Un’impresa che sembrava impossibile: le migliori Riserve di casa Columbu, dalla prima, la 1992, alla 2019. Il racconto di un vino che, come si dice in Planargia, “cheret chistionadu”: un vino che deve e vuole esser raccontato.
Ritrovata la sobrietà dopo l’entusiasmo, mi siedo e aspetto che i pensieri prendano forma attraverso la penna, che trovino le parole per raccontare il privilegio di aver partecipato a questa verticale storica della Malvasia di Bosa di Giovanni Battista Columbu. Trent’anni, tredici annate: tre decenni percorsi calice dopo calice. Ma prima ancora del vino, è il racconto a riecheggiarmi nella mente, con tutto il suo trasporto. Le parole appassionate e insieme pacate di Vanna Mazzon e di Gianmichele Columbu sono una testimonianza vera e viva, che va oltre la tecnica e gli aromi. Mi guidano nei loro ricordi, nelle scelte, nelle tradizioni che restano e in quelle che continuano il loro cammino.
Un vino nato dalle parole
La DOC arriva nel 1972, è il secondo disciplinare dell’isola dopo quello della Vernaccia di Oristano, riconosciuta appena un anno prima.
Ma a restarmi dentro non è la data: è il racconto di come quel disciplinare abbia preso forma.
Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, Giovanni Battista Columbu, insegnante ed educatore, è responsabile di un piccolo centro di cultura a Bosa. Impegnato nella lotta all’analfabetismo, coinvolge in questo percorso anche i vignaioli del territorio. Giovanni Battista è un uomo d’ascolto: intervista i vignaioli e raccoglie i loro racconti sul lavoro in vigna e in cantina.
Sono proprio quei racconti ad aiutarli a imparare a leggere e a scrivere.
Da quel dialogo prende forma anche il percorso che porterà alla denominazione. Il vino che “cheret chistionadu”, che richiede di essere raccontato e discusso, nasce così: dalle parole di chi lo faceva.
Una città costruita intorno a un vino
Il cinema ha portato questo vino nel mondo, ma la Malvasia di Bosa di casa Columbu è rimasta quello che era: una faccenda di cantina, di pazienza e di tempo. E per capire questi bicchieri bisogna partire da Bosa, non solo dalla vigna. Le vigne guardano il mare a sud del paese, su suoli calcarei battuti dal maestrale. Ma la Riserva nasce in centro, nelle cantine acquistate negli anni Sessanta tra le case del borgo.
Non è un vezzo, ci tiene a precisare Gianmichele. È lì, a due passi dal Temo, che la flor trova l’umidità e il respiro per vivere. Senza il fiume questo vino sarebbe un altro vino.
La regola di casa è quella di sempre, pura come allora: solo castagno, solo botti piccole, mai oltre i cinquecento litri. Ogni millesimo vive per conto suo, e il vino resta minimo tre anni sotto il velo prima di andare in bottiglia. A Bosa la Malvasia è un vino sociale, da offrire, da condividere, da discutere. Viene il sospetto che sia stata la città a costruirsi intorno al suo vino, e non il contrario.
Una giornata senza pause
Riunire tutte le migliori Riserve in un’unica degustazione: in sala qualcuno l’ha definita “un’idea grandiosa”. Altrove sarebbe rimasta un sogno da fine cena; all’Antica Dimora del Gruccione è diventata realtà.
Lucilla guida l’albergo diffuso di Santu Lussurgiu con la naturalezza di chi è cresciuto tra ospiti, pentole e storie. L’anno prossimo la Dimora compirà venticinque anni: questa verticale ne ha anticipato il brindisi. Accanto alla famiglia Columbu, l’importatore e distributore Marco Delugas ha creduto nell’iniziativa e contribuito a darle forma.
Il programma divideva la degustazione in due momenti: le annate del nuovo millennio al mattino, quelle degli anni Novanta nel pomeriggio. Abbiamo invece scelto di proseguire senza pause fino alla 1992, per mantenere intatta la concentrazione.
La scelta si è rivelata vincente. Una pausa avrebbe spezzato il filo della continuità storica: quel passaggio da un’annata all’altra che dà a una verticale come questa il suo fascino unico.
Il programma della giornata: previsti due tempi, si è scelto l’orario continuato fino alla 1992. In tre decenni il tempo è trascorso e tanto è cambiato, anche in quei calici. Ma sono i dettagli a fare la differenza: qui il tempo è stato abile custode e fedele compagno di viaggio.
Le annate giovani: 2019, 2018, 2017
La 2019 apre la degustazione e ne detta subito il tono. Annata calda ma regolare, vendemmiata nella prima decade di ottobre, quando la 2020 avrebbe poi anticipato i tempi. Nel calice c’è la vena salmastra che riconosci al primo naso, poi nocciola, agrumi e una scorza bruciata. In bocca, una piacevole piccantezza.
Non cerca l’applauso. Si esprime con una marcata impronta territoriale, fresca e balsamica, con la flor ben integrata nel disegno. Equilibrata: è la parola che ho sottolineato due volte.
La 2018 gioca sul frutto a guscio, con nocciola e mandorla decise. Il floreale fa un passo indietro e l’agrume uno avanti. In bocca è piena e armonica, e il finale agrumato si accompagna a note balsamiche ben fuse.
La 2017 porta addosso la sua estate caldissima, vendemmiata già a settembre. Si presenta lievemente velata, e il naso anticipa un sorso che appare indebolito. È anche questo il bello di una verticale: le annate difficili non mentono, e raccontano quanto quelle generose.
Il passo centrale: 2016, 2015, 2010
Poi arriva la 2016, l’annata sorpresa, e la degustazione cambia passo. Ambrata, con un naso di salvia e una centralità quasi affettiva, gioca tutto sul dialogo tra flor e frutto. Una piccantezza speziata accompagna un sorso composto, dove l’alcol si scioglie senza farsi notare, per poi congedarsi ad un retrogusto di mandorla e caramello salato.
La 2015 è stata esclusa dalla degustazione per la eteregoneità delle bottiglie in degustazione.
La 2010, annata ottima, gioca tutta sul registro salino. Iodio, umami, cappero, fichi secchi. Il sorso è teso, e si congeda con anice stellato e mandorle finemente tostate.
Gli anni della piena maturità: 2008, 2006, 2001
La 2008 si presenta con toni più caldi e tratti ramati. Il naso ha un fondo solido e profuma di cantina: mandorla in evidenza, poi spezie, liquirizia e genziana. Il sorso è avvolgente, tra calore, balsamicità e salmastro, un ritorno nel finale gustativo che chiama la mandorla amara, come chi rientra a casa.
La 2006, ambra e rame, porta il mare nel calice: note iodate, saline, fino a ricordare le alghe marine. La mandorla torna al retronasale. Il sorso è affilato e misurato, con un guizzo speziato su un fondo di frutta secca.
La 2001 ha una compattezza visiva imponente e di grande eleganza. La mandorla in primo piano, complessità e raffinatezza, una bocca che porta gli anni con freschezza e sapidità, più gentile delle sorelle, con una chiusura di bocca nitida. Vanna la vive come la meno tradizionale: la definisce una Riserva in cui traspare più netta la mano del vignaiolo. Io la definisco più vino d’autore che vino di consuetudine. Ma la sua è una lettura profonda, di chi questo vino lo conosce da dentro. Nel calice io ci ho trovato soprattutto personalità e carattere: uno stile quasi unico che non tradisce il fil rouge della Malvasia di Bosa.
Gli anni Novanta: 1998, 1996, 1994, 1992
E poi, senza alzarsi da tavola, si torna indietro di trent’anni. È il momento in cui una verticale smette di essere una degustazione e diventa memoria.
La 1998 ha un aspetto elegantissimo e un naso ampio, articolato tra fiore e frutto. L’alcol è garbato, la freschezza è stata custodita dagli anni e la persistenza è adeguata. È un vino che non alza la voce ma che conquista.
La 1996 è meno potente della 1998, ma più sottile. Torrone, su echi di fiori di mandorlo, per giungere ad un sorso, di affascinante freschezza e quella sapidità, che è come un respiro di mare, a cui si aggiunge un tocco di umami che fa venire voglia di cadere nel bicchiere.
La 1994 ha una lucentezza ambrata intatta. La tostatura guida il naso, poi iodio, pasticceria, lievitati e mandorla. L’alcol è abilmente integrato. Elegante e raffinata, porta i suoi anni come un abito su misura.
Infine, la 1992, la prima Riserva, quella da cui tutto è cominciato. Ha un’ambra di grande lucentezza, un bouquet accompagnato dall’immancabile mandorla, poi pasticceria e frolla, scorza d’arancia candita e lievitati dolci. La bocca è saporita, tra rimandi salini e note di alga, con un finale che si distende senza sosta. Ho scritto tre parole sul taccuino e non ne servono altre: espressiva, signorile, monumentale.
Chi cheret chistionadu
Ci si alza da tavola con la sensazione di aver assistito a qualcosa di più di una degustazione. In questi calici ci sono tre decenni di Malvasia di Bosa e un’idea di vino che non ha mai inseguito le mode, fedele al castagno, alla flor e alle sue cantine di città.
E torno alla penna da cui ero partito. Più di cinquant’anni fa Battista insegnava ai vignaioli di Bosa a scrivere, ascoltando i loro racconti. Oggi tocca a noi scrivere del loro vino. Forse è questo il senso più vero di cheret chistionadu: un vino che va parlato, discusso, condiviso. Come si fa con le persone a cui si tiene.
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