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CANTINA BERA : I VALOROSI DELL’ALTA LANGA

Nel cuore hanno avuto sempre Moscato, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, ma a un certo punto la famiglia Bera ha voluto allargare i propri orizzonti e ha scommesso sulla spumantistica di Alta Langa. Ce lo racconta Umberto Bera che guida l’azienda insieme al padre Valter, la mamma Alida e il fratello Riccardo.

Tradizione vinicola secolare quella di Cantina Bera, in Piemonte a Neviglie, sulla strada tra Barbaresco e Neive, lungo sentieri sterrati e paesaggi incantevoli. Si dispiega su 40 ettari, tanti boschi e territorio variegato, raccontato spesso anche dal grande Veronelli. Dalla vendita delle uve all’imbottigliamento sono passati molti anni. Valter, il papà di Umberto, ha le mani grandi e forti e gli occhi piccoli e profondi, e di cambiamenti ne ha visti.

Il racconto ci rapisce e ci getta direttamente in quegli anni. Li vogliamo chiamare i valorosi perché chi vive in Langa e produce spumante Alta Langa può davvero definirsi tale, non tanto per il tipo di viticoltura che in queste terre trova la sua naturale espressione ma soprattutto per le vicende storiche e strategiche che questa denominazione ha affrontato per affermare quello che è oggi.

Consorzio consolidato e Docg nel 2011, in passato, rispetto ai fratelli e cugini di Franciacorta, Oltrepò Pavese e Trento Doc, l’Alta Langa ha dovuto faticare molto di più. I primi tre decidono di fare un’unione e investire e di individuare le zone per gli spumanti mentre il Piemonte viene tagliato letteralmente fuori. Da lì l’esigenza di rivendicare il luogo di nascita dello spumante, fin dalla metà dell’Ottocento. “E nasce una cosa bellissima – ci racconta Umberto Bera – è quello che mi dà speranza nelle persone di Langa per le quali fare un investimento è stato un passo importante”.

L’Alta Langa è stata l’unica denominazione in Italia ad avere un patrimonio sperimentale di 60 ettari e non ha eguali in campo italiano. Da un documento del 23 agosto del 1993, che Umberto ci mostra, veniamo a sapere che i terreni da impiantare venivano dati ai produttori con un contratto che prevedeva la restituzione e l’espianto degli stessi a fine progetto. La sperimentazione ha funzionato e gli impianti sono rimasti, a dimostrazione della tenacia della gente di Langa che ci ha creduto, scommettendo tutto. Uno di questi impianti sperimentali è di Bera che lo ha in affitto, con vigne di trenta e passa anni. La sperimentazione fu fatta su quaranta cloni differenti, “che dimostra quanto il Piemonte dovesse competere con gli altri per fare uno spumante tutto suo”.

 

Negli anni i produttori aderenti al Consorzio sono cresciuti, il numero di bottiglie è arrivato a due milioni, che per un mercato può significare un limite, ma il potenziale è almeno il doppio perché tante bottiglie sono ancora in cantina e aspettano di uscire tra qualche anno.

I Bera ancora prima sono stati grandi innovatori del Moscato d’Asti, in cui hanno investito fin dall’inizio, in una produzione complessa e costosa che negli anni ’70 erano pochissimi a fare, con metodo charmat. La prima bottiglia di Bera Alta Langa Doc risale al 2002, e l’azienda è l’ottava ad entrare in Consorzio, quando lo spumante Alta Langa si regalava per farlo assaggiare. Umberto si ricorda ancora di una vecchia foto dei genitori al loro matrimonio e sullo sfondo una bottiglia di Alta Langa.

Tanti i fattori vincenti. Territorio vocato, inutile dirlo, con ampiezza di varietà di natura geologica, e un disciplinare molto stringente, se pensiamo che le altitudini minime sono i 250 metri – non c’è limite a salire – sosta sui lieviti per almeno 30 mesi, ma è prassi di tutti ormai andare oltre, e il millesimo obbligatorio che serve a consolidare la linearità del prodotto.

Il disciplinare così rigido a detta di Umberto Bera è un bene e l’obbligo del millesimo deriva dal fatto che “i produttori di Alta Langa fanno vini rossi da sempre e questo comporta un punto fermo, un riferimento, l’annata diventa sinonimo di qualità e se il limite è trenta mesi, ormai la maggior parte esce a quaranta”. I diritti di reimpianto non sono in vendita, ma chi arriva può provare a fare domanda o comprare un vigneto già esistente. La denominazione è una nicchia, molto piccola ma, come abbiamo ricordato, con una storia lunga e quello che serve è solo il tempo, l’arma vincente di questo spumante.

I nostri assaggi

Alta Langa Docg, Bera Blanc Extra Brut 2021, 40 mesi, da uve Chardonnay. Un sorso accattivane, dalla bollicina fine e molto persistente, agilità e freschezza per uno spumante di ottima qualità.

Alta Langa Docg Bera Rosé Extra Brut 2021, 40 mesi, da uve Pinot Nero. “Sono un amante della Francia e amo i colori. Il rosé è anonimo qui in Langa ma a me piace moltissimo” ci confessa Umberto Bera. Per avere un colore così ci vogliono 24 ore di macerazione dell’uva in cassetta, in cella frigorifera, e poi si va in pressa. Alla visiva affascinante e complesso nei sentori. Molto buono.

Alta Langa Docg Bera Brut, 60 mesi sui lieviti, da uve Pinot Nero 70% e Chardonnay 30%. Sorso pieno, avvolgente, note di panificazione che virano però a una certa sensazione citrina. Freschezza immediata per un finale davvero persistente. Questo spumante prova quanto il territorio dell’Alta Langa sia sinonimo di qualità e finezza. La mano di Bera fa il resto. Considerata la Cuvée storica, il primo millesimo risale al 2002.

Dopo i 4 o 5 anni il millesimo conta, come l’affinamento, ma dopo, l’anno in più sui lieviti diventa difficile da capire – ci spiega Umberto – se rimane, migliora ma molto lentamente. Invece ci rendiamo conto che assaggiando un vino che fa sboccatura a un mese o cinque mesi, senti che è un sorso molto differente, cambia tutto. Per questo la facciamo noi, giochiamo con millesimi diversi, capiamo noi l’evoluzione di questi vini e sappiamo che cosa succede in azienda”.

L’Alta Langa ha un grande potenziale di abbinamento, “cambiando il millesimo, si varia sui sentori e si può bere come aperitivo, oppure, se arriva a cento mesi sui lieviti, affiancarlo a un brasato,”. Quello che merita una riflessione è la capacità dell’Alta Langa di accompagnare il pasto. Rappresenta un vino gastronomico, non solo come aperitivo fresco e piacevole, ma un sorso complesso, pieno di personalità.

I rossi

I Bera nascono come allevatori di bestiame, al posto del grano hanno poi impiantato la vite e negli anni ’60 vivono il boom di Dolcetto e Moscato, quando il Dolcetto era anche meglio del Barolo, da prassi legata a un consumo diverso del vino. Dala fine degli anni settanta iniziano a imbottigliare, ampliando gli ettari. Oggi l’azienda è sinonimo di Barbaresco, i Bera producono un’ampia gamma di rossi da Nebbiolo e Barbera, ci mostrano i loro vigneti che in parte si aprono in un panorama affascinante dalla bella terrazza dell’azienda, in via di ristrutturazione.

La Barbera d’Alba Superiore 2022, La Lena, non smentisce la varietà, il colore è rosso rubino brillante, i sentori di frutta netti e puliti, subentra una fresca nota floreale, lo scenario è un sorso ricco di freschezza.

Barbaresco 2021, Neviglie. La località Neviglie prima era nel Barbaresco, poi viene tagliata fuori. Rimane un riferimento per la Cantina Bera e per il loro Barbaresco che non hanno mai smesso di produrre. Questo vino è fatto dalle uve di tre vigne diverse, ed è molto espressivo del territorio, ricco di note scure, sottobosco, humus, frutta rossa molto matura, speziatura dolce e rosa appassita.

Serraboella Barbaresco 2020, tra i 18 e 24 mesi di legno grande. Un vino dalle caratteristiche spiccate, “nei blend si faceva sempre riconoscere”. La vigna conta un ettaro e 8, si fanno quattro diverse vendemmie, a poca distanza di metri il terreno cambia da argilla a roccia bianca. Sorso robusto e pieno, dalle tipiche note speziate, note scure. Molto aderente al territorio.

Barbaresco Rabajà, Riserva 2017, alle spalle 24/30 mesi di botte, sosta sulle bucce tra i 25/50 giorni. Esce solo Riserva. Vino di grande spessore, regala una fitta trama tannica, il sorso è austero, emergono frutto maturo e speziatura, si evolve in lieve tostatura, con un finale appagante e pieno.

Barbaresco Basarìn, Riserva 2019.  Altro Cru che si avvicina molto a Serraboella. Qui abbiamo un vino di potenza. Ricorda le spezie, note erbacee, con terziarizzazione di boiserie e tostatura. Botte per 24/30 mesi.

Barolo Mosconi 2019, complesso e avvolgente, note di spezie dolci, a seguire cacao, caffè, liquirizia. Un vino robusto, asciutto e persistente. Un sorso di grande carattere e profondità.

Breve conclusione

Alta Langa è un territorio – così lo descrive Umberto – e tutto parte da una storia che va raccontata per entrare in questa realtà”. Il mercato si concentra in Italia e al nord in particolare, Roma si sta aprendo, in Giappone iniziano a essere interessati, al contrario degli Stati Uniti. Angelo Gaja, genio e mente aperta sempre su nuovi orizzonti, ha detto a Umberto Bera, qualche giorno fa “dovete crescere, ampliare il numero, il giorno che il mercato si sveglia e vuole Alta langa, dovete essere pronti”.

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Classe 1976, mi laureo in filologia classica alla Sapienza di Roma. Da sempre appassionata alla storia antica e alle lingue classiche, inizio a scrivere per giornali e testate online fin da molto giovane, occupandomi di costume e spettacoli. Divento prima pubblicista e poi professionista nel 2024, occupandomi di vino dal 2019, quando inizio a curare la rubrica Sulla Strada del Vino insieme al mio collaboratore Massimo Casali. Non ho ancora un blog e scrivo per chi ha voglia di approfondire e capire il vino non solo come consumatore, convinta che questo settore possa aprire scenari e mondi magnifici e inaspettati.

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