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L’altra Montalcino: i “supertuscan” di Maté

A Montalcino non sono tanti i produttori che decidono di lavorare con uve diverse dal canonico Sangiovese.

Escluse le cantine più grandi, gli esempi restano più o meno confinati nelle dita di una mano. La circostanza è più che comprensibile e anche condivisibile, visto il successo internazionale, ormai travolgente e inarrestabile, del Brunello, che in questi ultimi anni sta vivendo la sua età dell’oro in termini commerciali e di qualità.
Ma mi pare interessante, anche per cogliere da un punto di vista un po’ insolito le caratteristiche di un terroir eccezionale, esaminare i risultati che possono ottenere i vitigni cosiddetti internazionali, molto diffusi in Toscana negli ultimi trent’anni ma meno qui a Montalcino.

Per questo ho aderito con entusiasmo alla proposta dell’azienda Maté, che si è segnalata da tempo tra quelle più in crescita nella produzione di ottimi vini della tradizione ilcinese ma che da sempre mantiene una piccola tiratura di bottiglie di vari supertuscan.
Scelta forse inevitabile, visto che si tratta di una realtà, come tante a Montalcino, dall’anima cosmopolita.

In questo caso, una brillante coppia di intellettuali: lui, Ferenc Maté, scrittore ungherese in esilio, conobbe la futura consorte Candace Wickerson, pittrice canadese, a Vancouver. Stregati dal fascino della campagna senese, la coppia si stabilì prima nei pressi di Montepulciano, poi in un podere risalente al tardo Medioevo nella frazione Tavernelle di Montalcino.

Sì, quella di Soldera e della Chiesa di Santa Restituta, dove Angelo Gaja trovò le vigne per fare il suo Brunello (e sempre lì ci sono due realtà familiari di eccellenza come Fattoi e Caprili).

Fu proprio Gaja a “prestare” il suo enologo e agronomo, Fabrizio Moltard, ai Matè, desiderosi di cimentarsi col vino.
Così, nel 1997, dopo il restauro dell’antico convento situato all’interno della tenuta, si avviarono gli impianti di Sangiovese (e ci mancherebbe…) ma anche di Merlot, Syrah e Cabernet Sauvignon.

La storia è narrata dal suo principale protagonista in un prezioso libro, “A Vineyard In Tuscany”, purtroppo mai tradotto in italiano.

Oggi gli ettari totali sono sette, la produzione dai vitigni internazionali, tutti Igt Toscana, è limitatissima e molto ricercata. I vini, come vedremo (a partire dall’ultimo nato, un blend di Sangiovese e Merlot), posseggono una eleganza innata ma allo stesso tempo mantengono un percepibile legame col terroir di provenienza.
Ma ecco i riscontri dei miei assaggi.

Igt Toscana Marinaia 2016

Igt Toscana Marinaia 2016 (50% Sangiovese, 50% Merlot). Prima annata per questa etichetta. Naso di mirtilli, more, prugne, con nette sfumature balsamiche, menta, un po’ di tostatura (caffè in polvere). Tannini fitti e di ottima qualità, potente ed elegante, in questa fase la personalità del Merlot sembra avere il sopravvento. Si mantiene tonico e saporito nel finale, con una lieve impuntatura alcolica. Bella maturità di frutto molto nitida. A un’ora dalla stappatura emerge più chiaramente il terroir e il Sangiovese, con terra, alloro e sottobosco. Un vino riuscito, quasi aggraziato nonostante una mole non indifferente, dalla spiccata vocazione gastronomica. Matura in barriques per un anno e mezzo e in vetro per nove mesi.

Igt Toscana Merlot Mantus 2015

Igt Toscana Merlot Mantus 2015 (100% Merlot). All’olfatto si avverte netto il carattere dell’uva di provenienza, con prugna molto matura, frutta sotto spirito, lievi note speziate e di erbe officinali, china, ghianda, peperone arrostito, ginepro. Ottima l’estrazione, l’ingresso in bocca è elegante ma non cede nulla in termini di carnosità e succo, manca magari un po’ di allungo ma è un Merlot generoso e sincero. Potrebbe migliorare negli anni, per ora sembra un po’ compresso dall’alcol (che si riaffaccia in chiusura) e forse penalizzato da un’annata molto calda in zona. Anche in questo caso l’impronta del terroir emerge alla distanza, quando si affacciano sentori di fiori e frutti rossi, alloro e una nota minerale quasi affumicata. Vino “invernale”, caldo (come confermano i 15° in etichetta), da provare con i saporiti piatti della cucina locale, maiale in primis. Invecchiato in barriques per un anno e mezzo, poi sei mesi in vetro.

Igt Toscana Syrah Banditone 2015

Igt Toscana Syrah Banditone 2015 (100% Syrah). Profumi di spezie orientali, ciliegia matura, brace spenta, tabacco, accenni balsamici (mentuccia) e di pepe verde e bianco molto delicati. Tannino già molto integrato, sorso grasso, succoso, forse manca un pizzico di contrasto; anche qui un lieve calore alcolico che però evita di strafare e non pregiudica un finale intenso e armonico. Alla seconda snasata emerge un lato ematico e selvatico, con inchiostro, terra ed erbe aromatiche. La persistenza è davvero notevole, con rinfrescanti ritorni agrumati di arancia rossa che bilanciano i 15°. Gran vino, forse meno identitario e territoriale dei precedenti. Due anni tra barriques e tonneaux.

Igt Toscana Cabernet Sauvignon Manìa 2016

Igt Toscana Cabernet Sauvignon Manìa 2016 (100% Cabernet Sauvignon). Frutta rossa matura al naso, ribes, incenso, grafite, solo un lieve accenno ai “classici” peperoni. Qui la polpa è di grande volume e struttura, i tannini mordono ancora ma sono di prima qualità ed evolveranno bene, in bocca è largo e potente, gustoso, la chiusura è profonda, segnata da prugna, amarena e una sfumatura terrosa e minerale. Forse il vino che più ricorda Montalcino: il Cabernet non si impone e sembra riuscire a “leggere” meglio di altri il territorio. Dopo qualche decina di minuti arrivano anche le note più varietali, vegetali, con timo, tabacco, spezie, stecco di liquirizia. Anche qui, come il precedente, l’abbinamento ideale rimane quello con le ottime carni rosse della zona (bistecche, arrosti). Matura in barriques per un anno e mezzo e in vetro per sei mesi.

Brunello di Montalcino Docg 2012

Brunello di Montalcino Docg 2012 (100% Sangiovese Grosso). Anche se il filo conduttore di questo articolo è sui vitigni internazionali, non potevo proprio esimermi dal testare un’annata recente di quello che, come ogni azienda di Montalcino che si rispetti, resta il cuore di tutta la produzione: il Brunello. L’ottima vendemmia in questione mette subito in evidenza all’olfatto le caratteristiche peculiari del Sangiovese locale: terra, humus, sfumature balsamiche e di ciliegia matura, spezie e tabacco; il legno di elevazione ancora deve essere smaltito del tutto, visto che si ripresenta anche qualche ora dopo l’apertura, assieme a note minerali scure, di cenere, oliva nera, ginepro e di piccoli frutti rossi e scuri colti a perfetta maturità. Beva sciolta, flessuosa, sapida, meno arcigna di altri Brunello 2012, tannini in via di maturazione, evoluzione a buon punto anche se, a giudicare dall’ottima tenuta del bicchiere a contatto con l’aria, ha margini per arrivare all’apice tra diversi anni. Restituisce fedelmente il calore e l’eleganza di un terroir di prim’ordine com’è Tavernelle.

Nato nel Luglio del 1969, formazione classica, astemio fino a 14 anni. Giornalista professionista dal 2001. Cronista e poi addetto stampa nei meandri dei palazzi del potere romano, non ha ancora trovato la scritta EXIT. Nel frattempo s’innamora di vini e cibi, ma solo quelli buoni. Scrive qua e là su internet, ha degustato per le guide Vini Buoni d’Italia edita dal Touring Club, Slow Wine edita da Slow Food, I Vini d’Italia dell’Espresso, fa parte dal 2018 della giuria del concorso Grenaches du Monde. Sogna spesso di vivere in Langa (o in Toscana) per essere più vicino agli “oggetti” dei suoi desideri. Ma soprattutto, prima o poi, tornerà in Francia e ci resterà parecchi mesi…

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