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SURPRISING CALABRIA: anno zero – Viaggio nel territorio di Enotria – parte prima

Forse siamo a un punto di svolta, almeno questa è l’impressione (e anche l’auspicio). Che in futuro si abbandoni il riferimento a questa regione pensando alle Calabrie, luoghi che con estremo ritardo e fino a un recente passato sono stati deficitari nella comunicazione della propria esistenza, nel promuoversi, valorizzare le proprie specialità. Un diritto a pieno titolo che la regione avrebbe dovuto esercitare, difatti nessuno può contestare sia sprovvista di eccellenze in svariati campi.

Anticamente si era soliti distinguere la Calabria Citeriore, a settentrione con influenze culturali latine, dalla Ulteriore con ascendenza greca e situata nella parte meridionale. In seguito quest’ultima ebbe un’altra scissione in Prima e Seconda Ulteriore. È ciò che sono alla base della nascita delle tre originarie province, Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, alle quali si aggiungono Crotone e Vibo Valenzia dal 6 marzo 1992.

Una suddivisione radicata nella popolazione che assieme ad altri fattori ne ha impedito un adeguato sviluppo.

Tuttavia siamo ottimisti, grazie a quanto visto nel tour Surprising Calabria organizzato da Cronachedigusto al quale ho partecipato con estremo piacere, e pensare che tutto ciò appartenga al passato, che d’ora in poi si debba parlare unicamente della Calabria, quella con il suo splendido mare e dei monti che a tratti ricordano le Alpi; quella dalla variegata gastronomia (i ricorrenti peperoncini piccanti di Soverato e la ‘nduja di Spilinga non sono che la punta di un iceberg) e dell’olio e del vino, che è anche la ragione per cui siamo stati invitati; quella della cultura, un esempio su tutti il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria che ospita gli immensi Bronzi di Riace; insomma quella delle Sue cose belle e nient’altro, poiché di ciò che è poco edificante se n’è parlato a sufficienza e non aiuta a uscire dal disagio, o quantomeno non serve farlo in occasioni come questa che hanno l’obiettivo di promuovere la splendida regione.

Del cambiamento percepito (qualcosina è ancora da definire meglio come più avanti umilmente suggeriremo) dobbiamo ringraziare la nuova generazione senza alcun dubbio, meno introversa e invece aperta al confronto, poiché solo con esso si può andare “oltre”, giovani capaci non solo di viaggiare nel mondo (i calabresi lo fanno da sempre, come mio padre che si trasferì a Roma a metà degli anni ’50), ma soprattutto di tornare nei luoghi natii arricchiti dall’esperienza maturata.

Occorre peraltro ricordare, quasi obbligati a farlo, che ci troviamo nella terra del vino, l’Οἰνωτρία come anticamente i greci definivano la Calabria, il luogo, come sostiene il claim promozionale, dove tutto è cominciato, la enotria patria soprattutto del Gaglioppo, il vitigno più diffuso, a bacca rossa, ricco di tannino e di polifenoli, dai richiami di amarena e speziati, scarso di colore, al quale talvolta si aggiunge per ravvivare tonalità ed eleganza il Magliocco Dolce (chiamato anche Greco Nero oppure Lacrima), o il Magliocco Canino altrettanto scuro ma con note più verso la piccola bacca rossa, e per quel che concerne l’uva a bacca bianca il Greco Bianco, di antichissime origini, morbido, fruttato e con sentori minerali, e ultimo ma non per ordine d’importanza il Mantonico, che a noi piace assai e ci auguriamo si diffonda maggiormente, per via della sua freschezza, acidità e carica aromatica di agrumi, frutta gialla, oltre alle erbe mediterranee; e non solo di questi menzionati bisogna parlare, perché i vitigni autoctoni recensiti in regione sono circa 280.

Il viaggio consisteva nell’attraversarla tutta, e fermarsi nelle zone più nore della produzione vinicola, dal mar Tirreno allo Ionio, per giungere fino allo stretto che la divide dalla Sicilia, iniziando dal cosentino, poi nel Cirò che per anni ha fatto sì che non si obnubilasse che in questa regione si produceva il vino, e ancora Lamezia, Melissa, Bivongi… e se dovessimo scegliere un motivo musicale da accompagnare al viaggio certamente è Changes di David Bowie.

 

Still don’t know what I was waitin’ for

And my time was runnin’ wild

A million dead end streets and

Every time I thought I’d got it made

It seemed the taste was not so sweet

So I turned myself to face me

But I’ve never caught a glimpse

How the others must see the faker

I’m much too fast to take that test.

 

Per quel che concerne le denominazioni, al momento la Calabria prevede le seguenti:

una Docg, Cirò Classico, in provincia di Crotone, ottenuta in questo 2025; nove Doc, tre in provincia di Crotone, Cirò, Melissa, e S. Anna Isola Capo Rizzuto; due in provincia di Catanzaro, Lamezia e Scavigna; due in provincia di Reggio Calabria, Bivongi e Greco di Bianco; una in provincia di Cosenza, Terre di Cosenza, e infine una spartita tra Cosenza e Catanzaro, Savutodieci Igt, ben sei in provincia di Reggio Calabria, Arghillà, Costa Viola, Locride, Palizzi, Pellaro, Scilla; due in provincia di Crotone, Lipuda e Val di Neto; una in provincia di Catanzaro, Valdamato; e una, Calabria, destinata all’intera regione.

La superficie vitata ammonta a 8.870 ettari (contro i 693.000 nazionali, il che significa 1,28%), collocati 50% in collina, 42% in montagna, 8% in pianura, e una produzione complessiva di 268.000 ettolitri di vino (contro i 48.000.000 nazionali, cioè lo 0.56%). (fonte Censis 2024).

Tutto ciò testimonia come la regione dove tutto è cominciato, rispetto al patrimonio enologico italiano è ben poca cosa. Eppure con i suoi 15.221 chilometri quadrati è l’ottava in dimensioni (circa il 5% del territorio nazionale), occorrono 250 chilometri per attraversarla tutta, e ha uno sviluppo costiero di quasi di 800 chilometri (quarta dopo Sardegna, Sicilia e Puglia), infine considerando lo Stretto di Messina, la Calabria sì che è bagnata da tre mari (altro che l’Abruzzo).

Ma torniamo al nostro viaggio partendo dal cosentino con il banco d’assaggio tenutosi nella straordinaria Villa Rendano a Cosenza, edificata sul colle Triglio a metà dell’ottocento, edificio di tre piani ispirato allo stile rinascimentale con annesso parco dove domina una fantastica vista sulla città.

La nostra impressione è che ancora non ci sia univocità di vedute, e si passa da produttori tradizionalisti, i quali avrebbero necessità, a nostro parere, di confrontarsi col mondo del vino fuori della regione, a chi invece segue una strada moderna. Basandoci esclusivamente sulle aziende che hanno scelto di partecipare al tour, ne abbiamo scelte tre, quelle che sono sembrate più convincenti.

CANTINE VIOLA

L’azienda nasce nel 1999 grazie a Luigi Viola, classe 1941, che ho avuto il grande piacere di incontrare assieme ai figli Alessandro (responsabile di produzione) e Claudio (responsabile commerciale).

Luigi è un maestro elementare di Saracena, paese a seicento metri di altitudine situato nel Parco Nazionale del Pollino, che a un certo punto della sua vita si dedica a salvare dall’estinzione un vino d’antiche origini, responsabile per cinque secoli di gratificare il palato dei papi, come Pio IV. Si tratta di un vino passito, un nettare che nessuno in loco intendeva seguitare a produrre. Un grande impegno dei Viola che dopo cinque anni nel 2004 ha portato al riconoscimento del Moscato di Saracena come Presidio Slow Food, grazie al quale ora sono cresciuti a cinque i produttori di questa tipologia di vino.

L’azienda lavora in biologico, certificata Bioagricert, nei cinque ettari vitati, e le cinque etichette prodotte dalla cantina totalizzano 15.000 bottiglie l’anno.

Il Moscato Passito Luigi Viola Saracena nato nel 1999, mi è noto da due decenni grazie a un amico di Saracena. Un vino dall’elaborazione affatto semplice che inizia con la raccolta a fine agosto di grappoli di Moscatello e Duraca di Saracena messi in cantina ad appassire. Un mese dopo si vendemmia la Guarnaccia Bianca e Malvasia in parti eguali, il cui mosto è bollito. Raffreddato e messo nelle vasche, gli si aggiunge una selezione dell’uva oramai appassita schiacciandone i chicchi manualmente, uno a uno, con un apporto complessivo di circa il 25% della miscela. Una volta che gli acini avvizziti sono immersi, i lieviti indigeni presenti sulle loro bucce avviano la fermentazione del mosto cotto la quale dura per sei mesi, aromatizzandolo. Dopodiché si compie un travaso per eliminare l’uva e le fecce, mentre il vino rimane nella vasca ad affinare per un anno, e infine è imbottigliato. Insomma, un impegno non da poco che chiarisce la ragione per cui il vino stava per estinguersi. Il 2021 provato dimostra tutta la sua succulenza fruttata, richiamando ricordi di fichi bianchi, albicocca secca, uva sultanina, e di agrumi canditi, ma non si priva della presenza di note d’erbe aromatiche, come ci è parso timo e camomilla, e di tè verde. Il sorso pastoso e glicerico non stanca perchè è supportato dall’acidità e dalla sapidità, con ritorni di arancia candita, uva passa, e una morbidezza da miele ai fiori d’arancio. Lunghissimo è il finale, intonato ancora sui fichi dottati e di dattero. Immancabile per gli amanti dei vini passiti, che consiglio d’abbinare ai formaggi stagionati, possibilmente di latte ovino, ed erborinati se sapidi, come il Roquefort, lo Strachitunt, lo Stilton, e il Cabrales.

Tuttavia, giacchè il passito non c’era ignoto, la vera sorpresa è stata l’assaggio d’altri due vini della cantina Viola che non conoscevo, forse offuscati dalla rinomanza del primo e dal fatto che sono relativamente nuovi, il che in parte riscatta l’ignoranza di ciò che avviene in una regione che non ha mai adoperato il megafono.

Si tratta del Biancomargherita concepito per la prima volta nel 2014, del quale abbiamo testato l’annata in commercio 2021. È un vino a base di Guarnaccia Bianca al 65% e Mantonico Bianco al 35%, le cui uve subiscono una macerazione per 4/6 ore con la fermentazione in vasche d’acciaio, e circa un 10% della massa in barrique dove svolge anche la fermentazione malolattica. Dopo 12 mesi si uniscono le vinificazioni e si imbottiglia. Gustoso, dalle note fresche legate al minerale-iodato, ci ha regalato garbate sensazioni floreali, di erbe aromatiche come la salvia, e al palato ha dimostrato tutto il suo equilibrio, con sorso teso e vivace, e una beva prolungata e semplice vocata all’agrume, protagonista del finale.

Il secondo vino, nato nel 2012, è il Rossoviola del quale abbiamo gustato sempre l’annata in commercio 2016. Si tratta di un Magliocco dolce in purezza che compie 30 giorni di macerazione, vinifica per un anno in barrique nuova, dopo il quale ne trascorre ulteriori cinque, almeno, in bottiglia. È un vino schietto, fresco all’olfatto, con note di frutta matura, e che al palato si armonizza grazie a setosissimi tannini, scelta azzeccata quella d’uscire dopo un lungo affinamento per un vitigno che in partenza non ha un’impronta tannica eccessiva. In sostanza, a definire una cifra stilistica aziendale, è dotato di una facilissima beva, con note di amarena, e di una prugna succosa.

CERVINAGO

È per merito di due fratelli, Vincenza e Agostino Cerchiala, l’esistenza di Cervinago, nata nel 2016 e quindi giovane come chi la conduce. In cinque ettari si producono nove etichette di vino. Ci troviamo ai piedi del Monte di Cassano, a seicento metri di altitudine presso la località di Cassano allo Ionio, in contrada Monte Iotte, a est di Castrovillari. Una terra rossa ricca di minerali come ferro e magnesio, assieme all’influenza dei monti del Pollino consente un microclima dove si coltiva in agricoltura biologica. Cervinago aderisce peraltro alla Fivi, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti. Dicevamo nove vini differenti, tutti a fermentazione spontanea, a base di Pecorello (alias Greco Bianco) e Mantonico per quelli bianchi, e Magliocco dolce per i rossi, dei quali cinque costituiscono la linea bio, e quattro, quelli assaggiati, una linea naturale al suo esordio presentata a marzo 2025. In questi ultimi non avviene il controllo di temperatura, e il vino non è filtrato né stabilizzato, per una tiratura di 6.000 bottiglie l’anno. I nomi dei vini s’ispirano alla tradizione della lingua arbëreshe, della comunità albanese che esiste da secoli in provincia di Cosenza.

Il Vallja 2024 (dal nome di una danza arbëreshe), è a base di Pecorello e Mantonico, e regala succosità e morbidezza, con note floreali in evidenza, e una cera d’api che ricorda quella di alcuni Semillon. Il sorso è teso, fresco, rotondo, sapido e di buona persistenza.

Il Kashpìa 2024 (a casa in arbëreshe), è un rosato dove al Pecorello e Mantonico si aggiunge il Magliocco Dolce (o Lacrima come in loco è usato nominare). Si presenta fresco, floreale, vivace in acidità, con note di spezie delicate, e con il sorso in progressione grazie alla presente trama tannica.

Il Ginestra 2024, è un orange wine a base di Pecorello che abbiamo trovato godibile, e anche il vino dei quattro dove la volatile era più evidente, ciò nonostante non esagerata ma funzionale a esaltare gli aromi floreali, e con una sensazione di buccia dell’acino in gustativa, priva dell’astringenza tannica.

Infine il Camìno 2023, termine che richiama i grandi falò che si accendono ai primi di maggio, è un Magliocco Dolce in purezza che vinifica in acciaio, dalle delicate note di frutta a bacca rossa, ciliegia e prugna, con delicate spezie dolci, e al palato dotato di tannini morbidi e una pronta beva.

TENUTA DEL TRAVALE

Siamo a Rovito, ad appena nove chilometri da Cosenza, a 520 metri di altitudine. L’azienda nasce nel 1993 con l’acquisto di un fondo abbandonato. Nel 2007 si espianta l’improduttivo vecchio vigneto, e a installare del Nerello Mascalese all’80% e del Nerello Cappuccio al 20%, ma occorrerà attendere sette anni per avere la prima vendemmia, nel 2014. Appena saputo dei due vitigni, ci siamo precipitati al banco per assaggiarne i vini, mossi dalla curiosità di conoscere chi osasse in terra calabra a produrre ciò che egregiamente avviene sull’Etna. E così conosciamo Nicola Piluso, che assieme alla moglie Raffaella Ciardullo conduce l’attività.

A ricordarci che ci sono anche le due figlie, ci pensa uno dei tre vini prodotti, Esmèn Tetra, che in greco significa, siamo in quattro. C’è detto che il Nerello in realtà ha origini calabresi anzichè siciliane. Ora, giammai ho voglio di entrare nel merito né tantomeno assistere a una diatriba di contesa, in un mondo che affonda a piene mani e in maniera cruenta sulla dualità. Così, amo pensare che il vitigno abbia origine in entrambi i luoghi, oltretutto l’evento è organizzato da siciliani, gli stessi che caldamente hanno spinto affinchè li assaggiassi. Poi, per nulla irrilevante è il nome dell’enologo che segue Tenuta del Travale, Emiliano Falsini, che con l’Etna ha dimestichezza, oltre a un’impronta decisa toscana. Con appena 5 ettari dei quali solo 2 vitati e gli altri ad oliveto, l’azienda propone come anticipato tre etichette di vino, per complessive 10.000 bottiglie l’anno, e segue l’agricoltura in regime biologico, effettuando anche la fermentazione naturale con i lieviti indigeni nei propri vini.

Epicarma 2024 è un rosato da Nerello Cappuccio, con il nome che ha il sapore del teatro greco, vinificato in acciaio oltre a due mesi di affinamento in anfora di cocciopesto. Il vino ha dei freschi aromi di frutta rossa, di fragola, e di fiori come la rosa e il geranio. Al palato si presenta fresco, con un’importante sapidità marina, e con un sorso pieno e di buona persistenza.

Esmén Tetra 2021, a base di Nerello Mascalese all’80% e Nerello Cappuccio al 20%, è un vino non filtrato che affina per dodici mesi in barrique di Allier usate e tonneau di castagno, più almeno altri dieci mesi di riposo in bottiglia. Protagonista dell’olfatto è la piccola bacca rossa, poi seguino le spezie dolci, note di fiori secchi, un cenno di balsamico, e una nota di macchia mediterranea che ci suggestiona con le bacche di mirto rosso, tutte sensazioni avvalorate da una volatile non fastidiosa. Al palato è succoso, ampio e fresco, con tannini morbidi, e ritorni di tabacco e noce moscata, e un persistente finale.

Eleuteria 2021, è un Nerello Mascalese in purezza che deve il suo nome alla parola “libertà” in lingua greca, che vinifica per 18 mesi in barrique usate e tonneau di castagno, poi 6 mesi in contenitori d’acciaio, e infine un affinamento in bottiglia per altri 10 mesi.  L’inizio è di fiori rossi e di macchia mediterranea, alla quale si aggiunge la frutta rossa, l’agrume, arancia Sanguinello, e delle note ferrose vicine alla ruggine. Al palato è succoso, materico, con tannini polimerizzati e un persistente finale che lascia al fruitore una sensazione minerale.

 

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Pino Perrone, classe 1964, è un sommelier specializzatosi nel whisky, in particolar modo lo scotch, passione che coltiva da 30 anni. Di pari passo è fortemente interessato ad altre forme d'arti più convenzionali (il whisky come il vino lo sono) quali letteratura, cinema e musica. È giudice internazionale in due concorsi che riguardano i distillati, lo Spirits Selection del Concours Mondial de Bruxelles, e l'International Sugarcane Spirits Awards che si svolge interamente in via telematica. Nel 2016 assieme a Emiko Kaji e Charles Schumann è stato giudice a Roma nella finale europea del Nikka Perfect Serve. Per dieci anni è stato uno degli organizzatori del Roma Whisky Festival, ed è autore di numerosi articoli per varie riviste del settore, docente di corsi sul whisky e relatore di centinaia di degustazioni. Ha curato editorialmente tre libri sul distillato di cereali: le versioni italiane di "Whisky" e "Iconic Whisky" di Cyrille Mald, pubblicate da L'Ippocampo, e il libro a quattordici mani intitolato "Il Whisky nel Mondo" per la Readrink.

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