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Un sorso di Chianti Classico

CASTELLO DI VICCHIOMAGGIO – VINI E GASTRONOMIA DI QUALITÀ IN UN CASTELLO DAI CONTORNI FIABESCHI

A Greve in Chianti si sta come nelle fiabe. Dal 1964 la dinastia dei Matta coltiva il sogno di realizzare ciò che nel mondo viene definito Chiantishire, quel turismo di élite che piace ai paesi anglosassoni (e non solo). Partiamo dal presupposto dello splendido panorama totalmente gratuito alla vista: fosse solo per questo non ci sarebbe stata alcuna medaglia al valore, basti pensare a quanti luoghi giacciono nel dimenticatoio nonostante lo spettacolo di natura. Chi conosce un po’ di storia della denominazione Chianti Classico ricorda bene che non tutto è stato rose e fiori. In particolare nelle colline adiacenti Firenze, ove si produceva – ed in parte ancora si produce – molta quantità di uva destinata agli imbottigliatori. Soltanto da pochi anni si è intrapresa una strada differente, magari meno scorrevole e più irta di ostacoli come i sentieri ciottolosi da affrontare per raggiungere le cantine dell’areale.

Victoria Olivia Matta

Un contributo fondamentale al cambiamento stilistico non può che venire dalle imprese storiche e lungimiranti come Castello di Vicchiomaggio e non può che essere un viaggio tra andata e ritorno, con progressi acquisiti di ricambio dai piccoli vigneron in un continuo dialogo-scontro. I toscani hanno la testa dura, con il virus del campanilismo presente nel proprio DNA trasmesso persino ai proprietari terrieri dalle origini forestiere; eppur qualcosa si muove, anche se mancano molti passi da percorrere verso i livelli raggiunti da altre UGA.  Victoria Olivia Matta, una degli eredi di John e Paola, profonde per tale scopo ogni sua energia da viticoltrice e da presidente della neocostituita Associazione Viticoltori Greve in Chianti. Con lei abbiamo visitato la splendida dimora padronale, adibita anche a ristorante e resort con piscina a vista sulle vigne.

Abbiamo inoltre assaggiato l’ampia gamma di etichette, parlando qua e là di passato, presente e futuro, con affetto particolare per gli inizi difficili del nonno Federico Secondo, emigrante prima a Parigi e poi a Londra, come cameriere e divenuto in breve il primo importatore del marchio Campari nel Regno Unito. Talento puro, sacrificio e coraggio, quando ancora si poteva sognare ad occhi aperti… L’adesso lo conosciamo bene, dopo le difficoltà della pandemia che ha lasciato cicatrici nelle imprese di ampie dimensioni come questa, con lo strascico nefasto della guerra ed il blocco di alcuni mercati; il domani ha i colori dell’Italia nella riconquista di posizioni perse nel settore ho.re.ca., ma anche nei vini più snelli e apprezzabili fin da subito, meno toccati dalla forza del legno.

Il clima agevola maturazioni idonee e si possono sperimentare cose prima impensabili, come affinamenti in anfore di terracotta. La proprietà, che un tempo si estendeva anche a Villa Bosco Rotondo poi venduta e divenuta l’attuale Molino di Grace, conta 150 ettari dei quali 34 vitati, compresi 15 ettari dell’azienda Villa Valle Maggiore in Maremma. Un totale di 250 mila bottiglie annue, la metà riservate alle varie tipologie di Chianti Classico.

Amphiarao 2020 – 8 mesi in anfora, gioca su bevibilità e gradevolezza. Sorso agrumato, virante su spezie scure e fiori violacei. Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot in parti uguali molto appetitose.

Chianti Classico Riserva 2019 Agostino Petri – il migliore tra i campioni degustati. Sosta 8 mesi in barrique di secondo passaggio ed altrettanti in botte grande e poi bottiglia. Fa della macchia mediterranea il suo biglietto da visita tra progressioni eleganti di ciliegie, glicine e pepe nero in grani. Chiosa minerale su scie balsamiche lunghe. Da manuale. La 2010 assaggiata al ristorante di famiglia risente di metodologie vinificatorie più energiche, concentrate su terziari da tabacco di pipa, salgemma, scorza di arancia e fiori essiccati.

Chianti Classico Gran Selezione 2019 Le Bolle – assaggiato in esclusiva dimostra gioventù senza fine. Difficile poterne dare un giudizio chiaro, considerando la trama antocianica di perfetta fattura ancora vibrante. Di sicuro ci sarà materiale da scrivere nel prossimo futuro. La 2018 rispecchia l’ennesima espressione interlocutoria di una annata a tinte chiaroscure come i quadri di Caravaggio. Chinotto e rabarbaro con nuance iodate dense che terminano in rapidità.

Ripa delle More 2018 – se possiamo affermare che il Sangiovese non ama né le annate fresche né quelle torride, l’unica alternativa è proporlo in tali momenti con buoni compagni di viaggio. Cabernet Sauvignon e Merlot lo rendono amabile e ben gestito nei tannini. Molto contratta e sapida, per certi versi erbacea, la 2019 che dimostra una struttura imponente rispetto alla annata precedente. Negli anni ’80 veniva utilizzato Sangiovese in purezza in linea con i migliori Supertuscan.

Fsm 2018 – vino al quale mi lega un affetto sincero, avendolo incontrato nelle mie prime degustazioni da apprendista giornalista. Solo legni piccoli e nuovi per un 100% Merlot esemplare e dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Mirtilli croccanti, riverberi di cannella e pepe verde in un finale quasi salmastro.

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Scritto da

Luca Matarazzo Giornalista- Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - Relatore corsi per la Campania.. Ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Vincitore del Trofeo Montefalco Sagrantino edizione 2021 e del Master sull'Albana di Romagna 2022, Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale.

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