I vini di Casale dello Sparviero e le peculiarità di Castellina in Chianti, terroir unico nel vasto territorio chiantigiano. Visita in cantina e riflessioni tra passato, presente e futuro del Chianti Classico.
RADICI
“Si potrebbe scrivere un’intera storia dell’umanità attraverso le sue mappe e le sue pietre: le prime dicono dove vogliamo andare, le seconde da dove veniamo.” — Jorge Luis Borges.
Poche cose restituiscono il senso di continuità e tradizione, come il Chianti Classico.
Merito, forse, di quell’aggettivo — «Classico» — utile per distinguere il cuore storico dalle sue più recenti estensioni, ma capace di evocare un legame millenario che getta un ponte tra il presente e il Medioevo.
È un arco temporale lunghissimo, in cui le vicende del vino s’intrecciano indissolubilmente a quelle umane e ogni cosa muta, fatta eccezione per le pietre dei castelli e delle pievi che, silenziose, punteggiano l’orizzonte.
In questo scenario si giunge al Casale dello Sparviero, nel comune di Castellina, a breve distanza da Monteriggioni.
Vi si accede percorrendo un maestoso viale di cipressi che risale la collina fino alla sommità, dove un antico e imponente monastero ospita oggi la sede della cantina.
LUOGHI
Tutto ha inizio nell’Alto Medioevo, intorno al X secolo, quando i Longobardi scelsero questa collina per erigervi una torre di avvistamento. In un’epoca di confini contesi, la struttura fungeva da sentinella e rigoroso avamposto militare.
Col passare dei secoli, il fragore delle armi lasciò il posto al silenzio della meditazione. Manoscritti della fine del XVII secolo documentano una metamorfosi profonda: la fortezza divenne monastero. Fu in questo periodo che la struttura assunse l’impronta di accoglienza e laboriosità agricola che ancora oggi si respira tra le sue volte.
La definitiva consacrazione dell’identità territoriale arrivò nel XVIII secolo con il Catasto Leopoldino. In queste preziose mappe, che rappresentano la prima vera “fotografia” scientifica della Toscana, i nomi che oggi leggiamo sulle etichette — Casale, Campoperi e Paronza — compaiono già distintamente come luoghi d’elezione per le colture e la vite.
TERRITORIO
Ci troviamo nel Comune di Castellina in Chianti, e per i nostri intenti, all’interno dell’Unità Geografica Aggiuntiva (UGA) omonima, secondo la recente ripartizione introdotta dal disciplinare del Chianti Classico.
Lo stesso territorio di Castellina rivela tuttavia una notevole complessità e mutevolezza geologica. Come splendidamente illustrato nel volume “Castellina in Chianti” di Armando Castagno, all’interno della medesima UGA si possono infatti riconoscere ben quindici unità territoriali, ciascuna omogenea per peculiarità geologiche e altri elementi distintivi.
Il Casale dello Sparviero trova la sua collocazione nell’area sud-occidentale di questo affascinante mosaico. Qui, il terreno si distingue per una peculiare quanto unica omogeneità geologica: argille, eredi di antichi depositi lacustri pliocenici (risalenti a tre milioni di anni fa), con la presenza affiorante di arenarie e, saltuariamente, ciottoli. È anche una delle zone meno elevate, mai oltre i trecento metri di altitudine, caratterizzata da un clima più caldo e luminoso. Tutti caratteri distintivi che, naturalmente, si riverberano con forza nel calice.
PERSONE
“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, o un anno, e poi la vita risponde.” — Alessandro Baricco, Castelli di rabbia.
Il Casale dello Sparviero racconta storie di cambiamento e nuovi inizi.
Il suo nome si lega indissolubilmente alla famiglia Andrighetti, a partire da Olindo, affermato imprenditore padovano e capitano d’industria nel settore del legname. Oltre al successo negli affari, Olindo era una figura di spicco nella cinofilia italiana, noto per la sua profonda passione per i setter inglesi.
Agli inizi degli anni Settanta, Olindo, affascinato dalle sinuose colline del Chianti Classico, colse l’opportunità di acquisire la fattoria di Campoperi dal Gruppo Sanpellegrino-Acqua Panna. Intravedendo il grande potenziale vitivinicolo – all’epoca non ancora pienamente valorizzato – nel 1972 avviò una radicale ristrutturazione, trasformando la proprietà in una vera e propria azienda agricola. Fu lui a gettare le basi della tenuta, innestando una visione manageriale moderna in un contesto rurale tradizionale.
Ada Andrighetti, figlia di Olindo, è cresciuta respirando quel pragmatismo e quella determinazione paterna. Nel 1994 ha preso ufficialmente le redini dell’azienda, acquisendo la tenuta confinante (“Il Casale”), unificando così le proprietà e dando vita all’attuale “Casale dello Sparviero”. Sotto la sua guida, i vigneti sono stati ripiantati con una visione moderna, culminata, a partire dal 2016, nella conversione a una produzione interamente biologica.
Oggi Ada è affiancata da suo figlio Arrigo Barion, terza generazione alla guida dell’azienda.
Il simbolo dell’azienda non è casuale: lo sparviero, che ancora oggi nidifica nelle buche pontaie del casale, è una metafora viva ed elegante. Incarna l’eleganza che non ostenta forza, l’osservazione silenziosa e l’attacco preciso. Un vero e proprio genius loci alato che sorveglia con discrezione i 90 ettari di vigne della proprietà.
VINI
Dal 2018 la consulenza enologica è affidata a Franco e Matteo Bernabei. Ci accompagnano nella degustazione il cantiniere Edoardo Pagliai, poi raggiunto da Francesca Genovese, general manager dell’azienda.
Chianti Classico Docg 2024.
Uve Sangiovese con una piccola quota di Canaiolo, affina per 12 mesi in botte da 50 ettolitri in rovere di Slavonia, e successivamente per almeno 6 mesi in bottiglia.
Rubino luminoso. Frutti di bosco e melagrana, ribes rosso e cenni floreali, infine una nota verde. Verticalità e spiccata freschezza all’assaggio, con una trama tannica fitta e sottile in retrovia che serra il finale.
Chianti Classico Riserva Docg 2021
Sangiovese 100%. Affina per 18 mesi in barrique di rovere francese e almeno 6 mesi in bottiglia.
Rubino netto, compatto. Espressività corale e più compiuta della versione d’annata: mora, mirtillo, cioccolata al latte, after-eight, iris, grafite. Largo all’assaggio, coerente con i profumi e arricchito da note di erbe aromatiche sullo sfondo.
Chianti Classico Gran Selezione Paronza 2019
Il toponimo Paronza compare già nel 1169 e identifica il vigneto omonimo di circa 2 ettari. È un vero e proprio cru, che caratterizza la personalità del vino, austero, potente e complesso.
Rubino concentrato. Profondità e complessità: boero, ghisa, ginepro, note chinate ed un cenno di oliva nera. Ampio, voluminoso, stentoreo. Sorso succoso, vellutato con un’elegante interpunzione sapida. Notevole la persistenza.
Lo stile dei vini di Casale dello Sparviero è attuale e moderno, pur rimanendo nel solco della tradizione. L’assaggio, in compagnia di Edoardo e Francesca, diventa occasione di confronto sulle nuove prospettive per il vino, tra numerosi fattori che mettono in crisi il settore e la necessità – come è sempre stato – di rinnovarsi per guardare al futuro con fiducia e, soprattutto, restare al passo con i tempi.
FUTURO
“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.” — Italo Calvino, Lezioni Americane.
Navighiamo oggi in quella che è stata definita la “tempesta perfetta”. Il settore del vino si trova a fronteggiare una convergenza di venti contrari: dalla demonizzazione dell’alcol alla complessità di linguaggi che allontanano le nuove generazioni, fino all’instabilità dei mercati internazionali e al calo del consumo abituale durante i pasti. Le cause? Molteplici e ben complessa ed articolata, sarebbe una analisi esauriente.
Fatto sta, che in questo scenario, il Chianti Classico — e con esso realtà come Casale dello Sparviero — non può limitarsi alla difesa del fortilizio, ma deve farsi interprete di un nuovo paradigma.
La sfida del futuro non risiede nell’aggiungere complessità, ma nel sottrarre. Occorre ripartire dal valore del consumo quotidiano, restituendo al vino quella dimensione di convivialità spontanea che il tecnicismo esasperato ha talvolta soffocato.
La risposta alla crisi non è un passo indietro, ma un salto verso l’esperienza: ovvero portare il consumatore fuori dal bicchiere e dentro la vigna, dentro la cantina, trasformando il valore socio-culturale del territorio in un racconto immediato, tattile, vissuto.
Far conoscere la storia di un monastero del XVII secolo o la geologia di un suolo pliocenico non deve essere un esercizio di erudizione, ma un atto di condivisione.
Come lo sparviero che osserva dall’alto per poi agire con precisione, così il mondo del vino deve imparare a planare sulle difficoltà dei mercati con una nuova leggerezza. Una leggerezza che non è assenza di sostanza ma rinnovata capacità di comunicare l’anima di un territorio.
Solo così il “Classico” potrà continuare a essere, paradossalmente, lo stile più moderno di tutti.
Michelangelo Fani, da oltre 15 anni appassionato di vino, distillati e gastronomia. Nel 2010 scrive occasionalmente su Dissapore. Nel 2012 collabora alla guida Bibenda 2013. Negli anni successivi partecipa ai panel per le Guide “ai sapori e ai piaceri regionali” di Repubblica (Lazio, Abruzzo, Marche Umbria, Puglia, Sardegna) e collabora con l’associazione Ateneo dei Sapori. Dal 2019 scrive sulla guida ViniBuoni d’Italia, edita dal Touring Club. Degwineandspirits.com è il suo taccuino di viaggio nel mondo del vino e dei distillati. Perché in fin dei conti, “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla” (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento – Novecento, A. Baricco).
Aggiornamenti continui sul mondo dell'enogastronomia








