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Alto Adige – La degustazione “on line” con Martin Foradori patron di Hofstatter

“In questo momento ho un solo operaio in vigna: si chiama Martin Foradori e mi somiglia come una goccia d’acqua!”

Prova a scherzarci su, il patron di Hofstätter, sul momento duro. E anzi, a tirarne fuori qualcosa di positivo.

Comincia così la degustazione “on line” (una delle svariate che si stanno susseguendo in questo periodo e che, non è poi troppo difficile prevederlo, anche in futuro prenderanno abbastanza spesso il posto di quelle che eravamo abituati a fare, quelle senza “distanziamento sociale”) dei nuovi vini della casa.

Un assaggio e un tour, visto che Martin mi propone (insieme al suo responsabile marketing Silvio Ariani e con la presenza “collante” di Renza nel ruolo di trait d’union tra la cantina e noi dei media) una sorta di viaggio ragionato nel “suo” mondo, il domaine Hofstätter, omogeneo per qualità, ma decisamente composito per varietà di situazioni e di territorio.

Si parte – in un atmosfera che non sa affatto di “webinar”, di seminario web, ma assolutamente decontratta, il tono di una serata tra amici che non possono stringersi, ahimé, la mano, ma col calice a fare, pur a distanza, da collante – dal Gewurtztraminer top di gamma, il Kolbenhof 2017, dal prezioso cru di Termeno.

Particolarmente dinamico e cristallino, in questa edizione. Più tesa e netta di altre annate in questa fase d’abbrivio. Sentori di frutta esotica, certo, ma ibridati stavolta da nuance addirittura non lontane dal pompelmo rosa, a ricordare e sottolineare l’annata, e anche le scelte di produzione.

 

Il Pinot è quello di Mazon, la Riserva: da Termeno a Egna, nel poligono di produzione (insieme forse a una piccola fetta su in alto, ad Appiano) più rinomato in Alto Adige per la produzione di quest’uva, complicata quanto fascinosa.

L’annata – ancora la 2017 – lo spinge verso il coté più lieve e delicato, quello su cui i Noir made in Italy (anche se questa porzione d’Italia atesina è davvero sui generis) si avvicinano di più al modello di stoffa setosa, luminosa, alla finezza aggraziata di quelli che il mondo ama di più. Insomma, è una versione di Mazon più aspirante Pommard che Mediterraneo italico quella che fluisce nel bicchiere, suadente al naso, tipica e centrata, filante in bocca, senza pesantezze o gravami di densità eccessive.

 

Ultimo passo, il Lagrein. E altro passo. Il Martin Foradori bus, virtuale come il resto della cornice, ci porta ai piedi del monte Sella, a Steinraffler, e l’annata è la più abbondante (in lunghezza e larghezza) 2016. Dunque, vino ben più tondo, ampio, dalle braccia larghe e morbide, ma dalla muscolatura ben costruita. L’abbraccio di questo Lagrein ambizioso non è però di quelli soffocanti, di cui senti il calore ma in fondo hai anche una certa ansia di lberarti.

La frutta è piena e sapida, il velluto della stoffa di trama giusta. E – legato a tavola a cose giuste – Steinraffler è un altro vino da festa.

Ci si lascia così, con Martin. Divisi a metà tra la speranza e l’ottimismo – presto su, fisicamente, dai, a gustare la cucina e le pizze straordinarie che Marzia Buzzanca, la “cheffa” abruzzese che Foradori ha ingaggiato per il suo ristorante annesso a cantina e vigneti – e il freno dalla ragione, che prevede un’annata ad andar bene di chiaroscuri, e – forse, ma è tutto da decidere ancora – una piccola virata verso la produzione di etichette base sacrificando un pochino in quantità qualche punta di diamante. Non ditelo al titolare, ma in fondo, per chi compra Hofstätter, una occasione: più cru dentro le masse dei cosiddetti base… e allo stesso prezzo…

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