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Marche

I cinquant’anni del Verdicchio dei Castelli di Jesi e dell’azienda Montecappone

Cinquant’anni da celebrare con orgoglio e soddisfazione per una Doc, quella del Verdicchio dei Castelli di Jesi, che ha fatto la storia del vino italiano. E per la famiglia Mirizzi, che con l’azienda Montecappone è stata in questi decenni tra i protagonisti della vicenda e dei successi del più importante bianco marchigiano.

Per festeggiare la doppia ricorrenza “sessantottina” i Mirizzi, che gestiscono da sempre anche la storica enoteca romana Bomprezzi, hanno voluto organizzare nella Capitale una serata dal titolo “50 sfumature di Verdicchio” presso il nuovo ristorante Acciuga, abbinando le ultime annate dei loro verdicchio ai piatti dello chef Federico Delmonte, anche lui marchigiano di Fano.

Bella serata, che ha confermato tra l’altro le caratteristiche uniche di un vitigno che può essere declinato come spumante, come vino fermo e come passito, e “reggere” così una cena dalla prima all’ultima portata.

Si comincia con una novità assoluta: un Metodo Classico dell’azienda “gemella” Mirizzi, di recente acquisizione, gestita in prima persona da Gianluca Mirizzi con l’intento di proporre uno stile diverso, alternativo rispetto a quello della casa madre. Il Mirizzi Millesimè Extrabrut 2015, 24 mesi sui lieviti, fa subito centro, con una bollicina molto elegante e un carattere da verdicchio ben riconoscibile. Il dosaggio è calibratissimo e il bicchiere si dimostra perfetto come aperitivo e in accompagnamento ai gustosi antipasti preparati da Delmonte: l’acciuga marinata con focaccia al vapore, il raviolo fritto, e soprattutto la raffinata capasanta con cocco, cipolla e lime.

Il cuore della produzione di Montecappone (175 mila bottiglie annue divise in 15 etichette), supervisionata dall’enologo Lorenzo Landi, è senz’altro il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Federico II A.D. 1194, che nell’edizione 2016 presenta evidenti profumi di grano, erbe aromatiche, agrumi; al sorso coniuga una struttura non indifferente con un una notevole bevibilità; il finale è saporito, con un’eco di mandorla dolce. A tavola è andato d’amore e d’accordo con i fusilli alle cozze, ma la sua versatilità lascia immaginare abbinamenti anche con i piatti di carattere della tradizione romanesca: carbonara, cacio e pepe.

Il secondo primo, riso cacio e pepe con bergamotto marinato, di concezione piuttosto estrema e dominato dall’agrume, ha invece messo a dura prova il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Utopia 2015, affinato in cemento. Dal canto suo il vino sprigiona al naso interessanti note di pesca matura, uva spina, salvia; in bocca è senz’altro più glicerico del precedente, si espande più in larghezza che in lunghezza, il tutto compensato però da sale e succosità; in persistenza lascia intravedere ancora qualcosa di inespresso, che probabilmente verrà fuori con il tempo. Ecco perché la mossa di Gianluca Mirizzi, che ha portato qualche magnum dell’Utopia 2008, ci sembra più che azzeccata. Già l’olfatto è molto più complesso, con fieno, distillato, anice, toni floreali e balsamici, anche una sfumatura affumicata; la buona evoluzione si conferma all’assaggio, con una materia integra, magari non di lunghissima persistenza ma caratterizzata da un’estrema freschezza davvero gradevole in un vino di dieci anni.

 

 

 

 

 

Il vero azzardo arriva con il secondo, l’ottimo cuore di costata con melanzane, dove la precisione nella cottura della carne è clamorosa. Entra in scena infatti l’outsider, prodotto dalla Mirizzi (che per ora si limita a cinquemila bottiglie in totale, Extrabrut compreso): il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Ergo 2016, che come accennato vuole rappresentare uno stile diverso di Verdicchio, legato alla corrente “alsaziana” che a Jesi e dintorni ha fatto proseliti negli ultimi lustri, e che ha dato vini di grande volume (anche alcolico) e complessità, un po’ larghi e burrosi ma spesso molto piacevoli e intriganti anche per le svariate possibilità di abbinamento. Con questo piatto, ma il parere è personale, non si scappa dall’accoppiata con un rosso (di media struttura). Ad ogni modo l’Ergo, che affina in parte in anfora, si fa apprezzare al naso con note di frutta matura e pasticceria; il sorso è voluttuoso, ampio e dolce ma ben contrastato; la chiusura è lunga e non banale, contrassegnata da pesca e zafferano. Forse al suo meglio con qualche pietanza speziata della cucina orientale.

La dolce chiusura è affidata a una preparazione molto fresca ed equilibrata di Delmonte, anche con l’ausilio dell’ottimo olio extravergine d’oliva di Montecappone e al Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito Resio 2007: accoppiata perfetta che chiude una serata che ha onorato al meglio cinquant’anni di storia del Verdicchio.

Nato nel Luglio del 1969, formazione classica, astemio fino a 14 anni. Giornalista professionista dal 2001. Cronista e poi addetto stampa nei meandri dei palazzi del potere romano, non ha ancora trovato la scritta EXIT. Nel frattempo s’innamora di vini e cibi, ma solo quelli buoni. Scrive qua e là su internet, ha degustato per le guide Vini Buoni d’Italia edita dal Touring Club, Slow Wine edita da Slow Food, I Vini d’Italia dell’Espresso, fa parte dal 2018 della giuria del concorso Grenaches du Monde. Sogna spesso di vivere in Langa (o in Toscana) per essere più vicino agli “oggetti” dei suoi desideri. Ma soprattutto, prima o poi, tornerà in Francia e ci resterà parecchi mesi…

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