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Biologici di Sicilia da scoprire: il Grillo di Ansaldi e il Catarratto di Barracco

Da alcuni anni il vino italiano, la cui culla forse più importante, in un passato ormai molto remoto, fu la Sicilia, sta vivendo proprio nell’isola una parte non indifferente della sua intrigante storia contemporanea. Etna ma non solo: nel quadrante occidentale della Trinacria, dalla provincia di Palermo passando per la zona di Trapani e Marsala, fino ad arrivare alle campagne girgentine, capita spesso di scovare vini interessanti e cantine con qualcosa da dire in termini di territorio e di qualità.

È il caso delle due aziende oggetto di questo articolo. Una attiva da una ventina d’anni, ma che ha sempre conservato un’estrema discrezione a livello di comunicazione, l’altra invece giovanissima, almeno come produttrice di etichette “in proprio”. Entrambe convinte sostenitrici della conduzione biologica delle vigne. Due vini in particolare, puntuali testimoni ed eredi della storia agricola di Marsala e Mazara del Vallo, mi hanno colpito. Ma andiamo con ordine.

Ansaldi: il Grillo e il Perpetuo

Giacomo Ansaldi è un enologo con un notevole bagaglio di esperienza, grazie a diverse collaborazioni con grandi aziende dell’isola. In particolare, è stato tra gli artefici della nascita della Doc Erice. Nel 2000 si innamora di un baglio mezzo diroccato appartenuto alla famiglia Florio, proprio di fronte a Villa Whitaker: due cognomi a dir poco decisivi per la storia di Marsala e del vino che la rese famosa dal Settecento.

Giacomo Ansaldi e l’ingresso alla bottaia storica

I luoghi e i nomi, si sa, cambiano spesso il destino delle persone: ed è così che decide di ristrutturare il sito, che oggi si chiama Donna Franca Wine Resort, dedicato a una delle prime “donne del vino”, che ebbe un ruolo primario nell’ascesa di Casa Florio, e fonda al suo interno l’azienda agricola Giacomo Ansaldi. Oggi può affermare con orgoglio che le sue bottiglie, ottenute da undici ettari coltivati interamente in biologico e senza utilizzo di sostanze chimiche, sono anzitutto il frutto sincero della sua attuale visione del vino siciliano.

Le Vigne di Donna Franca con Villa Whitaker sullo sfondo

Giacomo ha un’idea molto precisa, che discende direttamente dalla tradizione bordolese: col marchio Donnafranca produce infatti due bianchi (Abbadessa e Bianco di Abbadessa) e due rossi, (Cipponeri e Rosso di Cipponeri), facendo propria la pratica del vino di punta e del second vin.

In questa circostanza ho particolarmente apprezzato proprio uno dei due cadetti, il Bianco di Abbadessa 2016 Igt Terre Siciliane, 50% Grillo, 40% Zibibbo, 10% Catarratto. Profumi netti di zagara, foglia di limone, mirto, fiori bianchi. Sorso pieno e quasi masticabile, succoso, equilibrato da una vena salina molto evidente, persistenza di frutta gialla (susina) e salsedine. Un vero paradigma per la versione secca e giovane del vino marsalese. Solo acciaio, sei mesi sur lie.

L’Abbadessa 2013 Igt Terre Siciliane è invece frutto di un mix di Grillo (60% circa) e Zibibbo (40%) creato direttamente in vigna, Gran Cru della cantina. La bottiglia che mi viene proposta è già caratterizzata da note terziarie molto spinte nonostante una buona pulizia al naso, con sfumature di miele e minerali che ricordano uno Chablis o un Fiano di lungo invecchiamento. Bocca saporita ed evoluta, finale particolarmente intenso e piacevole di mela matura e albicocca. Solo acciaio, un anno sur lie.

Più in chiaroscuro i rossi. Il Rosso di Cipponeri 2016 Igt Terre Siciliane, Nero d’Avola e Perricone in parti uguali, odora di buccia di mandorla e frutti neri, equilibrato da sensazioni quasi affumicate e vulcaniche che irrompono sul palato. Notevole estrazione tannica, bocca ancora un po’ rigida e contratta, gomma bruciata e molta acidità in chiusura. Sei mesi in barriques.

Il Cipponeri 2014 Igt Terre Siciliane è un assemblaggio di Perricone in prevalenza (62%) e Nero d’Avola che, come il bianco di punta, nasce direttamente in vigna. Naso molto simile al precedente, con frutta matura e note eteree quasi da distillato, il sorso è vibrante ma freschezza e dinamica devono combattere una dura lotta col leggero calore alcolico e con un frutto molto dolce. Buona persistenza, saporito e succoso. Due anni in barriques.

Ma Ansaldi è da segnalare per altri due motivi: il suo lungo lavoro sul metodo classico da Grillo, che darà grandi risultati (almeno credo, dopo aver degustato da una vasca il promettentissimo vino base). E soprattutto l’encomiabile sforzo nella valorizzazione dell’autentico Perpetuo di Marsala, il vino della tradizione contadina fino a fine Settecento, quando i britannici imposero e portarono al successo continentale la versione “fortificata”, che poteva viaggiare con meno incertezze e raggiungere i principali porti inglesi ed europei.

Ansaldi, con una perseveranza ormai ultratrentennale, tra indagini e richieste è riuscito a recuperare un piccolo patrimonio, che probabilmente è la più grande raccolta al mondo di Perpetuo, custodita nella bottaia del Baglio Donna Franca. A oggi la collezione è composta di 28 botti da 1.500 e 2.000 litri, per un volume complessivo di circa 50 mila litri da diverse annate, a partire dalla 1957. Per chiamarsi tale, mi dice Giacomo puntualizzando su alcune recenti riproposte di altre cantine, il vero Perpetuo deve essere ottenuto da vigne di almeno trent’anni di età. E con questo rigido protocollo ha intenzione di “perpetuare” (non c’è verbo più adatto…) un vino davvero straordinario, che ho potuto assaggiare da una delle preziosissime botti nella cantina di Donna Franca. L’idea è ambiziosa e quasi visionaria: produrre duemila litri all’anno di vino da alberelli di Catarratto, Grillo e Inzolia, con cui rabboccare le botti, mantenendo la collezione sugli attuali quantitativi, e al tempo stesso prelevarne duemila litri da affidare a 400 “wine ambassador” incaricati di farlo conoscere e valorizzare in giro per il mondo.

Il vino che ho assaggiato  aveva una base di circa 40 anni, ma il fascino dell’operazione nasce anche dal fatto che su molte botti i dati sono assolutamente incerti se non sconosciuti. Fatto sta che nel bicchiere mi sono trovato un liquido ambrato ed aristocratico, con sentori di tabacco da pipa, cacao, caramello, note balsamiche e iodate, e in bocca un sapore al tempo stesso finissimo e prepotente. Un’esperienza difficile da dimenticare.

Barracco: Mazara e il Catarratto sulle bucce

 

Ci si sposta un po’ più a sud, di circa trenta km, per trovare l’azienda agricola Francesca Barracco (con due “c”, da non confondere con il giovane e già carismatico Nino di Marsala). Si tratta di una realtà dalla lunga storia e di dimensioni ragguardevoli, che possiede 42 ettari di vigne a due passi dal mare di Mazara del Vallo e che fino al 2016 conferiva le uve ad altri produttori. Nel 2017 Roberto Bruno, discendente della famiglia da parte materna, decide di fare il “suo” vino ed esce con questo notevolissimo Catarratto macerato sulle bucce per due giorni, un orange wine subito riconoscibile per via del colore (“l’uva contiene molto betacarotene”, spiega). Gli impianti utilizzati si trovano in contrada Minenno, dai suoli argillosi, con vigne di 50 anni, e da contrada Roccazzo, più sabbiosa e con piante più giovani.

È una bottiglia che mi aveva già convinto alla rassegna dei VAN (Viticoltori Artigiani Naturali) che si tiene da diversi anni a Roma, all’ex Mattatoio di Testaccio. Proprio quell’assaggio mi ha spinto a un approfondimento per scoprire origini e potenzialità di un progetto che sembra ben avviato, con solide basi di viticoltura biologica, tanto da iscriversi immediatamente all’associazione VinNatur. Il Catarratto 2017 profuma di miele, cera d’api, camomilla, cenni di macchia mediterranea e frutta secca (noci e albicocche disidratate). Bocca ricca e potente, assimilabile per densità a un vino rosso, ma con scioltezza e dinamica, un’estrazione tannica educata e più che giudiziosa; sul finale arrivano sensazioni di frutta gialla matura, la dolcezza si avverte ma è ben bilanciata da una fresca vena acida che attraversa tutto il sorso e da una leggera nota di ossidazione che regala ulteriore complessità. Solo 2,8 mg/l di solforosa totale. Grandi margini di evoluzione, proprio un bell’esordio!

Più interlocutorio il Catarratto 2018, annata in cui si è scelto di non effettuare macerazione sulle bucce (“stiamo cercando di capire quale sia la soluzione migliore”), di bella espressione floreale (oleandro) e con lievi note casearie e balsamiche, ancora vinoso, di buona sapidità e frutto abbastanza netto (susina gialla). Un vino chiaramente all’inizio del suo percorso e ancora difficile da inquadrare.

Roberto ha intenzione di immettere in commercio, nel prossimo futuro, anche due rossi: il Guido (da Cabernet Sauvignon in purezza) e un Nero d’Avola. Del Guido ho assaggiato l’annata 2018, che sarà assemblata con un 15% di 2017. L’etichetta ha una stretta origine familiare ed è intitolata a nonno e nipote, che condividono il nome ma non si sono mai conosciuti. L’olfatto riserva sentori di cuoio e di spezie (cannella, noce moscata), oltre alla parte vegetale tipica del vitigno. Il palato è ricco di suggestioni legate ai piccoli frutti di bosco e segnato da un patrimonio tannico importante e ancora un po’ asciugante, come è normale per un esemplare così giovane. La prima annata di Nero d’Avola ad andare sugli scaffali sarà invece la 2019. Roberto mi fa provare il test sulla 2017, segnata al naso da ciliegia, karkadè e lievi cenni minerali; il finale di bocca, modulato, progressivo, intenso, è davvero promettente, dominato da un’acidità che sembra non finire mai.

Nato nel Luglio del 1969, formazione classica, astemio fino a 14 anni. Giornalista professionista dal 2001. Cronista e poi addetto stampa nei meandri dei palazzi del potere romano, non ha ancora trovato la scritta EXIT. Nel frattempo s’innamora di vini e cibi, ma solo quelli buoni. Scrive qua e là su internet, ha degustato per le guide Vini Buoni d’Italia edita dal Touring Club, Slow Wine edita da Slow Food, I Vini d’Italia dell’Espresso, fa parte dal 2018 della giuria del concorso Grenaches du Monde. Sogna spesso di vivere in Langa (o in Toscana) per essere più vicino agli “oggetti” dei suoi desideri. Ma soprattutto, prima o poi, tornerà in Francia e ci resterà parecchi mesi…

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