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Vecchie Annate – VIGORELLO 2003, San Felice, il progenitore dei “Supertuscan”

Le vecchie annate di un vino emanano un fascino speciale, soprattutto tra i wine-lovers più appassionati, che infatti si contendono queste bottiglie a suon di euro (o dollari). A questo punto bisogna però fare una distinzione fondamentale tra chi compra una vecchia bottiglia per collezionismo – e che probabilmente non berrà mai –  e chi invece la compra guidato dalla irresistibile curiosità di scoprire i profumi e sapori di un vino imbottigliato negli anni (o decenni) passati, quando il vino (in vigna e in cantina) si faceva in modo  diverso da oggi; o meglio ancora poter verificare come il tempo e/o il cambio di stile del produttore hanno influito su un vino che magari si conosce e si è bevuto anche negli anni recenti. Appartengo a questa seconda categoria (quella dei “bevitori”) e, avendo a disposizione un certo numero di vecchie annate – non quelle da centinaia o migliaia di euro che si collocano a maggioranza nella categoria del collezionismo, ma comunque vecchie tra i 10 e 20 anni – voglio condividere con voi le sensazioni che proverò ogni volta che aprirò una (o più!) di queste bottiglie. Naturalmente quando ci avviciniamo o superiamo i 10 anni di invecchiamento, intervengono in modo sempre più importante diversi fattori che possono fare la “fortuna” o viceversa rovinare un vino: conta molto ad esempio il luogo dove è stato conservato (a che temperatura, grado di umidità..), la posizione in cui è stata tenuta la bottiglia, l’integrità e la perfetta tenuta del tappo….e ovviamente l’effettivo potenziale di invecchiamento del vino/vitigno! Ma quest’ultima cosa è proprio quello che interessa scoprire, ragion per cui vi parlerò solo di quei vini che dimostreranno di aver brillantemente superato le asperità del tempo, che si presenteranno quindi in buona forma all’assaggio e con una storia da raccontare.

 

Inizio con il Vigorello dell’annata 2003 di San Felice (che allora si chiamava Agricola San Felice).

Viene considerato il primo esempio di vino Supertuscan (ci sono altre correnti di pensiero che considerano invece il Sassicaia l’esempio di primo Supertuscan; nel 1968 sono uscite sul mercato le prime annate sia del Vigorello che del Sassicaia).

E qui conviene aprire una parentesi sul significato di questa parola. Supertuscan è un termine coniato negli anni ’80 dal giornalista e Master of Wine inglese Nicholas Belfrage, poi ripreso dalla stampa anglosassone e quindi diffusosi in tutto il mondo. In sintesi serviva e serve ad indentificare i vini toscani che non rispettano le “tradizionali” regole di realizzazione dei vini toscani più noti – in particolare Chianti Classico e Brunello di Montalcino –, ovvero dei relativi disciplinari di produzione. La complicazione è che quei disciplinari sono cambiati e cambiano nel tempo. Per esempio nel disciplinare del Chianti Classico – nel cui territorio risiedono le vigne del Vigorello – non era consentito quando venne prodotto per la prima volta il Vigorello vinificare un Chianti Classico con l’uvaggio Sangiovese al 100% ( dal 1996 è possibile), ma era necessaria anche la presenza di una minoranza di altre uve autoctone, per cui chi decideva ( pochi produttori all’epoca) di realizzare in quei luoghi un vino con solo uve Sangiovese non poteva chiamarlo Chianti Classico ed il vino perdeva in quel modo riconoscibilità, soprattutto agli occhi del mercato estero. Lo stesso, e a maggior ragione, avveniva per quei vini realizzati con uve non autoctone – ovvero i cosiddetti vitigni internazionali (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot….) – che non potevano quindi fregiarsi delle denominazioni tipiche dei vini toscani. Da questa situazione, possiamo supporre, nacque la necessità per la stampa anglosassone di coniare un termine come Supertuscan, che ricordasse la provenienza da una zona d’elezione come la Toscana per quei vini che venivano giudicati di qualità paragonabile ai più blasonati Chianti Classico e Brunello di Montalcino.

I vigneti dell’azienda San Felice a Castelnuovo Berardenga

Torniamo al nostro Vigorello. Possiamo considerarlo un vino innovativo per l’epoca (il 1968) e “creativo”, ovvero che ha progressivamente modificato la sua composizione nel corso del tempo a seguito di una sperimentazione sempre più raffinata sulle caratteristiche dei vitigni autoctoni ed internazionali impiantati nella zona (dedicato a questo scopo, in particolare alla valorizzazione di alcune uve autoctone poco utilizzate all’epoca, a fine anni ’80 è stato realizzato in azienda  il vigneto “Vitiarium” che oggi ospita “in sperimentazione” circa 270 vitigni) ed al passo con le richieste del mercato. Il Vigorello nasce nel 1968 come Sangiovese in purezza, a cura del direttore di Agricola San Felice Enzo Morganti con il supporto dell’enologo Giulio Gambelli. Siamo nella zona sud del Chianti Classico nell’areale di Castelnuovo Berardenga. Come detto l’uvaggio si è modificato nel tempo, con aggiunte successive di vitigni internazionali, in prevalenza Cabernet Sauvignon e Merlot, fino ad escludere del tutto il Sangiovese nel 2006. Nelle ultime annate la composizione dell’uvaggio vede sempre Cabernet Sauvignon e Merlot in prevalenza, con aggiunta (2018) di Pugnitello e una piccola percentuale di Petit Verdot; possiamo definirlo un vino dal taglio bordolese ma con una forte impronta toscana data dal territorio.

La versione di Vigorello che vi descrivo oggi è appunto quella dell’annata 2003.

L’etichetta del Vigorello dell’annata 2003 e quella attuale

Impressioni Gustative

Toscana IGT “Vigorello” 2003 – Agricola San Felice. Alcol 12,5%, uvaggio Sangiovese 45%, Cabernet Sauvignon 40%, Merlot 15%.  Affinato in barrique  di rovere francese per 20 mesi, più 8 mesi di bottiglia. Proveniente dai vigneti che circondano l’azienda nel comune di San Felice a Castelnuovo Berardenga, a circa 400 metri s.l.m. in un terreno di medio impasto, ricco di scheletro e argille. Colore rubino scuro con riflessi granati. Profumi di frutti rossi in confettura (ciliegia, ribes nero), sottobosco e spezie (pepe nero, tabacco). Il sorso è ricco, denso, i tannini levigati e dolci, l’acidità e il frutto sono ben amalgamati. Vino in ottima forma, con le varie componenti in grande armonia tra loro; il tempo ha mantenuto intatto l’imprinting del terroir toscano, depotenziando probabilmente gli aspetti più “muscolari” del vino (acidità e tannini), facendogli acquistare però maggior finezza ed eleganza.

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Sono un appassionato del mondo del vino, mi piacciono i profumi e i sapori che ogni bottiglia di vino racchiude, le sensazioni e le emozioni che trasmette e che ognuno può interpretare in base alle proprie percezioni sensoriali. Ho frequentato diversi corsi di degustazione sul vino in ambito AIS, Slow Food, Gambero Rosso, Enotime; ho preso il diploma di sommelier AIS nel 2001. La passione per il vino mi ha indotto a svilupparne altre, in particolare per l’Olio: ho acquisito il diploma di sommelier dell’olio extravergine di oliva dell’AISO nel 2007 e quello di assaggiatore dell’olio vergine di oliva dell’UMAO nel 2014. Mi piacciono molto anche i distillati, in particolare la grande varietà e specificità del mondo del whisky. Ho collaborato per l’edizione 2018 con la guida "I vini d'Italia" de l'Espresso e collaboro con la “Guida Flos Olei“ di Marco Oreggia. Sulla testata Vinodabere mi occupo di Vino, Olio e Distillati; inoltre collaboro con le testate www.lucianopignataro.it ed Epulae.

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