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I Colli Piacentini interpretati dalla Tenuta La Ratta a Vernasca

A giugno, ho avuto l’onore di partecipare  al 1° Concorso Miglior Sommelier dell’Emilia dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS) e di vincere il titolo.

Durante la preparazione, lo studio mi ha consentito  di conoscere il territorio emiliano in tutte le sue sfumature e di scoprirene alcune realtà che mi erano sconosciute, nonostante io sia emiliana sia per nascita che per residenza.

Volante dell’auto tra le mani, eccomi a guidare verso la Val d’Ongina, nei Colli Piacentini, fino alla Tenuta La Ratta di  Bacedasco Basso del comune di Vernasca.

Ad accogliermi c’è la solare Carmen moglie di Giovanni Eleuteri, coniugi dal 1968 e complici in questo progetto che nasce negli anni ottanta, quando vi erano appena cinque mucche e qualche filare di vino.

La decisione di vendere il bestiame e di investire nel vino, inizia cercando sbocchi nel mercato ligure e toscano, con il camion, ci racconta Carmen, che partiva carico di bottiglie all’alba, per rientrare in azienda entro mezzogiorno e caricarne altre per il giorno seguente.

Massimo

Si inizia con “Società Agricola Eleuteri Giovanni” per cambiare nel 1966 la ragione sociale in “La Ratta” con l’entrata in azienda del figlio Massimo, neo laureato in economia e commercio, e con l’idea di ampliare l’azienda e fare conoscere i  Colli Piacentini.

Attraverso un punto vendita, in cui accogliere i clienti e un agriturismo dove proporre i piatti della tradizione piacentina e  i vini più rappresentativi il territorio, l’ Ortrugo e il Gutturnio, inizia il nuovo corso dell’azienda.

I vini vengono proposti attraverso una decina  di etichette, vendute quasi esclusivamente sul mercato italiano.

Oggi sono diciannove gli ettari di proprietà, di cui ben dieci vitati.

Volgendo lo sguardo intorno la cantina tra i terreni che la circondano, ci si accorge che la strada che occorre fare per raggiungerla è il confine naturale tra la parte superiore, dove si trovano le vigne di Barbera e Bonarda utilizzate per il Gutturnio Doc e la parte inferiore dove dimorano le vigne dove nasce l’Ortrugo.

Aldilà delle colline troviamo alcuni filari di Malvasia di Candia aromatica, Moscato Bianco, Trebbiano Romagnolo, Beverdino, Sauvignon, Ortrugo che concorrono alla produzione della Doc Val d’Arda, una denominazione che soffre vista la scarsa richiesta del mercato.

I serbatoi di acciaio

Massimo, mi accompagna nella  cantina di vinificazione, dove i serbatoi di acciaio, a temperatura controllata, consentono alle  uve, raccolte rigorosamente a mano, di mantenere  freschezza e profumi, anche grazie all’uso dell’azoto. Un filtro tangenziale di ultima generazione e una macchina per l’imbottigliamento consentono di svolgere all’interno dell’azienda, l’intero processo produttivo.

Le barriques

Mentre mi accingo a salire sulla scala che mi condurrà nella sala delle pupitre, noto alcune barriques che vengono utilizzate per la maturazione della Malvasia passita da uve stramature e per qualche esperimento di vinificazione.

Ma torniamo alla sala di affinamento dove, nel 2010, ha preso vita la grande sfida di Massimo:  l’Ortrugo Metodo Classico. Una bollicina  fortemente desiderata per dimostrare tutto il potenziale di evoluzione di un vino generalmente considerato adatto a bersi giovane, poco strutturato. La produzione iniziale è stata di appena mille bottiglie ma oggi si è arrivati a seimila.

Inoltre sarà in commercio solo a fine settembre un Metodo Classico a base di Barbera che Massimo ci permette di assaggiare in anteprima.

Iniziamo a parlare dei vini che ho potuto assaggiare:

Ortrugo Doc Colli Piacentini frizzante

Tipicità ben rappresentata dal colore giallo paglierino con riflessi verdolini, naso delicatamente agrumato con ricordi di erbe aromatiche, rosmarino, timo, fiori di sambuco. Il sorso inizialmente dolce, accompagna la nota ammandorlata nel finale di bocca che chiude sapido, secco e avvolgente.

Negrer Ortrugo  Spumante Dosaggio zero

Negrer Ortrugo  Spumante Dosaggio zero

Prodotto anche nella versione Brut, attualmente non disponibile.

Il nome deriva dal dialetto piacentino, ovvero dai calanchi di origine marina che formano le colline, in cui si possono trovare numerose conchiglie, mescolate nell’argilla.

Le bollicine vertono in superficie ravvivando la luminosità del colore giallo paglierino intenso; il bouquet  mostra la sua evoluzione con note di crosta di pane, agrumi canditi, pesca, fiori gialli.

Gutturnio Superiore Doc Colli Piacentini

Gutturnio Superiore Doc Colli Piacentini (Barbera 60% – Bonarda 40%)

L’etichetta rappresenta la foto di Giovanni, il fondatore, ancora adolescente. Lavorava presso una cascina in cui lo stipendio della settimana era costituito da una pietanza e un bicchiere di vino. La domenica, in sella alla  bici tornava a casa dalla sua famiglia.

Caratteristico colore rubino con riflessi porpora, al naso presenta note di confettura di marasca e prugna. Leggere sfumature di sottobosco accompagnano il fiore di viola appena raccolto. Sorso strutturato, in cui le note olfattive si ritrovano nella lunga persistenza, con un  tenore alcolico importante.

N.6 Rosso fermo (Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, altre uve a bacca nera)

Il Merlot viene messo ad appassire in cassette per un mese.

Un vino dal packaging più moderno, il nome deriva dal numero civico del’azienda. Il colore rubino, impenetrabile nella veste, presenta  note fruttate polpose e mature, spezie dolci di vaniglia e ricordi  di tabacco, sfumature intense e morbide che accompagnano al sorso pieno, ricco di estratto.

Barbera rosè Spumante in anteprima

Ancora un mese di riposo in cantina, appena sarà etichettato, le poche bottiglie prodotte saranno vendute in poco tempo. Le bollicine presentano volume e voglia di farsi notare nell’aspetto visivo dal rosa tenue. Naso fruttato di piccoli frutti scuri e di marasca, fiori di violetta , la pienezza del sorso iniziale invade la bocca nel suo essere caratteriale, maschile nel varietale, femminile nel farsi bere…

Non ho avuto occasione di assaggiare la Bonarda dolce, una versione tipica del piacentino che nel vicino Oltrepò Pavese è bevuta secca, ma non  mancherà occasione di tornare a trovare Massimo.

 

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Scritto da

Maura Gigatti si è avvicinata al mondo della ristorazione in modo graduale, prima con collaborazioni nei principali locali di Parma e poi nel 2008 come imprenditrice, grazie all’incontro con Mariano Chiarelli, compagno nella vita e nel lavoro. L’ingresso nella sommellerie professionale inizia nel 2013, prima con il diploma Ais e poi con il master ALMA Ais, seguito nel 2015 dal titolo di Sommelier professionista; sempre nello stesso anno frequenta il Corso tecniche di servizio del Sommelier, proseguendo con la partecipazione a seminari e corsi di degustazione più specifici. La conoscenza sempre più approfondita del vino e l’attività di sommelier aiutano Maura a focalizzarsi sui concorsi dedicati ai vini, a partire dal Master del Lambrusco, per poi passare a quello del Vermentino e al Trofeo del Soave. In un settore tuttora a forte prevalenza maschile, Maura ha saputo distinguersi e farsi apprezzare, arrivando già nel 2015 alla semifinale del Miglior Sommelier d’Italia, così come gli anni successivi. Nel frattempo arrivano anche i premi, con il secondo posto al Trofeo Consorzio vini di Romagna e la vittoria al Master del Lambrusco. Il 2017 si è caratterizzato con il titolo di terza classificata al Master del Nebbiolo, prima classificata al Master del Primitivo e seconda al Trofeo miglior sommelier del Vermentino. Nel 2018 è entrata a far parte, come sommelier, dell’Associazione Le Donne del Vino - con le quali ha partecipato al Concorso internazionale Feminalise di Parigi come degustatrice e alla presentazione a New York di Wine Spectator - e di Noi di Sala. Sempre quest’anno ha ottenuto il titolo di seconda classificata del Trofeo miglior Sommelier del Vermentino 2018 e ha partecipato come ospite e docente alle masterclass del Primo Primotivo Day di Parma.

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