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I vini dell’Alto Adige e la cucina gourmet del Veritas a Napoli, sogno o realtà?

Riassumere l’Alto Adige come territorio di vino è un po’ come cimentarsi di fronte ad un puzzle inestricabile. Confinarne l’idea alle sole vallate immerse tra montagne verdi e altipiani assolati, significa perdere il quadro d’insieme, indispensabile per capire le dinamiche produttive interne. Partendo dai numeri, sono 5850 ettari vitati suddivisi in 4800 coltivatori l’emblema della micro suddivisione degli appezzamenti che neppure l’arcaica legge del Maso Chiuso – peraltro in parte ancora vigente – ha potuto scalfire.

Solo un sistema ben organizzato di Cooperative Sociali poteva evitare la frammentazione e l’inevitabile isolamento. Continuando con le statistiche, i 150 suoli differenti su cui si poggiano le radici delle viti sono il vero architrave di vini eterogenei, eleganti e contemporanei prima che il termine stesso assumesse quel carattere di urgenza commerciale di oggi. La produzione, invece, non può contare sui volumi immensi di altre denominazioni. Le condizioni climatiche, la biodiversità e le colture altrettanto redditizie per l’economia altoatesina costringono tutti gli attori in gioco a mantenere alta l’asticella.

Al Veritas, ristorante una stella Michelin nel cuore di Napoli, il patron Stefano Giancotti e lo chef Marco Caputi hanno accolto con grandi aspettative i vini del comprensorio dell’estremo nord ai confini italiani. Nei terreni a fondovalle con temperature più elevate si coltivano varietà a maturazione tardiva come Lagrein, Merlot, Cabernet Sauvignon o Chardonnay. Le uve di vini dotati di grande finezza, primo fra tutti il Pinot Bianco, ma anche il Sauvignon Blanc o il Pinot Nero, preferiscono invece quote un po’ più elevate e fredde – anche se tendenzialmente, al giorno d’oggi, crescono ad altitudini ancora maggiori.

E dall’ottobre 2024 la grande novità dell’introduzione di 86 unità geografiche aggiuntive (UGA), che stabilisce un massimo di cinque varietà di vitigni selezionati, meglio adattati alle diverse caratteristiche pedoclimatiche. Solo i vini DOC possono essere anche vini UGA e le quantità vendemmiali sono state ulteriormente ridotte di un quarto rispetto a quanto prescritto per i vini DOC. Infine, l’uva dei vini UGA deve provenire al 100% dall’unità geografica indicata.

 

A moderare il giornalista Filippo Bartolotta, esperto degustatore e narratore, che ha ripercorso il viaggio tra Egna e la biforcazione tra la Valle Isarco e la Val Venosta, quasi 90 chilometri di pura, autentica bellezza. La storia dei Kellermeister, a cui viene dedicata una botte ad eterna memoria quando sono costretti a passare le consegne alle nuove leve, va ben oltre il ruolo di enologi, cantinieri o direttori tecnici. Sono i sacri conoscitori di ogni segreto della cantina, spesso in dialogo anche intenso con i conferitori sul campo. Il retaggio del passato che supporta il presente ed il futuro, puntellandolo con saggezza e visione avanguardista.

In mezzo l’assaggio dei vini, con sorprese convincenti come il Sylvaner 2023 “Praepositus” Abbazia di Novacella, produttrice in Valle Isarco sin dal 1142 d.C. con l’opera attiva dei monaci agostiniani. O il Riesling 2023 “Vigna Windbichel” dell’azienda agricola Unterortl Castel Juval, forse già declinato rapidamente verso le scie idrocarburiche attese nell’evoluzione. Ad essi l’abbinamento con il piatto firma di Caputi, il lattughino arrosto con kiwi, mandorle ed erbe spontanee. O sul gambero rosso con liquirizia.

Più timido – e non poteva essere altrimenti – il Pinot Bianco Kalkberg 2023 di Cantina Sankt Pauls, sia per le caratteristiche sfavorevoli dell’annata troppo umida, sia per la naturale propensione del varietale a non concedersi subito ai profumi. Pazzesco il Müller Thurgau FeldmarsChall Von Ferner 2013 dalle sfumature balsamiche e tropicali, condite con spezie morbide suadenti. A proposito di stili che cambiano negli anni, le condizioni attuali e le modifiche nei gusti stanno portando le scelte dei vigneron verso prodotti dal residuo zuccherino pari quasi a zero, preservando le acidità maliche e riducendo la presenza del legno. Tecniche opposte pensando soltanto a un decennio fa, quando però, come nel caso del FeldmarsChall, il riposo in vetro esaltava note uniche nel suo genere, probabilmente non più replicabili. Perfetto abbinato alle trottole con peperoni, cocco, ricci di mare e tonno allitterato, dalla salinità imperante.

Chiusura finale con due primizie come Appius 2015 della Cantina San Michele Appiano e il cult Pinot Bianco “Rarity” 2009 di Cantina Terlano, nato dalla volontà ferrea dell’allora guru Sebasatian Stocker che decise di non rinunciare alle autoclavi acquistate per realizzare negli anni ’70 un metodo charmat bocciato dalla consiglio dirigenziale dell’epoca. Fusti trasformati poi in contenitori isobarici per vini bianchi fermi che resistono allo scorrere delle lancette sin dal 1979, dove restano per un periodo variabile dai 10 ai 30 anni prima di essere immessi in commercio. L’Alto Adige non smette mai di stupire.

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Scritto da

Luca Matarazzo Giornalista- Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - Relatore corsi per la Campania.. Ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Vincitore del Trofeo Montefalco Sagrantino edizione 2021 e del Master sull'Albana di Romagna 2022, Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale.

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