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Umbria – Nel Carapace la famiglia Lunelli presenta il suo ultimo vino: Lunga Attesa

Tanto per cominciare, il nome suona bene, comunque lo pronunciate (Cara-pace, e Dio sa se ne abbiamo bisogno, o Carapace, il guscio della tartaruga cioè, scelto a suo tempo da Arnaldo Pomodoro come icona ispiratrice e modello ideale per la splendida “scultura in cui si può entrar dentro” che ospita la fascinosa cantina umbra dei Lunelli).

E poi in più d’un modo appare sintonica anche la specifica che si legge sull’etichetta del nuovo vino al debutto qui: “Lunga Attesa”. Un concetto che s’attaglia sia al mood della citata tartaruga che a quello – in generale – del mondo dei vini di alto pregio.

Con un plus particolare poi per il vitigno bandiera di qui (siamo a Bevagna e la collina di fronte, armoniosamente divisa tra filari e verde, è già in parte Montefalco: i due comuni di riferimento che si dividono la terra eponima del Sagrantino). Cui, si sa, visto il carattere e il celebre quantum tannico, un’attesa ben impostata non può che aggiungere fascini, mitigando e smussando resistenze.

La regìa e l’impostazione della Lunga Attesa (sette anni tra vendemmia e uscita, a veder la luce in 4000 esemplari è il prototipo targato 2015) sono state affidate dalla famiglia trentina del Ferrari (e molto altro), qui rappresentata sul campo da Alessandro Lunelli, a Luca D’Attoma e al supporto di un singolo vigneto (la Vigna al Pozzo) anch’esso oggetto di paziente aspettazione, visto che esordisce da protagonista assoluto a trent’anni compiuti.

la Famiglia Lunelli

D’Attoma, wine maker originale e ricercato, produttore in proprio (e acuto cesellatore di new models enoici, basti pensare ai suoi Cabernet Franc e Syrah) ha organizzato per il Carapace settenne quelle che ai tempi di Aldo Moro & c. si sarebbero chiamate probabilmente “convergenze parallele”.

Coccio cioè (ma non anfora: orcio, toscanamente parlando, in lingua dattomiana, e modellato nella sua zona) più acciaio, più legno (ma non piccolo e non marcante) per le fermentazioni. Dosati poi i primi in base alle stimmate d’annata; sempre presente il terzo anche come recipiente elevatore di seconda fase post taglio. L’ultima e successiva, ovviamente, prevede massa finale e ulteriore sosta pacificatrice in bottiglia. Accortezza a monte: una vendemmia di piena maturità “al cuore”, ma trifasica, dunque con prologo “fresco” e pennellata finale uno zic “over”.

Il risultato? Un vino che non rinnega affatto il suo DNA (il tappeto tannico è ampio e sodo, ma ben fuso e soprattutto non rigido) ma gratifica la beva con una prima tattilità del sorso accogliente e per nulla imbronciata, pur senza cessioni alla mollezza. L’idea è – parlando con licenza e senza timore dei nuovi, o convertiti, severissimi soloni pronti a bastonare e redarguire chiunque insista a scriver del vino con un millimetro di fantasia – un po’ quella di camminare a piedi nudi su un vecchio, prezioso parquet, di cui senti il rimbalzo e il tipico suono attutito, ma che non ti gela le dita, tutt’altro, e anzi con la sua testura speciale e reattiva quasi ti massaggia. Ovviamente il Carapace Lunga Attesa è vino (biologico come tutti quelli prodotti dal Gruppo) vocazionalmente da cibo. Ma non in esclusiva. Si fa bere con gusto anche da sé. Ed è un altro pregio.

P.s.:  dicendo della new entry, che merita dunque appieno la scena, val la pena però di rubarne un angolino per il riassaggiato Lampante, il Montefalco Rosso di punta (è classificato Riserva) della cantina. Piacevolezza fatta calice, ma senza banalizzazioni forzose o, peggio, atteggiamenti prossenetici. Un vino da tenere a mente per la gratificazione di un bel sorso quotidiano.

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