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AMARCORD IN ROMAGNA – i vini di Fondo San Giuseppe e la scelta coraggiosa di Stefano Bariani

Una chiacchierata con Stefano Bariani infonde sempre grande serenità. Per mio mantra ricerco, nel comporre un articolo, una storia personale celata dietro un progetto. Quella di Stefano, quando nel 2008 fu l’anno zero di Fondo San Giuseppe, era già ricca di tanta esperienza, audacia e coraggio. Non si è accontentato della vita nel paesello neppure dopo aver terminato gli studi in agraria; il Bariani voleva di più anche a costo di sacrificare spazio e tempo agli affetti personali (per sua fortuna molto comprensivi). Ecco lo scopo di arrivare, costi quel che costi, a tu per tu con Angelo Gaja che lo volle immediatamente in Piemonte quale consulente agronomo delle tenute. Ecco, infine, la volontà temeraria di affrancarsi, dopo 7 anni, dallo storico produttore per diventare vigneron in proprio.

I mezzi economici scarseggiavano agli inizi. A Brisighella la terra costa poco, ma per le istituzioni finanziarie vale anche meno quando si tratta di aprire i cordoni della borsa. Il credito te lo devi creare in primis mettendoci la faccia, partendo da zero e con l’aiuto al massimo di amici e parenti. Nel frattempo Stefano lavora in parallelo a San Patrignano (per tutti “SanPa”) come consulente commerciale. Anche questa esperienza lo segnerà nel profondo dell’animo, osservando tante sofferenze, ma anche la voglia di riscatto sociale dei suoi ospiti. Lo arricchiranno di una calma serafica utile nell’anno 2013  per concentrarsi appieno sul suo sogno avviato.

Gli appezzamenti vitati scelti sono confinanti con quelli dei fratelli Babini; alcuni ceduti da loro stessi al nuovo vicino che doveva preoccuparsi di individuare pure chi lo aiutasse nella vinificazione. Dopo vari passaggi approda finalmente nel porto sicuro di Francesco Bordini, enologo figlio d’arte e patrimonio della comunità romagnola, avviando parimenti i lavori della nuova cantina modernissima.

Il territorio è una sfida impegnativa: non è quello dai morbidi declivi alternati da calanchi dei colli di Brisighella. La sottozona Valpiana rappresenta piuttosto la parte pedemontana che sale lungo l’appennino tosco-romagnolo, dalla roccia arenarica durissima e dalle forti vene gessose con vini di carattere e longevi. Stefano si concentra prevalentemente sulle varietà a bacca bianca, favorite dalle altitudini elevate e dalle esposizioni a oriente. Sono due i suoi amori, l’Albana che definisce il “nebbiolo dei bianchi” ed il sempiterno Trebbiano, proposto in varie espressioni tra le quali il montanaro ed il clone della fiamma.

L’esperienza piemontese gli ha insegnato a dare uno sguardo anche a quanto accade all’estero: ne ricava l’attaccamento per il Riesling Renano e lo Chardonnay, entrambi impressionanti negli assaggi.

E cominciando nella loro sequenza abbiamo il Tèra 2020, una delle migliori espressioni di Trebbiano prodotta in Italia. Inox e cemento i contenitori di vinificazione scelti oltre una piccola massa del fermentato inserita in tonneau. Niente malolattica. Favorita la massima fragranza floreale vestita di bianco come i fiori del gelsomino. Dolce il richiamo da mela golden matura, erbe aromatiche e nuance di timo e dragoncello nel finale. Sorso lungo, teso, sapido e agrumato: la genesi perfetta del connubio tra suolo ed anima.

Le vigne di Chardonnay del Caramore sono di antica memoria e speriamo reggano ancora un bel po’ prima di essere dismesse per giunti limiti di età. Il trattamento di quiescenza non si può dare ad un vino così saporito, con note di cipria, ananas, tabacco dolce e mandorla essiccata. Rotondo e duttile negli abbinamenti gastronomici, dal pesce alla carne bianca o, semplicemente, una amabile conversazione.

Eccolo! Il capolavoro si chiama Fiorile di nome ed Albana di cognome. Un vino senza tempo, stringente ed affilato nella 2020, struggente e terragno con sbuffi idrocarburici nella 2015 assaggiata in successione. C’è tutto quanto possa donare il varietale iconico di Romagna, compresi 9 g/l di acidità gessosa e vibrante. Finalmente ha ricevuto i giusti riconoscimenti che meritava dalla stampa di settore e noi di Vinodabere non potevamo certamente essere da meno.

Il Ciarla è la follia bariana a base di Riesling Renano che Fondo San Giuseppe interpreta con stile ed originalità, prendendo spunto, ma senza copiare il compito di altri. Il frutto candito di cedro e lime non si smarca dalla consueta vena salina, dimostrando un comportamento irrequieto da Francia del nord. Entra teso in bocca, si allarga a ventaglio su zagare ed arance tarocche, per poi rientrare in posizione verticale. Un missile senza freni.

Il Collanima 2020 è invece il futuro. L’impegno che l’azienda sta riversando verso un altro clone di Albana, varietà “rossa”, totalmente diversa da quella bianca, con un piccolo saldo di Centesimino a dare maggior piacevolezza attenuando sensazioni erbacee. C’è da lavorare molto, ma le basi sono buone e per pochi e rari esemplari prodotti vale la pena attendere.

“Nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili” (cit.). I tuoi vini lo sono già pienamente caro Stefano.

 

 

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - Relatore corsi per la Campania. Ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Vincitore del Trofeo Montefalco Sagrantino edizione 2021, Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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