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“SARDEGNA ON MY MIND” – MANDROLISAI DOC IN DUE TAPPE: FULGHESU LE VIGNE

Avevamo parlato, nel precedente articolo del Madrolisai, dell’immensa bellezza delle vigne in quest’angolo di Sardegna. Ci trovavamo ad Atzara e sembrava di stare in Paradiso, ma non avevamo fatto i conti con la meraviglia degli appezzamenti di Meana Sardo (NU), altra area vocatissima per la viticoltura. La storia di oggi comincia da qui e prima di presentarne gli attori protagonisti (vini inclusi), vogliamo mostrarvi una piccola carrellata di immagini dei luoghi visitati. Tanto per rendere l’idea..

Adesso è chiaro il nostro azzardo consapevole, nel definire queste zone i giardini vitati più belli del mondo. Che dire poi dei suoi abitanti, gente fiera, testarda, che lotta contro tutto e tutti pur di emergere secondo il proprio stile e senza compromessi. I fratelli Fulghesu, tra i quali menzioniamo Maria Teresa e Giuseppe dettoPeppe”, sono proprio così: figli di Nino ed Annamaria che nel 1969 impiantarono le proprie barbatelle, scegliendole da materiale genetico di vecchie vigne, ampliando così l’attività di famiglia. Una storia che ha dell’incredibile, indice della vita difficile riservata a chi vuole lavorare la terra. La gestione dell’azienda iniziò praticamente “per corrispondenza”, tramite interminabili telefonate tra moglie e marito effettuate dalle cabine dei vecchi posti pubblici.

Peppe Fulghesu

Ben diciassette gli ettari dell’epoca, col tempo ridotti ad otto a seguito di divisioni tra parenti ed amici. Terreni differenti rispetto ad altri del Comprensorio: scarsissima presenza di disfacimento granitico e grande prevalenza di scisti e argille sabbiose. Senza dimenticare la materia ciottolosa di origine calcarea in quantità abbondante. Una piccola cantina di vinificazione ed affinamento dove Peppe effettua le sue sperimentazioni, sfidando il pensiero comune di fare soltanto ciò che “è sicuro da vendere”.

Originalità ed intraprendenza nei loro prodotti, forse non sempre convincenti in qualche espressione ardita od annata impegnativa, ma certamente dotati di grande emozione. In terra di Bovale e Cannonau infatti, i Fulghesu hanno impiantato anche Sangiovese e Ciliegiolo creando una sorta di ponte immaginario con la Toscana. Le sorprese con la cantina Fulghesu Le Vigne, credetemi, non mancano davvero.

Cominciamo con due assaggi da vasca, riguardanti il Nuragus 2021 dell’etichetta Lunatico, dalla vivace espressione aromatica di frutta a polpa bianca (pera), ribes ed erbe di campo molto gradevoli. Buona valorizzazione di un autoctono posto spesso in secondo ordine rispetto al Vermentino. Ed a proposito di tale varietà, la 2021 è ancora in fase di assestamento, timida nei toni, ma dal gusto muscolare e dal finale quasi salmastro. Infine il Likorys 2021, rosato a base Montepulciano, dal frutto nitido di ciliegia e spezie bianche. La prima di tante curiose scelte aziendali.

Tra i rossi, il Kantharu 2019 Doc Mandrolisai gode di un forte riverbero di erbe officinali e sensazioni agrumate meno evidenti in altri areali. I tannini sono energici e lo rendono un vino da apprezzare sia nell’immediato che nel lungo futuro.

Ampsicora 2019 – ve lo diciamo noi, non potendo essere indicato nel retro per evitare questioni legali: trattasi di Cannonau in purezza da tre parcelle differenti che insieme non raggiungono neppure un ettaro. Balsamico quanto basta, seguono in splendida successione note succose di mirtillo e ribes nero dal finale ferruginoso. Le esposizioni sono vicine ad un campo di piante di eucalipto..una semplice coincidenza che serve a far lavorare l’immaginazione.

Sentidu 2016: Cagnulari 100% in un territorio ben diverso dalle sue origini. “Effetto Fulghesu” potremmo definirlo, con la ricerca di valorizzare ciò che sembra impossibile da coltivare a queste altezze. Parte ridotto, per poi virare su prugna cotta, liquirizia e pepe nero in grani. Ci si può ragionare seriamente.

Etrusco 2017: siamo in Sardegna, ma chiudendo gli occhi non serve neanche un secondo per comprendere il varietale di riferimento. Sangiovese nelle sue migliori espressioni, tra parti verdastre, amarene mature ed emazie. Effettua una lieve surmaturazione per raggiungere una trama tannica più confortevole al gusto.

Saraceno 2016: soltanto l’elenco delle uve farebbe drizzare i capelli alla critica di settore. Primitivo di Manduria, Garnaccia Tintorera e Ciliegiolo. Molto declinato sul frutto, a tratti anche troppo, è da assaggiare in facili abbinamenti gastronomici, mancando le stesse energie antocianiche dei campioni precedenti.

Concludiamo la visita con due dolcezze, entrambe da uve Moscato Bianco. Eldorado 2021 gioca sulla rapidità di sorso, senza accentuare parti evolutive. La pesca melba predomina ed intriga. Il mio preferito. Zoli 2013, dopo 8 anni in piccoli caratelli, è da pura meditazione od in accoppiata ad erborinati di grande stagionatura. Danza tra caramello fuso, fico essiccato, datteri ed albicocche disidratate. Sigla la fine su nocciola tostata e pepe bianco quasi infiniti. Al prossimo giro.

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - Relatore corsi per la Campania. Ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Vincitore del Trofeo Montefalco Sagrantino edizione 2021, Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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