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Priscilla Occhipinti e la sua” Nannoni grappe ” – dalla Maremma al mondo intero

Roberto (il padre): ecclettico, irrefrenabile, geniale. Le fondamenta di una dinastia votata al Made in Italy puro, quello che tutti invidiano.

Priscilla Occhipinti

Priscilla (la figlia): la calma fatta Donna, riesce a domare un carattere felino da grande leonessa. Marketing e cura quasi maniacale della qualità.

Gioacchino Nannoni: Veronelli lo definì senza mezze misure “distillatore principe”. Partito da Lucolena, borgo nei pressi di Figline Valdarno, ha creato il mito, facendo da mentore alla giovanissima Priscilla. Purtroppo ci ha lasciato da tempo, ma sopravvive in ogni cosa che ha creato.

126 medaglie (oro e doppio oro), conseguite dal 2010 ad oggi, raccontano la storia di questi “Tre amigos”; delle campagne silenziose di Aratrice, dei mille profumi che accompagnano chiunque visiti la Distilleria. In Francia la chiamano la “part des Anges”, inevitabile tributo da pagare per la dolce leggerezza dell’etere.

Da 139 aziende del settore ne restano ormai soltanto 42. Colpa non unicamente addebitabile al morso della crisi. C’è di più: la solita farraginosa burocrazia schiacciante, la concorrenza sleale di un mercato libero che poco si cura delle sue eccellenze, il credit-crunch (e così via all’infinito).

Preferisco dilungarmi piuttosto sugli aspetti positivi di essere imprenditori riconosciuti e premiati a livello mondiale. La casa-azienda degli Occhipinti è sempre aperta. Scordatevi l’idea di pagare qualche obolo, Roberto potrebbe rincorrervi con la canna da pesca (essendo sedicesimo al mondo per la Pesca del Marlin).

Ospitalità la prima parola d’ordine, senza quella non si può parlare di nulla. Un vero e proprio “salottto d’autore” della Maremma, ove transitano ogni anno più di 300 operatori del settore, che ambiscono a farsi distillare le proprie grondanti vinacce da Priscilla.

Che sia Grappa (particolarissime quelle di Brunello, cioccolato Domori e sigaro), acquavite d’uva (o di frutta), gin e persino whisky poco importa. Tutto si concentra su tre punti: qualità, metodi di distillazione pressochè perfetti, valorizzazione degli aromi delle materie prime utilizzate.

La chiave di volta che li distingue da una produzione industriale sta nel far entrare nell’impianto un macchinario d’elezione davvero personale: la percezione dei sensi. Persino un grado alcolico di differenza può infatti compromettere in maniera evidente la massima espressione finale.

Il caso non esiste, l’automatismo non esiste. Il Tempo è il vero protagonista: deve essere di brevissimo intervallo tra la consegna delle vinacce e l’immediata distillazione (preceduta eventualmente da fermentazione per quelle bianche). Più calmo invece nella fase di ageing, variabile da prodotto a prodotto.

Separazione di testa, cuore e coda (in base a diversi punti di ebollizione), generano una perfetta bevibilità, evitando agli avventori avvelenamenti o profumi sgradevoli. Bandito l’uso del fuoco vivo nella fase di cottura (per gli aromi di bruciato), si ricorre semplicemente al vapore acqueo.

Tutti procedimenti che richiedono necessariamente impegno costante e amorevole fatto da persone specializzate, anche se i migliori “esperti” sono niente meno che i moscerini, amanti dei sentori più fruttati presenti nel cuore del distillato.

Un fermentino brevettato, simile ad una betoniera, alambicchi di rame modificati ed una bottaia sigillata con grate e lucchetti come in un Monastero di clausura fanno il resto.

Immagini che resteranno indelebili nella mia mente; in ogni visita comprendo sempre meglio la dualità dei rapporti umani e lo scambio reciproco di esperienze di vita che possono allietare il nostro animo accrescendo la nostra sensibilità.

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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