Alla Stazione Leopolda di Firenze, la Presentazione del Catalogo 2026 di Proposta Vini ha confermato ancora una volta perché questo appuntamento sia diventato un termometro autorevole per chi lavora nel vino e negli spirits: due giornate dense, partecipate, con oltre 200 espositori tra Italia ed estero e più di 35 presenze dedicate al mondo distillati; un programma scandito da masterclass pensate per andare oltre l’assaggio “da banco” e trasformare la degustazione in lettura di territori, stili e scelte produttive.
In mezzo a questo flusso continuo di calici e confronti, anche gli assaggi liberi hanno restituito una fotografia estremamente viva della selezione. Ha colpito, per esempio, l’energia alpina e la visione agricola di VenticinqueDieci dalla Val di Non: un progetto giovane che, attraverso i PIWI, propone una risposta concreta alla monocultura del melo.
Il Solaris racconta la quota senza compromessi, con un profilo floreale netto, agrumi tesi tra lime e pompelmo e una spalla acido-sapida affilatissima, quasi tagliente, capace di sostenere una struttura sorprendente per un vitigno ancora poco conosciuto, restituendo una persistenza precisa e verticale. Sul versante opposto, ma altrettanto eloquente, il recupero della pergola secolare di Cabernet Franc a Isera, su suoli di tufo basaltico: un vino che non gioca sulla potenza ma sulla stratificazione, con un rubino intenso attraversato da un’espressione fruttata noir – mirtillo e cassis – intrecciata a rosa e violetta; la balsamicità di montagna sulla foglia di ortica e un finale profondo di sottobosco, tra foglie bagnate, il ricordo del cestino dei funghi e cenni di china e chicco di caffè. In bocca la trama tannica, centrale e fine, è già ben sorretta da un’acidità fruttata vibrante, capace di promettere evoluzione senza perdere precisione.
L’eleganza senza bisogno di presentazioni è arrivata poi con Villscheider, realtà simbolo dell’Alto Adige più autentico, capace di declinare i vitigni autoctoni con uno stile di assoluta grazia formale. Una vera chicca il SAN CYRILL Passito 2021 da Kerner: oro luminoso nel calice, si apre su note profonde di miele di elicriso, resina di pino, arricchite da cedro e zenzero canditi, fico secco e dattero, per poi scivolare su ricordi di nocciola tostata e pasticceria, quasi in un rimando proustiano alla torta della nonna appena sfornata. Il rapporto zucchero-acido, perfettamente calibrato, rende il sorso sempre dinamico, mai appesantito, con una persistenza lunghissima, che accompagna il finale senza stanchezza.
Tra le nuove entrate in catalogo Michele Sartori in Valsugana: una viticoltura di montagna che recupera terrazzamenti storici e li restituisce in forma liquida. Il suo Trentodoc Extra Brut – Chardonnay in purezza – racconta con chiarezza la fortunata brezza del lago di Caldonazzo e l’alta quota (650 metri), regalando una balsamicità netta di verbena ed erbe alpine, poi fiori bianchi di caprifoglio, mela verde e pera chiudono il quadro olfattivo. La bollicina è fine e cremosa, capace di creare pienezza al centro bocca prima di distendersi su una scia sapida lunga e nitida. Ma è stato il Pinot Nero a stupire: rubino intenso, espressione noir del frutto precisa su echi di mirtillo e cassis, arricchita da note balsamiche di foglia di ortica e caramella Ricola alle erbe, con una gestione del legno misurata e intelligente, che accompagna lasciando raccontare il carattere varietale. Il sorso, guidato da un’acidità elegante, mette in evidenza un tannino vellutato e setoso, guidando verso una chiusura su ricordi tostati di nocciola, senza mai perdere slancio. A rendere l’atmosfera ancora più “Leopolda” – ovvero insieme fieristica e culturale – anche la mostra di Federico Lanaro: un contrappunto visivo fatto di colori fluo e sintesi del segno, capace di invitare lo sguardo a cambiare prospettiva, un po’ come fa un vino quando riesce a sorprendere pur restando fedele a sé stesso.
In questo contesto si è inserita la masterclass “I riflessi del Vermentino”, a cura di Gianluca Telloli, responsabile selezione e ricerca vini di Proposta Vini, con il supporto di Martina Fagnani. Un titolo centrato, perché se c’è un vitigno che vive di luce riflessa – e non solo in senso poetico – è proprio lui: nato per dialogare con il mare, con il vento, con i suoli magri e luminosi del Mediterraneo, il Vermentino cambia registro come cambiano le ore del giorno sulla costa, eppure rimane riconoscibile. Le sue origini, paradossalmente, restano tra le più discusse: la ricerca delle radici è un istinto umano, e in ampelografia diventa quasi un’ossessione, ma questo vitigno continua a sfuggire a una “patente di nascita” definitiva. Più che una certezza, emerge un’idea: una patria d’elezione racchiusa in una zona precisa, chiamata con immagine felice “l’uovo del Vermentino”, un perimetro ideale nel mediterraneo dove mare e luce diventano grammatica comune. Attorno, una galassia di nomi: perché i vitigni antichi portano con sé variabilità e sinonimi, e nel suo caso la storia è ancora più intricata. Le analisi genetiche hanno aiutato a fare ordine, confermando sinonimie reali – come Pigato e Favorita – e smontando attribuzioni frettolose; hanno persino suggerito parentele inattese con il Furmint ed alcune Malvasie, come se il Mediterraneo e i suoi porti avessero lasciato impronte anche nel DNA.
La parte più affascinante, però, è forse quella in cui la storia del vino si intreccia con la storia degli uomini. Nelle terre della Repubblica di Genova, quando il traffico di navi disegnava rotte e fortune, è plausibile immaginare che viti e vini viaggiassero insieme alle merci. Le “vernacce” – nome che poteva significare “del luogo”, o ancora rimandare a un’origine geografica (Vernazza, per esempio) – erano vini celebri, stimati, cantati e citati, e non sempre è possibile stabilire con quali uve fossero prodotti. Proprio qui sta il punto: la storia dei vini non coincide sempre con la storia dei vitigni. E allora il Vermentino sembra emergere come figura laterale ma costante, nascosto tra nomi di luoghi e nomi di vini, come se la sua identità fosse stata per secoli più commerciale e culturale che ampelografica. In Liguria e nelle Cinque Terre i richiami storici si moltiplicano, e l’idea che le denominazioni antiche potessero sovrapporsi a vitigni diversi – o che vitigni simili potessero chiamarsi in modi differenti, tra lingua parlata e lingua scritta – rende il quadro ancora più vibrante.
A dare ulteriore profondità al tema, la diffusione contemporanea: in Francia il Vermentino è presente con numeri importanti e in molte AOC, spesso noto come Rolle nelle aree del Languedoc-Roussillon, in Provenza e nella Vallée du Rhône, mentre nel resto del mondo comincia a farsi notare in territori lontani come California e Nuova Zelanda. In Italia, oltre alle denominazioni più iconiche, compare in una costellazione di DOP e IGP che testimoniano quanto sia diventato una lingua comune capace di tradursi in dialetti diversissimi. Ed è esattamente questo che la masterclass ha messo nel bicchiere: non “il” Vermentino, ma i suoi riflessi.
Si parte dalla Sardegna con Quartomoro di Sardegna, Q66 Brut M.C. da uve Vermentino (sboccatura senza annata dichiarata), un metodo classico che nasce da un’idea di cantina come laboratorio e memoria. Quartomoro è il progetto didattico e sperimentale di Piero Cella e Luciana, ad Arborea, con l’ambizione di accompagnare la natura “in silenzio e con rispetto”, facendo parlare l’uva senza cercare perfezioni forzate. Le uve – da vigne su suoli di medio impasto tendenti al calcareo e vendemmia manuale – vengono vinificate con decantazione statica del mosto e fermentazioni a temperatura controllata, in acciaio. Nel calice il colore è paglierino fitto, con un riflesso dorato cristallino. Il naso si apre balsamico, quasi cesellato: nepitella, un soffio mentolato ed erbe aromatiche che ricordano il timo limonato, poi un cenno floreale di tiglio e, in filigrana, pesca bianca e lime. La bolla è centrale, fine e continua e l’ingresso è tutto giocato sull’acidità, padrona di casa, che spinge il sorso su note agrumate di lime. Poi arriva la salinità, a dare materia, e il finale sorprende con un ritorno mieloso in bocca, come una carezza che chiude dopo lo scatto.
Il secondo assaggio alza subito l’asticella della complessità e del tempo: Tenute Ólbios, “In Vino Veritas” 2013, Vermentino di Gallura DOCG. Ólbios, “terra felice”, è il nome greco che Daniela Pinna ha scelto come dichiarazione d’intenti: in Gallura il Vermentino è figlio di granito, mare e vento, e qui la scelta è una vinificazione il più possibile pura, con agricoltura integrata, senza diserbanti, trattamenti ridotti e certificazioni che parlano di attenzione concreta. Le radici, non sostenute da irrigazioni se non di soccorso, cercano profondità e restituiscono mineralità; la vendemmia è manuale in cassette. La tecnica di questo vino è affascinante: macerazione pellicolare notturna, pressatura soffice, fermentazione in barrique di rovere di Allier, poi un lunghissimo percorso tra acciaio e legno con permanenze prolungate sui lieviti filmogeni, in uno stile che richiama – per idea, non per copia – certe vibrazioni “flor”. Nel bicchiere è un dorato vibrante. Il profilo olfattivo racconta mela cotogna e pera in macerazione, cenni di fienagione e zafferano; l’ossidazione è voluta, spinta, e ricorda davvero al naso una dinamica quasi da metodo flor. Poi entra una balsamicità di resina di pino e, più avanti, il frutto diventa succo di albicocca. Frutta secca e miele di elicriso chiudono lo spettro con un timbro caldo e mediterraneo. Al sorso, però, non cede mai: l’acidità fruttata rende la progressione agile, ritorna l’eco di albicocca e una piccantezza tattile di pepe bianco suggerisce il dialogo con il legno. Il centro bocca è materico, pieno, e l’allungo finale è una dichiarazione di sapidità: grande salinità, quasi marina, che resta a lungo.
Dalla Gallura si passa in Alta Corsica con Clos Fornelli, “La Robe d’Ange Blanc” 2024, AOC Corse, Vermentinu. Qui il racconto è familiare e storico insieme: trenta ettari ai piedi della Castagniccia, tra Tallone e Linguizzetta, in un’isola che ha difeso a denti stretti il proprio patrimonio ampelografico dopo la stagione degli impianti forzati e dell’industrializzazione. La tenuta, oggi guidata da Josée Vannucci e dal marito Fabrice, lavora senza irrigazione e con pratiche resilienti, scegliendo una vinificazione che somma contenitori diversi (cemento a uovo, inox, legno, anfora) e un solfitaggio minimalista, che lascia margine alla flora indigena e, a seconda dell’annata, anche a fermentazioni malolattiche spontanee. Nel calice è paglierino tenue e vibrante. Apre sulla macchia mediterranea – timo ed elicriso – poi la nepitella abbraccia un’aromaticità agrumata di bergamotto, sfumando su ricordi floreali di tiglio e rosa bianca, fino a chiudere sulla pesca bianca. In bocca l’ingresso è uno slancio fresco su note agrumate di kumquat, poi torna la pesca bianca; il residuo zuccherino, misurato, non addolcisce: equilibra, facendo da contrappeso allo scheletro acido-sapido e rendendo la beva armonica, composta, centrata.
Il viaggio prosegue in Liguria di Ponente con Maixei, Vermentino Riserva Riviera Ligure di Ponente DOC, e qui il tema “riflessi” si fa anche fisico: quello della luce sui muretti a secco e sulle vigne arrampicate, dove il lavoro è davvero estremo. Maixei nasce da una cooperativa fondata nel 1978 e cresciuta fino a rappresentare una quota significativa della produzione di Rossese di Dolceacqua; nei comuni della Val Nervia, Verbone e Impero, tra alberello e controspalliera, tutto è manuale perché il territorio non concede alternative. Le uve vengono pressate in modo soffice, e una parte fa una breve macerazione con neve carbonica prima della vinificazione in bianco, a cercare tipicità; fermentazione in acciaio a temperatura controllata, malolattica bloccata per preservare freschezza. Nel bicchiere è paglierino vibrante e tenue. Il naso parte su note floreali di tiglio e gelsomino, poi arriva la balsamicità di nepitella che vira su scorza di pompelmo e lime, con soffi di pietra bagnata a riecheggiare il carattere minerale. La bocca è agile, tesa, con richiami di lime ed erbe aromatiche; timo limonato e pepe bianco allungano la progressione e la chiusura è una salinità saporita, netta, che pulisce e invita al sorso successivo.
Dalla Liguria alla Maremma, con Provveditore, “Bargaglino” 2024, dove tradizione e innovazione convivono anche in una scelta spesso discussa ma qui coerente: il tappo a vite (Stelvin) come strumento di precisione per ridurre l’impatto ossidativo e garantire affidabilità, coerenza tra bottiglie e longevità. L’azienda, storica per il Morellino di Scansano e oggi guidata da Cristina Bargagli, lavora su suoli dalla tessitura limoso-sabbiosa, tendenzialmente alcalini e ricchi di minerali. L’uvaggio vede Vermentino dominante (85%) con un saldo di altre varietà (Viognier, Trebbiano Toscano, Chardonnay, Sauvignon, Ansonica). La vinificazione è meticolosa: vendemmia manuale, macerazione pellicolare a freddo, poi solo mosto vergine ottenuto per caduta senza pressatura; fermentazione lunga in acciaio a bassa temperatura e sosta sur lie con rimescolamenti fino a primavera, per costruire corpo e profondità. Nel calice è oro vibrante, di media fittezza. L’incipit è di pietra focaia – quel ricordo che il tufo agevola nell’evocazione delle sfumature idrocarburiche – poi zagara, rosa gialla e mela cotogna. La balsamicità torna come resina, con un’eco di zafferano a dare calore. In bocca si ritrova una matericità profonda: la frutta sembra macerata, l’acidità vibra su cenni di scorza di cedro e sostiene il sorso, mentre la sapidità abbraccia e allunga su echi più dolci di cedro e zenzero canditi, con una chiusura elegante e persistente.
Sempre in Maremma, ma spostandosi a Sorano, la masterclass entra in un capitolo quasi archeologico con La Biagiola, Vermentino Maremma Toscana “Cocciopesto” 2020. Qui il territorio porta con sé un’area vulcanica viva, dove la fertilità del suolo (pomice e ceneri) dialoga con l’influenza marina, e Carla e Leonardo lavorano da oltre dieci anni con approccio a basso impatto e minimo intervento. Il vino nasce da Vermentino in purezza, con decantazione statica e spremitura soffice, poi un lungo affinamento in anfore di cocciopesto (15 mesi dichiarati nel progetto), edizione limitata, non filtrata: una scelta che non è nostalgia, ma interpretazione. Nel calice è dorato vibrante. L’anfora si percepisce subito in un incipit ossidativo che richiama la mela cotogna e pera matura, poi arrivano salvia e rosmarino in fiore. In bocca cresce la balsamicità, seguita da una freschezza agrumata su note di lime; la piccantezza dello zenzero anticipa un’allusione fumé nell’allungo sapido. Il sorso è materico, scolpito, e la grande sapidità diventa struttura più che semplice nota.
Il ritorno in Sardegna con Santadi, Villa Solais Vermentino di Sardegna 2024, riporta al tema dell’identità di territorio su scala ampia. Santadi, fondata nel 1960, è una realtà cooperativa che ha saputo raccontare il Sulcis – anche grazie a figure come Antonello Pilloni e alla consulenza di Giacomo Tachis – facendo del Carignano un vessillo senza dimenticare le altre uve regionali. Qui le uve provengono da vigneti in cinque comuni del basso Sulcis, su suoli di medio impasto tra sabbie e argille; l’uvaggio è Vermentino 85% con Nuragus 15%. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata, poi una fase a contatto con i lieviti prima dell’imbottigliamento. Nel calice è paglierino tenue. Il naso si apre su note esotiche di ananas e mango, poi agrume dolce da mandarino; cenni balsamici di nepitella e anice aprono alle erbe aromatiche, elicriso e timo limonato, e si chiude su gelsomino e zagara. All’assaggio il gelsomino torna, insieme ad ananas e lime, e la scia sapida allunga con quella piacevole sensazione salina, quasi marina che rende la beva immediata, ma non semplice.
A chiudere, uno sguardo fuori rotta – e proprio per questo perfetto per una masterclass sui riflessi – con Rupel Winery, Vermentino “Velin” 2021, Bulgaria, Valle di Struma. La Bulgaria viticola ha radici antiche, e Rupel – tra il fiume Struma e i monti Belasitsa e Sengelska – unisce la tutela delle varietà balcaniche alla sperimentazione su uve italiane come Nebbiolo e Vermentino, con una cantina tecnologica capace di lavorare grandi volumi, ma con grande rigore tecnico. Nel calice è paglierino con riflesso dorato. Le note ossidative iniziali si intrecciano con effluvi fumé che ricordano il cerino; la frutta è macerata, mela e pera, poi succo di albicocca. Anche il fiore torna in macerazione, con un ricordo di rosa gialla; la chiusura si fa balsamica su resina di pino. Il sorso ha una sorprendente freschezza, che crea un connubio tra mentolo e scorza di lime; è un sorso sottile, che non cerca volume, ma precisione nella chiusura salina su echi di lime, lasciando una sensazione pulita e verticale.
Se l’obiettivo di questa masterclass era dimostrare che il Vermentino non è un monolite aromatico ma un prisma, la degustazione ci è riuscita con chiarezza: bollicina, ossidazione controllata, cocciopesto nelle interpretazioni, accompagnate nelle espressioni da macchia mediterranea, esotismo, fiori bianchi e la salinità come firma comune, ma mai identica. E soprattutto questo confronto si è fatto portavoce di un preciso messaggio: il Vermentino non si capisce inseguendo un’unica definizione, ma accettando che la sua identità sia fatta di coste, rotte, nomi sovrapposti e luce che cambia. Forse è proprio questo che lo rende contemporaneo: un vitigno “del mare” che, in un calice, riesce ancora a far viaggiare.
Laureata in Cultura e Stilismo della Moda e sommelier AIS, da sempre ha fatto della scrittura il modo più naturale per descrivere le sue emozioni. Con i piedi ben piantati in vigna e lo sguardo sempre curioso, vive il mondo con eccentricità gentile, cercando in ogni dettaglio quella scintilla capace di trasformarsi in racconto. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà. Scrive come cammina tra i filari: con rispetto, meraviglia e una sana dose di autenticità. Le sue parole non vogliono spiegare, ma far emozionare e magari, per un attimo, far tornare chi legge a sentirsi a casa.
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