Non ci sono solo le grandi strade del vino, quelle che sfilano tra i crinali blasonati conosciuti in tutto il mondo. Ci sono anche le valli laterali, quelle che devi imboccare quasi per sbaglio, lasciando la via principale e addentrandoti in un silenzio rotto solo dal fruscio del vento tra i vigneti. La Valle di Mezzane è una di queste: un lembo di terra dell’Est Veronese che è una cerniera geologica sospesa tra due mondi, tra l’eleganza suadente del Soave e la potenza scura della Valpolicella classica. Un luogo dove la vite è di casa, ma senza fare troppo rumore, che abbiamo visitato, accompagnati da Clementina Palese, in una radiosa giornata primaverile.
In questo angolo di Veneto, dodici vignaioli hanno deciso di fare qualcosa che sa di antico e di rivoluzionario allo stesso tempo: mettersi insieme, non per creare un marchio, ma per dare voce a una terra. Perché qui, tra suoli calcarei e vulcanici, la fatica non è produrre vino, ma riuscire a spiegare perché questo vino ha un’anima diversa. Qui scopri che terroir, parola che abbiamo ripetuto così tante volte da consumarla sino alla trama, non è una parola di cui abusare ma una domanda da porre. Ed è esattamente quello che hanno fatto loro, decidendo di confrontarsi e cercare una risposta comune.

Si fanno chiamare con un nome che è già un programma: I Vignaioli della Valle di Mezzane. Sono piccole aziende, a conduzione familiare di prima o seconda generazione. Non sono solo colleghi, sono una piccola comunità di amici e di resistenza culturale. L’elenco dei nomi ha la musicalità di un rosario laico: Alessandro Benini, Carlo Alberto Negri, Falezze, Grotta del Ninfeo, I Tamasotti, Il Monte Caro, Ilatium Morini, Le Cesete, Le Guaite di Noemi, Massimago, Roccolo Grassi, Talestri. Dodici cantine, due DOC, una valle sola.

Valle di Mezzane: veduta sui vigneti
La loro rivoluzione non è partita da un marketing aggressivo, o dalla ricerca di un punteggio su una guida del settore, è partita da un gesto di umiltà radicale, quasi francescana: studiare la terra. Hanno chiamato un pedologo, il professore Giuseppe Benciolini, già autore di mappature simili per progetti di zonazione vinicola in diverse zone come Soave, Valpolicella, Prosecco, Cartizze, Lambrusco Reggiano, e gli hanno chiesto di radiografare il loro mondo. Lasciamo la parola al professore che ci illustra il suo studio:
“La Vallata di Mezzane, come tutte le vallate della collina veronese tra la Val d’Adige e il confine provinciale est, costituisce un piccolo mondo a sé stante, delimitato dalle dorsali che solcano il territorio in direzione Nord-Sud, che la separano dalle vallate limitrofe, ed aperto a sud allo sbocco verso la pianura padano-veneta.
Dal punto di vista geo-pedologico la Vallata di Mezzane rappresenta pienamente le caratteristiche del più ampio areale dei bassi Lessini ma è nel contempo portatrice, come ogni vallata, di una propria specificità e originalità.
Essa presenta tutte le rocce della serie stratigrafica che caratterizza i Lessini; i suoli che derivano dall’alterazione e dal modellamento di queste rocce ne riflettono le caratteristiche e coprono il territorio della vallata con un mosaico variegato e originale: suoli moderatamente profondi ed estremamente o molto calcarei in corrispondenza delle formazioni geologiche calcaree dominanti, suoli argillosi e non calcarei dove affiorano i basalti vulcanici, terreni molto profondi a granulometria variabile in pianura.
Ciascuna delle tredici aziende che hanno promosso questo progetto rappresenta uno o più degli aspetti descritti: alcune sono caratterizzate dalla prevalenza dei suoli più tipici e diffusi della Vallata, altre racchiudono in pochi ettari l’intera variabilità delle denominazioni di appartenenza, altre ancora si distinguono per la presenza di suoli “rari”, poco diffusi nell’areale e nella denominazione, ma molto caratteristici, in grado di distinguersi anche nelle caratteristiche delle produzioni.
Con questo progetto i Vignaioli della Valle di Mezzane hanno voluto promuovere il proprio territorio attraverso la conoscenza del suolo che nutre i loro vigneti e che costituisce l’elemento naturale che sintetizza in sé e congiunge la terra con il cielo per offrire alle viti acqua, nutrimento e sostegno e consentire, così, la produzione dei loro vini.“
(N.d.A.) La produttrice Marinella Camerani dell’azienda Corte Sant’Alda, inizialmente tra i promotori di questa ricerca, è successivamente uscita dall’ associazione.
Ne è nata una Carta dei Suoli, quasi maniacale, in scala 1:10.000 che non è un poster da appendere in sala degustazione ma uno strumento vivo per capire chi sono. Perché qui nella Valle di Mezzane la geologia non è un racconto per sommelier, è un contrasto netto, un “Nero su Bianco”, come hanno giustamente intitolato il loro progetto. Nero come i basalti vulcanici che affiorano sul colle di San Briccio, regalando vini scuri, materici, viscerali. Bianco come il calcare che scheggia la luce, matrice di vini verticali, freschi e salini.
In un’epoca in cui il vino si fa sempre più globalizzato, omologato nel gusto della potenza e della concentrazione, questi dodici vignaioli hanno scelto la strada più difficile: definire un’identità comune. Hanno messo i loro vini in fila, durante degustazioni guidate da palati esperti, e hanno cercato il filo rosso che li unisce. E non lo hanno trovato negli aromi primari, che cambiano a seconda della mano dell’uomo e della botte, lo hanno trovato nel tatto, nella sensazione fisica. Possiamo descriverla con tre parole che suonano come un manifesto programmatico: sapidità, freschezza e piccantezza. È questa la firma della Val di Mezzane nel bicchiere. Non un sapore, ma una tensione. Una spina dorsale che rende riconoscibili questi vini, che tu stia bevendo un Valpolicella Superiore o un Soave.
C’è un dettaglio, in questa storia, che illumina tutto. L’obiettivo dichiarato, quasi sfrontato nella sua visionarietà, è quello di spingere il Consorzio della Valpolicella a riconoscere la Valle di Mezzane come sottozona ufficiale. È una battaglia politica, prima ancora che tecnica. Vuol dire andare a scardinare vecchi equilibri, vincoli storici, pigrizie consolidate. Christian Marchesini, presidente del Consorzio, lo ammette con onestà: il percorso è difficile, ci sono aspetti politici complessi da affrontare, ci vorrà del tempo. Ma loro insistono, forti dei loro 80 ettari vitati e di 200.000 bottiglie prodotte ogni anno. Poca roba, se comparata ai colossi del vino ma sufficiente per fare rumore, se il rumore è quello giusto.
La verità è che I Vignaioli della Valle di Mezzane non stanno solo chiedendo un’etichetta geografica. Stanno rivendicando un modo di stare al mondo. Un modo in cui la conoscenza del suolo serve ad affrontare il cambiamento climatico, in cui la condivisione delle esperienze in vigna è più importante del segreto di cantina. Marco Sartori, enologo di Roccolo Grassi e vera anima intellettuale del gruppo, parla di un “sentiment comune” . È una bella espressione, perché rimanda alla sfera delle emozioni, non solo degli affari. È il desiderio di contarsi, di pesarsi, di guardare il paesaggio con occhi nuovi per raccontare al mondo, attraverso il vino, la bellezza “vera” di questa valle di confine.
Dei singoli produttori e dei rispettivi vini vi racconteremo in un articolo dedicato.
Dopo aver perso tempo, lavorando su navi e treni, finalmente sono riuscito a giungere sulle rive dell'Oceano del Vino ed a tuffarmi nel mio elemento. Bere, nelle giuste quantità, non è mai tempo perso.
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