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IL BRUNELLO DI MONTALCINO DI FRANCO PACENTI: DA STORIA A MITO

C’è grossa grisi” recitava un istrionico Quelo (alias Corrado Guzzanti) in un famoso sketch comico fine anni ’90.
La stessa crisi che ho vissuto io nell’assaggiare i vini di Franco Pacenti, compreso uno splendido Brunello di Montalcino vintage 2001.

Andiamo però per gradi, cominciando in primis dal racconto di Lorenzo, figlio di Franco e nipote di Rosildo fondatore nel 1962 della cantina.
Con Lorenzo l’amicizia è nata inizialmente sui campi da calcio, io da arbitro e lui da calciatore. Qualche naturale diverbio imposto dai ruoli, ma seduti al tavolo di degustazione si appiana qualsiasi divergenza.
La storia narra che nel 1988, complice visioni diverse tra i parenti, l’azienda visse una scissione profonda, con la creazione di un’altra realtà parallela storica del Comprensorio. Da allora le strade tra le due realtà di Canalicchio saranno per sempre divise.
Torniamo quindi alla famiglia Pacenti e al borgo ove risiedono da secoli.


Le origini della Famiglia Piacenti – trasformata poi in Pacenti – di nobile stirpe toscana, risalgono al 1300 senese: Muccio Piacenti, nonno materno della celebre Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia e d’Europa, fu tra i poeti più popolari e noti del suo tempo. Già dal 1400 il borgo di Canalicchio era un importante centro di riferimento per il mercato agricolo della Val di Suga, luogo d’incontro, legato alle relazioni favorite dalla viabilità e ai cicli stagionali, e di sosta per mercanti e mezzadri. Costituiva una rete di percorsi che collegavano la Val d’Orcia, la Val di Chiana, la Val d’Arbia, la Maremma ed il Monte Amiata.
Notizie belle in teoria, ma poco pratiche per comprendere appieno le dimensioni del progetto. Per chi non fosse della zona, sappia che anticamente essa era connotata da rigidità climatiche non indifferenti, appartenendo a quel quadrante Nord che scavalca Montalcino scendendo verso Buonconvento. Un versante considerato climaticamente sfavorevole a maturazioni precoci, e pedologicamente arduo da lavorare per la massiccia presenza di argille compatte di color grigio/bluastre.
Ma si sa, il diavolo fa le pentole e non i coperchi; così l’andamento crescente di temperature e del soleggiamento ha reso un territorio produttivo potenzialmente svantaggiato in una fortezza di qualità assoluta.


Persino la disposizione degli impianti, inizialmente rivolti Est/Ovest sono ora nel classico appoggio Nord/Sud a testimonianza di quanto detto.
A Franco Pacenti non interessa fare tante etichette; solo poche e ben fatte, tutte da Sangiovese Grosso nello stile della tradizione.


Lo aiutano assiduamente i figli Lisa, Serena e Lorenzo, che hanno apportato, con i propri studi, la giusta modernizzazione delle tecniche in vigna e cantina.

La conduzione familiare è pressoché totale: l’unico consulente esterno è Donato Bagnulo per la parte agronomica attuata in regime di lotta integrata.


L’ala dedicata alla fermentazione e al successivo affinamento del vino in legni grandi (da 25 e 50 ettolitri marca Garbellotto) è un autentico capolavoro architettonico, con perfetto controllo di temperatura ed umidità, ivi inclusa la nebulizzazione di vapore acqueo garantente il minimo stress al “gigante dormiente”.


Macerazione sulle bucce variabile tra i 30 e 40 giorni a seconda dell’annata e poi immediato passaggio nei contenitori di affinamento in rovere, seguendo il Metodo Nir ad infrarossi per la scelta delle doghe, secondo 4 precise caratteristiche: struttura, equilibrio, dolcezza, speziatura.


Il quadro è dunque chiaro; manca solo la cornice d’oro massiccio: l’assaggio dei vini.
Brunello di Montalcino DOCG 2016: si conferma la differenza con la 2015 dell’areale. Ancora chiuso e timido, visto decisamente in potenziale, esprime al naso quel carattere di fiori freschi che stuzzica la fantasia e che parla essenzialmente di viola mammola. Al sorso esplode la forza agrumata dell’arancia sanguinella, con tracce di ribes rosso e ciliegia croccante. Finale di cannella e liquirizia. La visione del futuro.
Brunello di Montalcino DOCG 2015: se prima ragionavamo in prospettiva, qua c’è tutto il presente della Famiglia Pacenti. Amarene sotto spirito e tannini forti e decisi nelle sensazioni più mordenti. Persistenza sia alcolica, sia di frutto, con chiusura su spezie scure e cacao in polvere. Concretezza e dinamismo.
Brunello di Montalcino Riserva DOCG 2015: il riposo del guerriero passa dai 36 mesi ai 40 di botte grande e altri 6/12 di vetro. Elegantissimo, nel suo mix tra frutta rossa e nera, che gioca ad allargarsi e stringersi tra continue tensioni e pienezza di bocca. Un filo sanguigno, molta marasca, quel tocco di menta nepitella che richiama subito un altro sorso. Ricordarsi di portarlo nel kit di emergenza qualora si naufragasse su un’isola deserta.
Brunello di Montalcino DOCG 2015Rosildo“: la selezione dedicata al padre di Franco. Le uve provengono dalla zona alta della “Vigna della creta”, ultima ad essere stata impiantata da Rosildo stesso prima di scomparire. Prima annata in commercio, con invecchiamento in legni piccoli da 10 ettolitri ed un gusto che ammicca verso sponde internazionali. Potenza e morbidezza al contempo, da marmellata di frutti di bosco, vaniglia ed emazie. Bisognerà attendere qualche anno per attenuare note boisé e poterlo ammirare in tutto il suo splendore.
Brunello di Montalcino DOCG 2001: ecco la “grisi” del finto santone Guzzanti. Ci ho pensato giorni e notti intere, poi ho capito che è inutile riflettere quando ancora hai il ricordo vivido del vino. Il mio 100/100 del 2021 eccolo qui, in tutto il suo splendore, dal goudron alla ciliegia matura, a note terziarie da grande stoffa e mai stanche, di liquirizia, caffè, sigaro sbriciolato. Infinito. Una emozione pura, liquida, che descrive perfettamente quanto amore il vino possa restituirti dopo enormi sacrifici.
Memorabilia.

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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