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Paesaggi agricoli e vitivinicoli da scoprire: al Vinitaly le tre cantine sarde del Distretto rurale Sant’Isidoro e un compleanno importante con i primi cento anni della Cantina di Quartu

Come trovare le leve di sviluppo per un paesaggio rurale florido ma forse rimasto in secondo piano? In Sardegna muove passi più sicuri DirSi, il distretto rurale “Sant’Isidoro Mario Fadda”, che opera su vitivinicoltura come sull’uva da tavola e sulle orticole fresche, sulla patata e sul pomodoro “sa tomata maresa” (il pomodoro di Maracalagonis, che è un Pat, prodotto agroalimentare tradizionale).

Il distretto è una Fondazione di partecipazione pubblico-privata nata per valorizzare gli aspetti culturali, ambientali e naturalmente agricoli in tre comuni nell’area metropolitana di Cagliari: Quartu Sant’Elena, Quartucciu e Maracalagonis. Per fare rete si sono unite amministrazioni comunali, Coldiretti, Campagna Amica, associazioni culturali e imprese del territorio.

LA CORNICE DI VERONA

In occasione dell’edizione 2027 di Vinitaly hanno proposto la scoperta dei vini delle tre cantine del distretto: Mulleri, Cantine FrapontiCantina di Quartu , che quest’anno celebra cento anni di vita. Hanno scelto la città di Verona per una degustazione condotta dal giornalista e gastronomo Francesco Bruno Fadda, abbinata alle preparazioni del Trigu Bistrò, ristorante veronese fondato dallo chef di origini sarde Francesco Zirano e da Roksolana “Roxy” Kutkovska.

I CALICI PROPOSTI

Sei le etichette selezionate: il Vermentino di Sardegna Doc Helena di Cantine Fraponti (30 ettari di realtà familiare ai piedi del Parco dei Sette Fratelli, sulle colline di Quartu Sant’Elena). Poi il Cannonau di Sardegna Doc 1926 Riserva e il Nasco di Cagliari Doc Capitana: entrambe della Cantina di Quartu, come anche il Carignano Pintau. Quindi il Moscato di Cagliari Doc e il Carignano del Sulcis Doc, rispettivamente Deserto e Cenere di Mulleri, nomi ispirati ai romanzi di Grazia Deledda, premio Nobel isolano.

Un autentico moto di memoria e orgoglio la presentazione del 1926 Riserva – Cannonau di Sardegna Doc, che riporta alla data di fondazione della cooperativa in una terra dove si coltiva la vite da oltre tremila anni. Lo spiega l’enologo Lucien Angei: «Abbiamo voluto raccontare i nostri primi cento anni con un vino immediato e diretto, coinvolgente come il nostro territorio. Il futuro delle cooperative come la nostra deve guardare alla sostenibilità e alla valorizzazione dell’identità locale. Dobbiamo tornare alle origini: portare sugli scaffali vini buoni, con il prezzo giusto: remunerativo per chi produce, accessibile per il consumatore».

Importante la sottolineatura del costo corretto in un frangente in cui sempre più operatori fanno notare quanto sia fondamentale, per contrastare il momento di crisi nel consumo di vino, anche adottare una corretta politica di prezzo.

Non si perde di vista l’aspetto qualitativo e lo chiarisce il produttore Gianluca Mulleri: «Abbiamo scelto la qualità invece della quantità. Attestandoci intorno alle 30mila bottiglie, riusciamo a gestire ogni aspetto con attenzione quasi sartoriale. Il 65 per cento del nostro fatturato deriva dall’accoglienza in cantina: il rapporto diretto con il consumatore contemporaneo – attento, curioso e preparato – non è solo un valore economico, è uno stimolo continuo a migliorarci».

Da ribadire: l’accoglienza è fonte sicura di reddito anche per le piccole realtà. Giova constatarlo in un anno in cui, a parte le parole sentite nel padiglione di Fivi e da altri produttori che lo praticano da anni, l’enoturismo è stato un punto toccato da ogni ministro che ha messo piede a Verona.

IL CONFRONTO A TAVOLA

La cena? Un viaggio tra vitigni autoctoni che vogliono parlare di colline rivolte al mare o di mineralità del granito rosa di Quartu Sant’Elena. Un percorso pensato per far conoscere vini che vogliono essere identitari e contemporanei, in grado di accostarsi ai sapori delicati del mare come ai piatti più strutturati preparati in cucina.

Al termine i presenti si sono confrontati sul futuro del territorio e sugli scenari di sviluppo integrato che il Distretto sta delineando. Lo ha evidenziato Fadda in conclusione della sua conduzione enogastronomica: c’è un potenziale da coltivare: la capacità di costruire un sistema integrato in cui imprenditoria privata e amministrazione pubblica possono lavorare insieme, «con una rete solida e una visione condivisa, per promuovere un territorio che ha tanto da raccontare e ancora di più da offrire».

Fa sintesi di significati soprattutto Carlo Secci, alla presidenza del Distretto rurale: l’iniziativa «vuole raccontare, prima ancora dei singoli prodotti, il senso del nostro lavoro: costruire relazioni tra territori, imprese e comunità. Anche i territori più piccoli possono esprimere una visione, costruire valore e stare dentro le grandi piattaforme nazionali con una proposta riconoscibile e coerente».

IL DISTRETTO RURALE E LE SUE CONNESSIONI

Infine Luca Saba, per Coldiretti, entra sul fronte della formazione del lavoratore. Poi insiste sulla zona fortemente vocata all’agricoltura, «che già oggi produce decine di milioni di euro di fatturato» e al pensare più lontano allargandosi all’areale limitrofo: si includono altre floride zone, come Dolianova e Serdiana.

Alla domanda di Vinodabere – la parola chiave è connessione? -, risponde: «Assolutamente, c’è una connessione con un territorio già vocato per l’agricoltura e non da costruire. È un qualcosa che può dare posti di lavoro e farli crescere. L’accompagnamento, certo soprattutto nel settore vitivinicolo ma anche nella parte orticola e olivicola, rappresenta per il distretto un’occasione di essere utile ed efficiente».

 

 

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Giornalista professionista, sommelier e nomade alla continua esplorazione dei mondi enogastronomici per raccontare le donne e gli uomini che mettono l’eccellenza sulle nostre tavole.

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