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Casanova, la ditta Neri cala il poker d’assi

Un Rosso sorprendente e tre super Brunello, scintilla la nuova gamma dell’azienda

Quando il gioco si fa duro, si sa, i duri cominciano a giocare. Ma quando invece la strada è più liscia e piana, e tutti sembrano andar forte, i veri campioni sono quelli che – divertendosi e divertendo, incantando e rilanciando – sanno fare ancora di più. Che Casanova sia stella ormai stabile nel firmamento ilcinese e (a scalare verso l’alto) del grande vino italiano contemporaneo è cosa abbastanza acclarata. Poi, quando anche le circostanze – vedi sopra – fanno a loro parte, ecco che un assaggio in casa di Giacomo Neri & figlio diventa un percorso in quattro tappe semplicemente unico.


Il Rosso di Montalcino, per cominciare. Vero Rosso per eleganza, tessitura setosa e fragrante; vino super, e stop, per carattere, finezza tannica, ritorno di frutto intenso, pieno, ma sempre squisitamente vivo.

Nasce tra 350 e 450 metri, da vigne che hanno ormai mezzo secolo (ma new entry nel già cospicuo patrimonio aziendale, frutto di un acquisto nato in circostanze abbastanza singolari, ma decisamente fortunate). Fermenta in tini di legno troncoconici, e poi ha tutto lo spazio e la libertà d’espressione che si addicono al suo piglio insieme franco, giovanile e autorevole. Da quell’appezzamento (in ulteriore selezione, e a riprova della considerazione che i Neri gli riservano) potrebbe nascere un nuovo Brunello, che arricchirebbe ulteriormente la panoplia sempre più territoriale di Casanova.


Intano il jolly della maison (l’etichetta bianca, il Brunello/Brunello) cala per così dire l’asso: sfrutta alla massima potenza la classe dell’annata (la ormai riconosciuta 2016) e offre forse la migliore prova nella sua storia. Un aggettivo sintetico potrebbe essere: delizioso. Assolutamente preciso nel peso e nelle proporzioni, serio nella tenuta in bocca, è un investimento sicuro per chi ama questa denominazione.


Stesso discorso e stessa valutazione relativa (probabilmente il top della serie, meglio dello stesso 2010, cui cede un punto o due per struttura ma ne guadagna per più austera ma insieme scintillante tensione longilinea) per il Tenuta Nuova. Un ’16 a tutto tondo, al primo passo di una lunga, lunghissima carriera in progressione, dai limiti e sviluppi tutti da esplorare.


Infine, il Cerretalto: prima del quale, pur con tutta la fiducia riposta in chi lo produce e l’additivo di uno “storico” ormai incontrovertibile, c’era, innegabile, un filo di timore che il salto di ritorno dalla grande ’16 alla grossa anzitutto, pur se certo tutt’altro che cattiva, ’15 si facesse sentire. Ma lì a vincere è il carattere del cru: la luce dell’est e il galestro, la presenza minerale importante del suolo, la stamina ormai piena del vigneto lavorano puntuali quanto il sistema frenante “intelligente” di un’auto smart di ultima generazione. Cerretalto 2015 somiglia a un’ala alta di basket: imponente, stralungo e robusto (specie se messo accanto a una persona di statura normale), ma quando gli si chiede di alzarsi per andare a canestro sa volare. Fuor di metafora: complessità e struttura, la giusta potenza in equilibrio, fruttato diverso e più variegato e contrastato dei fratelli d’azienda, speziature più evidenti, lieve ma presente memoria ematica, ma soprattutto uno scheletro tannico elastico, imponente eppur flessibile che lo porterà molto, molto lontano.

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