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Mare e Vitovska – Vitovska in Morje 2026

La lentezza.

È bello arrivare a Trieste e sul Carso. Bello anche perché ci si arriva lentamente.

Arrivando lentamente a Mare e Vitovska – Vitovska in Morje mi sovviene che questa è da sempre un’evenienza nelle mie corde. Semper in corde meo, sempre nel cuore e impressa nel ricordo.

Perché? Perché è lenta e perché l’esperienza insegna che lassù ritrovi persone tra le migliori e hai tutte le possibilità di conoscerne almeno una tra le migliori ancora sconosciute. Così è stato in precedenza, così anche questa volta che era la undicesima. Per giunta, Trieste e il Carso sono belli perché danno da pensare. In senso letterale. Viaggiando in lentezza c’è sempre più tempo e agio di pensare: e per pensare, forse qualcuno ancora lo ricorda, ci vuol tempo.

Per giunta quella della Vitovska è una festa lenta anche nel senso indicato da chi scrisse che “Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria e il grado di velocità direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Era un esule ceco.

Questa festa dura da vent’anni ed è lenta come lo sono Wanderlust e Fernweh, o i passi sulle zolle infiammate dal solleone e quelli di gambe lunghe sugli arenili – che qui, in verità, sono per lo più di cemento; lenta come le glorie del disteso mezzogiorno, i pomeriggi estivi, quelli dei fauni, i tramonti sul Golfo. Lenta e rimembrante come le sere fate d’ombre di Rilke, che a Duino fu di casa, e quelle dei di’ di festa come questo; come la Strada Napoleonica e le serate in osmiza, o le insegne che si spengono dell’ultimo caffè quando a Duino si è fatta notte ma molti ancora si tuffano. Come Dylan Thomas che si arrabbia: “Rage, rage against the dying of the light”. Come le lente ore piccole o antelucane di chi prende il fresco sulla banchina con l’ultimo calice.

Questa è Mare e Vitovska – Vitovska in Morje tra working hours e afterhours. È ancor più lenta e bella, in quest’anno del ventennale, per la sorpresa del passaggio in barca tra i due Castelli, da Duino a Miramare e ritorno, attraverso quaranta minuti d’οἶνοψ πόντος, il mare uno descrisse così, con un appellativo che più adatto a questa festa proprio non si potrebbe. Era un aedo cieco.

Per quanto sopra e per vent’anni di considerazioni e appunti concludo che è bello arrivare qui perché Trieste e il Carso corrispondono per me a una partizione lenta del campo di esistenza: quella definita da un esule ceco, da un aedo cieco, da due castelli. Aggiungiamo i pastini, l’altopiano sullo sfondo, le terre dure e bianche, quelle scarse e rosse, le teste dure, i caffè di Cergoly e quelli di oggi.

 

 

Little is left to tell – or perhaps not quite so little?

La storia potrebbe sembrare la stessa e all’apparenza lo è, perché ci sono i volti consueti, i saluti, gli sparuti abbracci. C’è la convivialità austera e creativa di Avguštin Devetak, della sua famiglia e della sua brigata alla Lokanda; lui che, come recita un articolo di qualche tempo fa, fa l’oste con mestiere e cuore[3] e imbandisce le tavole e, con quelle, tre ore buone di fuga dall’apparato tecnico della modernità liquida con la sua povertà di relazioni e di senso.


Ci sono i registi, i tecnici, i promotori e gli organizzatori ma restano sullo sfondo o fanno sobrie apparizioni. Ci sono i fotografi, che fanno molte foto e molto belle. Non ci sono agiografi. C’è Luca Sarais di Cantine Isola a Milano, nuovo Cavaliere della Vitovska. E poi ci sono i relatori. Quelli cambiano, anno dopo anno, e a volte tornano. Doveva esserci Carlo Petrini che aprì l’edizione del 2022 e si appassionò alle trde glave[2], ai frutti del loro lavoro e le incoraggiò. Era stato invitato per aprire anche questa, purtroppo non ha fatto in tempo. Nel 2022 Duino lo aveva accolto come uno di casa. Uno che era già stato di casa prima di lui, invece, aveva scritto un Requiem che si presta bene a questo ricordo:

… Ich will mir von den Gärtnern viele Blumen

hersagen lassen, dass ich in den Scherben

der schönen Eigennamen einen Rest

herüberbringe von den hundert Düften.

Und Früchte will ich kaufen, Früchte, drin

das Land noch einmal ist, bis an den Himmel.

Denn Das verstandest du: die vollen Früchte.

Die legtest du auf Schalen vor dich hin

und wogst mit Farben ihre Schwere auf…

… Dai giardinieri mi farò elencare

molti fiori, così che nei frammenti

dei bei nomi propri possa riportarne

dei cento profumi un resto.

E frutti comprerò, frutti, nei quali la terra

ancora s’indova, fino al cielo.

Ché tu, sì, la capivi, la pienezza dei frutti.

E li posavi su piatti davanti a te

e pareggiavi ai colori il loro peso…

 

Ecco poi a Duino vignaioli e ristoratori, apicoltori e distillatori, pasticceri e gelatieri che, con poche eccezioni, sono gli stessi delle scorse edizioni e non tornano per far presenza, networking, sistema, post e storie e reels – oddìo, qualcuno forse sì, ma sono effetti collaterali. Tutti più relati che connessi: ti parlano, parlano con gli altri, parlano anche tra loro e, quando parlano, guardano negli occhi.

Duino è lo spazio di un minimo miracolo che si ripete nel tempo ma mai uguale: non è mai stata veramente una fiera, ha piuttosto funzionato come luogo per incontri fuori tempo, cioè nel tempo ritrovato, liberato da frenesie e convenienze, esigenze e latenze da influenti e influencer. Così, se proprio fiera dev’essere chiamata, questa è una delle più conviviali e il suo miracolo di convivialità si ripete da vent’anni. Essendo scettico sulla possibilità che il vino nel suo racconto stanco e iterativo, memetico e derivativo possa dire qualcosa di nuovo, forse è per questo unicum di convivialità che ci torno sempre volentieri. Specialmente per questa, che è stata per me l’undicesima partecipazione, è poi arrivata a sorpresa una ragione di rinforzo. Da lontano, da Pollenzo, grazie a una diplomata dell’UNISG fondata da Carlo Petrini:[1]

 

“È rimasto poco da scrivere del vino? Dato che almeno per me il vino è una forma d’arte, un’espressione di un’artista dove la tela è la cantina e i materiali non sono né i colori, né l’argilla ma invece l’uva, il clima, il know-how, non credo sia possibile esaurire argomenti, idee, teorie, pensieri nuovi sul vino. Ci troviamo qui, oggi, grazie all’audacia e alla creatività che era ed è condivisa e scritta nella storia di monaci, vignaioli, giornalisti, appassionati eccetera. Il mondo vitivinicolo ha conosciuto parecchi cambiamenti e continuerà a conoscerli. Quindi, che cosa resta da scrivere? Tantissimo. La domanda potrebbe anche essere riformulata: che cose ci sarà da scrivere, cosa ci aspetta di nuovo?”

Ha ragione lei. Ci saranno sempre cose da scrivere, fintantoché ci si aspetta qualcosa di nuovo.

Di nuovo, tra l’altro, vi sono stati Nataniel, il gin del mio eccellente locandiere Aleš Pernarčič (Farma Jakne) e, per restare in tema, la Masterclass condotta da Fabrizio Gallino.

 

La Masterclass.

Per scelta del relatore la disamina procede dall’annata 2023 e affronta a seguire la 2019, la 2018 e la 2006, ciascuna in tre diverse interpretazioni. La vendemmia 2023 è rappresentata dai vini di Ostrouska, Kocjančič e Merlak: Ostrouska e Merlak sono una quintessenza dell’essenzialità – una pentessenza – in quanto dritte, sapide, knochentrocken (più la prima della seconda), sommarie nei cenni d’erba medica, buccia d’uva e pompelmo, tese, vibranti e dissetanti al palato con appena qualche grammo supplementare di polpa per la seconda. Dopo la doppia sferza d’apertura, col terzo vino arriva anche più polpa insieme al nerbo, infusi e coessenziali, in equilibrio nonostante la giovane età, uniti a tornire e innervare la ’23 di Kocjančič che è tanto buona, quanto vitale, vibrante e giovane. Toglie sete, mette fame.

Di grande vocazione gastronomica sono anche le tre 2019 a cominciare da quella di Grgič: un inno bohemien a energia, spigliatezza, libertà e tavola. Difficile astenersi dal berlo, dovendolo prima commentare: ventaglio vegetale composito (uva, agave, cardo, borragine, mela) ma delicato, dirittura e beva trascinanti, freschezza infusa, calore poco. Un tracciante con dominante sapida e risolta sulla tonica che è fresca. Applause ed encore. Cacovich arriva come un Michael Spinks dopo Nino Benvenuti: c’è più polpa, più estrazione a equipaggiare il liquido di un plus di frutta gialla oltre a erbe amare e cenni balsamici di cera e incenso. L’azienda è a Longera, frazione di cui si raccomanda altamente la visita trattandosi di una Trieste altra, fuori da quella più nota, lontana da souvenirs e immaginari di prammatica, certamente più lenta e riparata. Cacovich produce anche eccellenti mieli da arnie alloggiate nelle vigne. Chiude il terzetto Milič Zagrski con la sua Vitovska ampia e intensa all’olfatto con erbe di campo, scorza d’arancia, miele, asparagina e un inedito mango, nonché forse la più solare e matura nella resa fruttata al gusto: all’asciuttezza e alla mineralità sapida abbina infatti pera e frutta gialla matura, un andamento più largo, una cadenza più rotonda e saporosa.

A rappresentare la 2018 è un altro trio di vaglia: apre Damijan Milič con una Vitovska che rappresenta gli esiti fausti delle vinificazioni in bianco e delle loro evoluzioni. Vino d’ispirazione kantiana – intendendo Edi, non Immanuel – per i pochi e soffusi profumi erbacei-floreali, teso, eminentemente secco, risolto e dissetante al palato, fresco e salino. A seguire, la 2018 di Gregor Budin cambia sfondo e racconto: ampia all’olfatto con note erbacee e floreali (tiglio, borragine, rucola, caprifoglio), minerali (pietra focaia) e fruttate-mature ben composte, avvolgente nel prendere il palato, molto sapida e fresca, di lunga persistenza con finale fondente di sale e frutta bianca matura. Chiude il crescendo di presenza e corpo il vino di Bajta: ampio ed elegante, ha profumi di miele, pera matura, mandarino, spezie dolci e frutta tropicale su uno sfondo delicatamente iodato e affumicato. Al palato è fine, teso, di grande struttura, molto asciutto, aereo e soave nello sviluppo aromatico, di lunga e avvolgente persistenza sapida e fruttata.

Un backflip di ben undici-dodici anni per atterrare nel 2006 di Skerlj, Škerk (sostituita dalla 2007, ndr) e Zidarich e confermarlo tra i millesimi amati. Skerlj tradisce l’età solo nel colore ambrato, dopodiché racconta che il tempo ha fatto il suo corso ma il suo segno non è cicatriziale, anzi: il vino è ampio e profondo all’olfatto con scorze d’agrumi candite, miele, terra, uva, frutta da guscio e di tutte le erbe un fascio. Avvolgente al palato per presa e sviluppo energici e salinità infusa; agile e risolto negli aromi di fiori secchi, tisane, curcuma e, di nuovo, tante erbe amare, agrumi canditi e radici; intatto nella dote minerale sapida e pietrosa che accompagna il finale delicatamente amaro. Anche quello di Škerk è un vino di naturale giovinezza, che al sorso fa sfoggio di una verve ancora… verdeggiante: mimetico il naso di caramello, legno di rosa, bergamotto e albicocca candita. In bocca è fine, fresca, vibrante pur risultando ampia e succosa, di grande definizione nelle note erbacee (ruta, cardo) e nella mandorla, vivificata da notevole sapidità. A chiudere la Vitovska 2006 di Zidarich che negli ultimi 20 anni, insieme alla 2010 è stata per me uno dei riassaggi più frequenti. Naso amarulento di fiori secchi, caffè, cumino, acqua di mandorla, canditi e tostature. La nervosa, succosa freschezza primigenia è ora risolta in ampiezza tornita di frutta matura, fiori secchi, miele, arancia candita ed erbe amare. La sapidità gestisce una dinamica gustativa elegante, coinvolgente e di durevole impressione con lungo finale di albicocca candita, erbe e sale.

 

[1] Così in un articolo de Il Cucchiaio d’Argento.

[2] Nel discorso di apertura dell’edizione 2022 Carlo Petrini (1949-2026) definì affettuosamente trde glave – teste dure – i viticoltori del Carso.

[3] Mayté Losada, che ringrazio per il consenso espresso alla pubblicazione del suo scritto, ha da poco conseguito il diploma del corso di perfezionamento scientifico e di alta formazione, edizione 2025-2026, presso l’UNISG di Pollenzo (Executive Master in Cultura e Management del Vino: https://www2.almalaurea.it/cgi-asp/lau/corsi/dettaglioCorso.aspx?ID=115651&popup=1)

 

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È legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un'immagine del vino che corrisponda ai miei desideri? Boh. Nato in un'annata problematica del mio vino del cuore, dopo attenta valutazione delle soluzioni per ovviare a questo frustrante retaggio, eureka! Ho avuto tre figli in annate da non meno di quattro stelle.

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