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I VINI DI VILLA SALETTA TRA BORGHI STORICI E NATURA INCONTAMINATA

Geograficamente ci troviamo in provincia di Pisa, in direzione Palaia alla Località Montanelli.
La bellezza paesaggistica della Toscana sorprende di continuo nella riscoperta di borghi e territori che profumano di passato, dove è bello immaginare le frenetiche attività agricole e le vie di passaggio per i mercanti medievali.
Villa Saletta non ricorda l’ambientazione del comune di Frittole nel film di Troisi e Benigni “Non ci resta che piangere”; eppure, solo per un problema di agibilità e sicurezza, il suo ameno villaggio rurale non fu scelto per il recente Pinocchio di Garrone.
Questo perché la famiglia inglese Hands, attiva nel mondo della finanza e dell’hotellerie di lusso, non ha ancora potuto realizzare in toto i propri investimenti pari a circa 250 milioni di euro, su un’area di proprietà delle dimensioni di ben 700 ettari.

Bisognerà attendere poco affinchè questa antichissima tenuta risalente al 980 d.C., data del primo resoconto scritto sulla produzione di vino nella sue terre, appartenuta a 4 grandi famiglie come i Gambacorta e i Riccardi, abbiente famiglia fiorentina di banchieri del potente casato dei Medici, possa tornare a nuovo splendore e diventare una virtuosa promotrice del vino di qualità, in connessione con il proprio terroir.
Entro quest’anno cominceranno i lavori stabiliti da apposita convenzione comunale, che vedranno lo svolgimento di interventi a favore della comunità e si darà anche il via alla costruzione della nuova cantina ed alla creazione di un resort di lusso con 43 appartamenti, ristoranti e centri benessere.
L’investimento di circa 15 milioni di euro sarà terminato per la vendemmia 2022, su una superficie esistente di 1100 metri quadri appartenente ad un antico casolare poco distante dall’attuale cantina, già molto efficiente e tecnologicamente avanzata.

L’attuale complesso verrà utilizzato per la gestione della parte agricola, amministrativa e per la stabilizzazione dei vini con susseguente imbottigliamento e logistica.
Il biglietto da visita sembra promettente, ma quanto scritto sulla carta non può minimamente rendere l’emozione vissuta dal sottoscritto nel wine tour tra boschi, calanchi e vigneti a perdita d’occhio.


L’enologo David Landini, forte delle precedenti esperienze a Val di Suga e nelle Tenute Antinori, ha sposato il progetto fin dal principio, al punto tale da diventarne amministratore e direttore tecnico, rappresentando per lui uno stimolo di crescita importante.
Occuparsi delle varie attività produttive di Villa Saletta pare essere mestiere non semplice dovendo spaziare dal vino, alla selvicoltura con foreste di pioppi ed alla produzione di frutta, ortaggi ed olio extravergine di oliva dalla rara cultivar locale chiamata “razzo”.
In poche parole gli obiettivi perseguiti dalla proprietà sono: gestione dell’ambiente, mettere a reddito vecchi edifici recuperati dallo stato di abbandono, riscoperta delle storiche vie sentieristiche di cui la zona è circondata.


Infine, quell’attimo di follia sperimentale, che ricalca però le linee guida della coltivazione arcaica, stranamente mai fallace: una vigna tonda posta sul cucuzzolo di un vecchio poggio, dai filari perfettamente circolari e non a spirale come altre, e dalle forti diversità pedologiche tra base e cima.


La consistenza argillosa di colore rossastro con venature scure ricche di ossidi ferrosi, normalmente presente in basso, diminuisce verso l’alto diventando tufacea e calcarea. Fossili marini si possono trovare un po’ ovunque tra i vari appezzamenti, in particolare nelle zone ove si è deciso di impiantare Sangiovese a cordone bilaterale, un retaggio di quanto presente a nord di Montalcino; in fin dei conti David stesso conosce a perfezione la zonazione effettuata in quelle rinomate terre, avendo collaborato alla loro precisa identificazione.
Protezione dai venti freddi tramite le montagne dell’Abetone, escursioni termiche provenienti dagli zefiri della costa tirrenica, le splendide Volterra e Bolgheri in lontananza che rendono Villa Saletta una piccola enclave ove è possibile concentrarsi sia su varietà autoctone che internazionali, con grandi soddisfazioni enologiche.
Molta cura in vigna, pochi interventi in cantina. Tre fasi distinte e separate di raccolta delle uve, tavoli di cernita per la selezione dei grappoli migliori, ed una bottaia a temperatura ed umidità controllate, per effettuare le vinificazioni delle singole parcelle.
Si prova con successo anche una fermentazione ad acino intero direttamente in legni piccoli, per cercare di complessare al meglio la trama antocianica dei vini rossi, sulla base degli insegnamenti vigenti in Francia.
Abbiamo degustato una buona selezione espressiva dei loro prodotti e ne riassumiamo in breve i tratti salienti:


Metodo Classico Rosè Millesimo 2014 – una bollicina per iniziare, sboccatura 2020, zero dosage e satin. Remuage e degorgement manuale, da uve Sangiovese in purezza da un singolo vigneto. Rispetto ad altri omologhi toscani, che spesso esprimono eccessiva opulenza di aromi e grassezza del perlage, colpisce per agilità e finezza oltre le righe. Pecca solo per complessità finale, data probabilmente dall’annata non particolarmente felice per le uve a bacca rossa.
Resta estremamente gradevole in bocca, su note citrine e da ciliegia croccante, erbe officinali e frutta secca, da abbinare non solo come aperitivo.
Rosè 2020 – nuovo corso per il rosato aziendale, blend di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot. Dal salasso eccessivamente mordace di un tempo, si passa alla classica separazione del mosto fiore dopo brevissimo contatto con le bucce.
Un sentiero provenzale, riconoscibile fin dai riflessi color sabbia rosa, che rende il tutto più snello ed elegante negli aromi e nel gusto. Ginestra, mimosa e pesca matura in perfetto connubio.
Chianti Superiore DOCG 2016 – straordinario. Prosegue verso la ricerca della purezza; al momento i compagni di merende Cabernet Sauvignon e Merlot si contendono un magro 6% rispetto al “Re” dei vitigni toscani. Non so quanto alla fine conti realmente, forse un accenno di maggior rotondità al palato per domare qualche tannino eccessivo del Sangiovese nostrano. Quisquilie.
L’aggettivo più qualificante è tipicità, sin dalle note di arancia rossa lievemente amara, petali di rosa, macchia mediterranea, tensione minerale prorompente al sorso. Chiosa su aspetti balsamici e floreali intensi che amplificano la sua prontezza di beva.
Chianti Superiore DOCG 2017 – la cosa positiva in questi assaggi è la rispondenza dei campioni verso le annate d’origine. Dalla 2017 altro non potevamo aspettarci se non nerbo, forza muscolare, potenza fruttata.
Subentrano in sequenza amarene sotto spirito, spezie scure, densità, ma cala la freschezza di bocca con tannini ancora verdi. Il tempo ci dirà se le parti nervose verranno addomesticate su scie di miglior piacevolezza. Al momento un gradino sotto la versione 2016.
Chiave di Saletta IGT 2017 – cominciamo a ritroso questa volta, per evidenziare che gli internazionali presenti in loco, costituenti il 50% di questo blend ripartito tra Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, gradiscono maggiormente climi caldi, accompagnando il rude Sangiovese verso la pienezza di bocca.
Mirtilli maturi, pepe nero in grani e terziari di cuoio e liquirizia stuzzicanti. Armonico fin da subito.
Chiave di Saletta IGT 2016 – attacco in riduzione. Attendiamo qualche minuto e finalmente si apre su sensazioni erbacee, di bacche di ginepro, unite a marasche croccanti, glicine ed iris. Scivola via in fretta, non resistendo per lunghezza gustativa.
Annata caratterizzata da gelate e frescure primaverili che hanno creato non poco stress alle piante (ed all’enologo).
Saletta Riccardi IGT 2016 – la selezione 100% Sangiovese proveniente da un micro appezzamento collinare, ove è presente una componente di alberese e galestro a rendere le argille più sciolte. Un capolavoro di eleganza, setosità, con note di eucalipto e liquirizia a far da corredo alle piccole more di rovo, a fragoline selvatiche e ciliegine glassate. Trama tannica perfettamente integrata.
Saletta Giulia IGT 2016 – “pure cabernet” sulla scorta delle vicine eccellenze bolgheresi. China, rabarbaro e note ancora legnose, certamente necessita di altro riposo in bottiglia per esprimersi al meglio, anche se la vendemmia non è stata semplice (come sopra evidenziato).
– “980 AD” IGT 2016 – permettetemi, ma quando incontro produttori che scommettono sul Cabernet Franc, mi si accende una lampadina. Per David Landini, questo vitigno rappresenta “una grande opportunità enologica che, se coltivato a regola d’arte, coniuga perfettamente l’aspetto varietale riconoscibilissimo, con un carattere fruttato e minerale unico nel suo genere”.
Solo mezzo ettaro, per un vino dal corredo di bosco con i suoi piccoli frutti rossi ravvisabili immediatamente all’olfatto. Sorso teso, su garrigue, cassis e mirtillo, deciso, incisivo, tannico quanto basta.
Top di gamma.
Il sogno segreto, in conclusione, riguarda il progetto di realizzare anche due tipologie di bianchi, una secca ed una passita da uve quali Petit Manseng e Semillon che ben si prestano a simili espressioni in questi areali. Torneremo presto a verificare di persona.

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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