggi agrari sono un vero spettacolo. L’Azienda Agricola Capitoni Marco, situata vicino al borgo di Pienza, nella campagna senese è un esempio di tale bellezza. 

Esiste un ordinamento nella Regione, quello agrario ad ombrello, che viene perseguito anche nel nostro tempo, dove nella parte più alta si trova l’abitato del colono e intorno tutti i terreni di pertinenza. L’azienda guidata da Marco, insieme alla moglie Antonella e al figlio Angelo è il tipico Podere Toscano che si estende su 50 ettari di terreno, suddivisi tra vigneti, bosco, uliveti e campi coltivati a prato per le pecore e le capre del casale. Registrato nella proprietà fondiaria del territorio senese fin dal 1692, questo podere è denominato “Sedime”, dal latino “Luogo dove tutto si ferma, si placa e riposa”.

Sulla strada che corre lungo il poggio e porta al casale ci aspetta il tradizionale carretto, ormai un’opera d’arte, simbolo di un passato agricolo che tirato dai buoi era adatto al trasporto dei foraggi e che una volta usurato veniva utilizzato per lavori minori legati al viticoltura considerata, nei tempi andati, un aspetto marginale dell’azienda. Ciò che contavano erano il grano e i cereali.

La collina, alta 460 metri sul livello del mare, è di fronte a Pienza, sul finire del crinale nord della Val D’Orcia, verso la Valdichiana, dove le viti trovano suoli di formazione marina, sabbie e argille plioceniche, risalenti a cinque milioni di anni fa. La spinta dei continenti ha innalzato la cresta di Montalcino, che separandola dal mare aperto, ha permesso all’acqua di evaporare nel corso del tempo lasciando testimonianze del suo passaggio. Terreni sabbiosi e molti limosi con una grande presenza di conchiglie e fossili sminuzzati,  dove affondano le radici il Merlot, i 3 cloni di Sangiovese, Canaiolo e Colorino che costituiscono il vigneto più antico impiantato nel 1974 che va a comporre il Frasi. Non da meno sono le viti più giovani che oramai hanno 22 anni.

La Denominazione che insiste in quest’area è l’Orcia Doc, una Doc giovane istituita nel 2000 dove il vitigno principale di riferimento è il Sangiovese trattato in quest’angolo di Toscana in maniere sostanzialmente differenti per arrivare a proporre etichette distinte. 

Marco ci parla di viticoltura manuale, attenta, rispettosa delle persone e dell’ambiente, di scelte consapevoli come le rese molto contenute e la raccolta delle migliori uve in termini di maturità, portate in cantina sane, ottenute nella maniera più naturale possibile. 

In questi anni si è operato un grande lavoro nei vigneti per portare le piante a cordone speronato bilaterale, applicando una coltivazione ragionata e tendente al biologico (dalla vendemmia 2023 certificata), con interventi il meno possibile invasivi, dagli inerbimenti, alla riduzione del rame e all’utilizzo sempre più frequente di induttori di resistenza come i lieviti del pane che, visti come patogeni, mettono le piante in condizioni di difendersi alzando le difese. Oppure il rame in combinazione con le resine del pino. 

Tante anche le prove e le ricerche eseguite, come su un clone di Sangiovese trovato tra i rovi su un vecchio muretto a secco, a piede franco, dal quale, dopo un’attenta analisi, sono state create circa 200 barbatelle su portainnesto. È un clone molto particolare, a cominciare dalla foglia molto lanciata con delle anse pronunciate, atipico e diverso per la varietà che si conosce. Una lunga storia di morte e di rinascita che ha portato la vita probabilmente grazie alla forza del suo profondo apparato radicale.

È affascinante scoprire la diversità e l’autenticità di questi vini attraverso le loro fermentazioni spontanee e le lunghe macerazioni. Vini eclettici il cui elemento chiave, l’uva, conferisce loro carattere e piacevolezza regalandoci calici dalle diverse sfumature. Ed è meraviglioso sentire un’accoglienza così calorosa e familiare che si respira in ogni angolo di questo luogo. Marco e Antonella sono persone davvero speciali. 

Un produttore fautore d’innovazioni, dalle soluzioni in vigna, alla ricerca, fino agli affinamenti più disparati che vanno dall’acciaio, alla barrique, al tonneau, alla botte grande e ultima arrivata l’anfora per una produzione totale molto piccola, 20 mila bottiglie l’anno.

Le tre etichette storiche sono vini che riflettono la ricchezza e l’eterogeneità del territorio, rendendo omaggio alla cultura e alla tradizione vinicola della regione.

Il Troccolone è un Orcia Sangiovese Doc 2022, la cui fermentazione e macerazione avviene in anfora di terracotta, per metà tempo sulle bucce che poi vengono tolte solo per percolazione, senza spremitura per non estrarre troppo le parti dure ed essere imbottigliato entro maggio.

Un’interessante espressione, innovativa, in un territorio dove non si utilizza questo contenitore come strumento di vinificazione perché poco pratico, che rispecchia l’idea del produttore di fare un vino legato alle tradizioni di un tempo e non all’identità territoriale. Rappresenta la quadratura del cerchio per un vignaiolo.

L’obiettivo non è avere la longevità, la struttura, piuttosto rivendicare il frutto, la piacevolezza che questo vitigno, così lavorato, può regalare. Questo vino, dal colore vivo, deve fare un viaggio breve, ha un’estrazione parca dei tannini per avere più piacevolezza che corpo. Fresco, generoso nella sua annata giovane, dalla bella tessitura che, con una vendemmia anticipata di qualche giorno, regala maggior freschezza, una facilità di espressione, la semplicità con l’accezione alta. Non rappresenta un prodotto di entrata, ma una diversa interpretazione le cui uve rappresentano un clone di sangiovese che si presta a questa tipologia ma che ha le stesse rese e lo stesso valore degli altri vini solo con una differente direzione.

Non a caso il nome Troccolone ricorda il commerciante che girava per i poderi portando piccoli utensili, cibo da scambiare con i contadini in cambio di conigli, uova, piccioni come baratto. Un nome del passato che con le conoscenze attuali riprende quel vino di allora nei sentori, nei sapori che suscitano ricordi della nostra infanzia. Una parola antica per riportare a quel trascorso, ad un vino essenziale, senza il più del legno, originariamente a rivendicare il varietale, scevro da tutto il resto perché il vino sapeva solo di vino.

Nella vinificazione Marco ha ricalcato esattamente i tempi con i quali si faceva il vino che si beveva in casa, si vendemmiava la domenica, la domenica successiva si svinava: “il vino va cavato sennò diventa troppo tosto” diceva il più anziano degli zii che si occupava della cantina. Quindi con poco corpo, bevuto ad ogni pasto, colazione compresa, prima di partire per il duro lavoro nei campi e nelle stalle.  

“Con il legno è amore e odio, non a caso sono arrivato all’anfora – conclude Marco – perché cresceva la consapevolezza della ricchezza che l’uva si portava dalla vigna”.

Capitoni Orcia Riserva Doc 2020, prima etichetta dell’Azienda rappresentativa della Famiglia e anche l’unica delle proposte che ogni anno esce sul mercato. È composto da Sangiovese per la maggior parte con un piccolo saldo di Merlot, blend che cambia ogni anno. Il Merlot serve a dare al vino quello che l’annata eventualmente non ha dato al Sangiovese, ecco perché è un blend variabile. Si scelgono i grappoli in funzione della loro grandezza e gli acini di giusta maturazione, e comunque sia, la vendemmia e la vinificazione avvengono separatamente. Le fermentazioni, alcolica e malolattica, avvengono spontaneamente come tutti gli altri vini mentre affina in legni differenti per due anni e poi miscelazione finale con la migliore sintesi dell’annata, avvalendosi di legni eterogenei, per dimensioni, per età, per provenienza. È un crescendo di morbidezza ed eleganza, dove i profumi di liquirizia e di ciliegia regalano anche alla beva una profondità di sapore, con un accenno di sottobosco a chiudere, una sapidità dominante e un tannino setoso ed integro.

Il Frasi – Orcia Sangiovese Riserva Doc 2020 è la più alta selezione della Cantina, risultato delle viti più vecchie piantate nel 1974 dalla Famiglia di Marco, in blend con un piccolissimo saldo di Canaiolo e Colorino. In questo caso, a differenza del Capitoni, si tratta di una vigna, una botte (grande), un vino. È quella referenza che esce solo nelle annate migliori, che esprime autenticità, il riflesso dell’annata e della vendemmia, l’essenza di un territorio racchiusa in una bottiglia. Un vino opulento, deciso e promettente, con una profusione di note fruttate, erbe aromatiche che si fanno avanti al palato. Grande equilibrio e finezza con un sorso elegantissimo dai richiami speziati, molto profondo e sapido.

Il nuovo progetto, Rustio Orcia Doc 2021, presenta un Sangiovese in purezza, vinificato e affinato in barrique usate per dieci mesi, con una lunga macerazione sulle vinacce, in parte con i raspi, senza aggiunta di solfiti. L’annata 2021 è stata la prima vendemmia, replicate anche la 2022 e la 2023. Possiamo affermare con certezza che la qualità è l’elemento fondamentale per apprezzare appieno questa esperienza sensoriale, da gustare lentamente, come abbiamo fatto noi, apprezzando ogni sfumatura perché Marco è un produttore molto appassionato e attento ai dettagli e la sua dedizione all’eccellenza si riflette nei suoi vini. 

Eccezionalmente sul tavolo c’è un’altra etichetta che esce una tantum. L’uomo e l’uva Toscana Igt 2019 è un Merlot in purezza piantato nelle vigne del ‘99. Le uve non utilizzate per il Capitoni sono state l’occasione per valorizzare questo vitigno coltivato in questa parte della Val d’Orcia dove il terroir è stato un fattore determinante per il profilo aromatico e gustativo delle uve.

Un nome curioso, un vino che ha atteso pazientemente il suo momento. Intenso al naso, dal bouquet di frutta a bacca scura in confettura, prugna, mirtillo, punteggiato da erbette aromatiche che ritroviamo piacevolmente alla beva assieme ad un mix di cioccolata e vaniglia. Un tannino vellutato che accarezza il palato così lungo da regalare un’effusione di note speziate piccanti, liquirizia, ciliegia matura.

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Sono un'Archivista Digitale nel campo editoriale, dedico la mia vita ai libri perché come dice Kafka "un libro rompe il mare ghiacciato che è dentro di noi". Così lo è anche il vino. Lui mi ha sempre convinto in qualsiasi occasione ed è per questo che dal 2018 sono una Sommelier Fisar, scrivo e racconto con passione sui miei canali e in varie testate giornalistiche la storia dei territori, gli aneddoti e il duro lavoro dei Produttori in vigna e in Cantina. Ho seguito un corso Arsial al Gambero Rosso Academy sulle eccellenze enogastronomiche del Lazio e presto servizio in varie eventi per il Consorzio Roma Doc e per il Consorzio Tutela Vini Maremma. Inserita con orgoglio in Commissione Crea Lab. Velletri come membro esterno per le degustazioni, sogno e aspiro a diventare con il tempo una vera giornalista.

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