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Piemonte – Confronto e incontro con Angelo Gaja

Nel pomeriggio del 13 dicembre 2021 ricevo una chiamata sul mio cellulare da un numero sconosciuto:

Rispondo: “Buonasera chi parla?”, ricevo rapidamente risposta “Buonasera sono Angelo Gaja” …. e già questo è incredibile lasciandomi senza parole per un secondo, tralascio il resto della conversazione privata fra di noi…Ne segue la programmazione del nostro incontro per la mattina del 11 gennaio 2022 presso la sua dimora in quel di Barbaresco.

Arriva la fatidica data di gennaio e le aspettative salgono a mille. Parto molto presto ancora con il buio che avvolge le strade di montagna dalla mia casa in Alto Adige, durante il viaggio penso all’incredibile esperienza che sto per vivere, ansioso di incontrare e confrontarmi con uno dei personaggi più emblematici e importanti del vino nel mondo!

Arrivo a Barbaresco la giornata è bellissima con un lucente sole, puntualissimo mi presento alla porta e vengo accolto nella sala d’ attesa. Poco dopo arriva il fatidico momento dell’incontro con il Sig. Gaja che anche in tempi di Covid-19 mi porge subito la mano senza timore e ci sediamo a parlare sul mio percorso lavorativo e attuali attività che seguo come professionista nel settore ristorativo.

Prosegue posizionandosi vicino alla postazione del pc e parte raccontandomi con il supporto di alcune immagini da lui selezionate la storia dell’ azienda e iniziamo a confrontarci sulle sue scelte imprenditoriali e di come ha visto la crescita del vino in Italia, nel mondo tra passato, attualità e futuro.

Partiamo parlando di come suo padre citato con grande ammirazione viene definito “Il più grande artigiano nella storia del Piemonte e della zona dell’albese”.  Un grande artigiano secondo lui deve essere esperto i tre settori: viticoltura, cantina e vendita/marketing. Ovviamente anche il padre si avvaleva di esperti consulenti (come fa oggi l’azienda Gaja) ma doveva comunque padroneggiare tutte le attività come produttore e proprietario. Inoltre aveva già fatto grandi Barbaresco già molto tempo prima dell’arrivo di Angelo in azienda. All’epoca il Barbaresco era un vino minore. Nel periodo anni 1950-1960, invece il Barolo era il vino dei re, mentre suo padre voleva elevare la qualità del Barbaresco a livelli più nobili.

Angelo nel 1961 entra in azienda e per i primi anni segue le attività nel vigneto, cantina ecc. Poi sul finire degli anni ’70 suo padre lo sprona a puntare sui mercati esteri. Angelo sceglie Germania e USA, lasciando da parte saggiamente il mercato francese e inglese troppo difficile all’epoca. Gli si chiederà negli anni anche dal mercato estero di produrre anche il Barolo su richiesta degli importatori internazionali. Solo dopo qualche anno, più precisamente nel 1988, dopo aver acquistato dei vigneti nella zona di Barolo lo farà e inoltre decide di esplorare la Toscana alla ricerca di zone che fanno vini con una sola varietà come il Nebbiolo. Il Sangiovese era l’ideale specialmente in luoghi che possono crescere seguendo il percorso delle Langhe come denominazione ad es. Montalcino unicamente a bacca Sangiovese e la costa di Bolgheri per i vitigni alloctoni (cioè internazionali) che hanno similitudini e capacità per l’invecchiamento. Obiettivo finale fare vini originali per il mercato estero e l’esigenza di allargarsi in Toscana per continuare a sognare, per voler fare ancora di più nel mondo vino italiano e mondiale.

Mi racconta che la produzione oggi è cambiata, complici il cambiamento climatico dei primi anni 2000 e l’entrata a pieno regime dei figli dal 2013. Lo stile e cambiato ulteriormente in vigna (specialmente) e cantina perché il clima ha portato a questo ma si cerca di non dimenticare quel filo conduttore con il passato.

Il cambiamento climatico sicuramente ha portato anche dei benefici come la maturazione delle uve che si raggiunge in modo più regolare rispetto al passato. Svantaggio molti più zuccheri = alcol. Ogni cantina in base alla natura iniziale e dell’obiettivo del produttore vede il cambiamento climatico a seconda delle proprie esigenze e degli obiettivi. In Piemonte nel secolo scorso 5 annate su 10 non erano buone. Oggi non è più cosi e si fa più qualità con la certezza di avere anche uve più mature e sane.

Sicuramente i problemi maggiori di questo clima bizzaro sono l’inizio della vegetazione che arriva un mese prima rispetto al passato portando a maggiori rischi di gelate (fin marzo) vedi Chablis con molte vigne in pianura. Alternanza piogge, freddo, umidità, nuovi patogeni: cimice asiatica e xylofila (nome di un parassita), mesi di vendemmia con vere e proprie bombe d’acqua che colpiscono la vite dopo lunghi periodi di siccità che invece porta all’aumento degli zuccheri in modo non naturale. Per ovviare a questo si punta a piantare più in alto (fattore fino a 20 anni fa impensabile). Il risultato finale è che i vini di questo secolo saranno molto diversi da quali del passato.

In cantina oggi si fa meno uso di legni (introdotti dalla stessa famiglia tra le prime in Italia a crederci). Si punta e si punterà ancora molto sui vini bianchi internazionali come Chardonnay e Sauvignon già utilizzati per i grandi vini oggi. Saranno protagonisti sull’Alta Langa nella nuova cantina in via di costruzione ma non per la produzione di spumante ma bianchi fermi da invecchiamento in assemblaggio forse con qualche vitigno autoctono.

Dal 2004 si parte con numerosi consulenti e professori universitari che si alterano nella conduzione delle pratiche in vigna e cantina. Essi introducono nuove tecniche per arrivare a una crescita qualitativa contro quelli che sono aspetti che minano l’equilibrio in vigna come la protezione contro l’erosione del suolo, l’ aumento di sostanze organiche per assorbire meglio l’acqua e materia organica per migliorare la difesa contro i parassiti. Lo si fa tramite la produzione dal 1999 di Humus (quasi mille quintali prodotti l’anno) realizzato con l’uso di vermi californiani rossi che trasformano il letame in Humus poi utilizzato in vigna e affiancato da semine piantate in inverno che mangiano l’acqua che può esser un problema se in avanzo per la vite. Si fa un numeroso uso di graminacee (orzo, avena…) che hanno la funzione di sottrarre energie ai suoli troppo generosi con l’effetto di far dimagrire e combattere l’erosione suolo. Le leguminose (favino, vecia ecc.) hanno la funzione di attirare nelle radici e produre l’azoto per arricchire la vite (portano in sostanza energia alla pianta). Si fa uso di fiori di senape per attirare gli insetti e quindi la vita. Angelo ricorda con fermezza che dove ci sono le api e le farfalle l’ambiente è molto sano e sostenibile.

Lo stesso Angelo afferma “non è forse il modo perfetto, ma noi vogliamo fare cosi in vigna e sui nostri terreni. Le scelte perfette non esistono, devi essere tu capace di adattarti e trovare gli aspetti di positività”. Un altro aspetto che rimarca anche, è che non è importante la certificazione bio, biodinamica ecc. Noi non dichiariamo di essere sostenibili anche se lo siamo già da anni. Non ci serve dirlo abbiamo un marchio già collaudato, altri usano queste certificazioni per farsi notare e vendere di più i vini (sottolinea che non è una critica ma una semplice scelta di mercato che lui ben comprende e appoggia).

Le tre aziende vitivinicole di proprietà della famiglia sono nate rispettivamente :nel 1859 Gaja a Barbaresco, nel 1994 Pieve Santa Restituta a Montalcino e nel 1996 Cà Marcanda a Bolgheri. Un grande segreto delle tre cantine è la gestione delle vigne che fa la differenza, uso di selezioni massali sui migliori grappoli fatte in casa e tanta passione e voglia di metterci la faccia su qualsiasi decisone!

La cantina di Cà Marcanda dotata di 120 ettari vitati di varietà internazionali di cui Cabernet, Merlot e Syrah è uno dei progetti che più gli stanno a cuore. La bellezza di questa azienda é che è stata costruita e coperta dalla vegetazione cosi da essere immedesimata nella natura che la circonda in modo sostenibile nel verde rispettando il paesaggio circostante. Sullo stesso principio di rispetto dell’Alta Langa e vita della vegetazione sorgerà la nuova cantina in Piemonte.

Ritornando alla storia della famiglia, sua nonna Clotilde Rey (a cui è dedicato lo Chardonnay di punta insieme alla primogenita di Angelo Gaia), era originaria della Savoia francese e ha sposato suo nonno il fondatore della cantina che di nome faceva anche lui Angelo. Suo nonno realizza nel 1905 un biglietto da visita molto significativo in cui cita “produttori di vini di lusso e da pasto”. Che è proprio cio che fa la famiglia Gaja ha come idea di vino da sempre e tutt’oggi. I vini si bevono in occasioni speciali come si faceva già 100 anni fa. Tornando al rapporto con sua nonna che era maestra delle elementari ma gli ha impartito delle linee guida e valori della vita molto importanti,  lei li diceva “devi diventare un artigiano e servono quattro passaggi per farlo oltre ad essere il più esperto in cantina” (conoscenze che richiedono tempo e applicazione):

“Fare” (capacità autonome)

“Saper Fare” (darsi da fare nello sviluppare le competenze)

“Saper far fare” (essere un maestrò)

“Far sapere” (essere in grado di trasmettere)

Tutti gli artigiani capaci hanno nuove idee e avviato nuove nicchie di mercato (vedasi i vini naturali) a cui i grandi non hanno mai pensato. Pensare diverso è il segreto che nella storia ha anche penalizzato i piccoli produttori, basti pensare alla Georgia dove già 8000 anni fa si faceva il vino ma per colpa dell’influenza dell’ex URSS che l’ha portata a strappare il concetto di artigiano dalle famiglie e sviluppare un territorio per le grandi cooperative che hanno portato la Georgia e l’Armenia indietro rispetto a quello che potevano essere.

Conversando parliamo anche della attuale polemica dell’Ue sull’ alcol nel vino. Mi racconta che ha risposto su tale argomento in un articolo di una nota rivista italiana “bisogna fare capire che l’alcol si forma da 12.000 anni con un processo naturale a carico dei lieviti, quindi è già la più grande espressione di naturalità”. La Ue dovrebbe più preoccuparsi delle bevande in cui l’alcol viene aggiunto dall’uomo stesso come i superalcolici (con alcol disidratato) dove non è naturale il processo e con malizia si aggiungono coloranti per legare il consumatore al prodotto stesso. La soluzione semplice sarebbe avere due legislazioni diverse nel campo degli alcolici e superalcolici.

Tra i grandi personaggi che secondo lui in Langa hanno fatto molto ci sono: Aldo Conterno capace di compiere analisi del mercato anche nei momenti più difficili trovando le soluzioni in modo ovvio e semplice. La cantina sociale di Barbaresco per qualità prezzo dei vini è un modello da seguire per tutte le cooperative in Italia. Bruno Giacosa è il più grande ed ha fatto da mediatore per grandi aziende, conosceva meglio di tutti i grandi cru della Langa ed anche non avendo agli inizi degli ettari di sua proprietà ci ha regalato vini unici.

Si è parlato di etichette, quella di Gaja che fece scuola nel 1987 in cui il nome della cantina era più grande rispetto al nome del vino e vitigno per diventare sinonimo di garanzia per il consumatore finale. Etichetta oggi di due colori nero e bianco. Il nero rappresenta il passato su cui non puoi scrivere, cioè la partenza di tutto, mentre il bianco rappresenta il futuro su cui devi scrivere. L’ azienda Gaja è diversa a tutte le altre, non dispone di un sito web, non si fa bella con i riconoscimenti delle varie testate (R. Parker, Wine Advocate ecc.) “qui vogliamo fare a modo nostro tuona Angelo Gaja, noi non abbiamo bisogno di queste spinte mediatiche anche in tempi in cui i mass media, i social la fanno da padrone” e non si può dare torto per le loro scelte che risultano vincenti comunque in una strategia aziendale veramente di successo!

Tra i progetti futuri oltre alla nuova cantina in Alta Langa a 600 metri sl.m, è entrato nel vivo il progetto sull’Etna con i soli vitigni autoctoni sul versante in cui nessuno ha più piantato da anni e meno gettonato per la viticoltura.

Più volte durante il confronto ho pensato: Angelo Gaja ha una visione e la forza di un ventenne e questo mi dà una carica pazzesca, nulla è impossibile se usi la tua testa.

Nel finale siamo passati alla degustazione dei vini : tre en primeur (annate 2020 ancora non presenti sul mercato in anteprima) di Langhe Chardonnay Gaja & Rey 2020, Sauvignon Alteni di Brassica 2020, Sauvignon Alteni di Brassica 2019 molto atipico con note torbate e molto asciutto che lo avvicinano più allo stile francese della Loira come Sauvignon rispetto a quelli italiani. A seguire Barbaresco Sorì San Lorenzo 2020, Barolo Conteisa 2020 e due vere prelibatezze: Langhe Sperss 1999 e Laghe Chardonnay Gaia & Rey 2010.

Qui le note degustative dei due vini che più mi hanno colpito:

Gaia & Rey 2010 100% Chardonnay da vigne nella zona Barolo e Barbaresco nella MGA (sigla per le menzioni geografiche aggiuntive che fungono da concetto di cru in Piemonte) Giacosa a Treiso piantatati nell’anno 1979:

Annata dal clima classico, il nome e in dedica a due importante componenti della famiglia Gaja (la nonna Clotilde Rey e la primogenita Gaia Gaja).

Vino giallo dorato intenso, al naso ampio, ricco ed elegante, con sentori di frutta gialla matura, agrumi, vaniglia e camomilla e toni balsamici. Dopo qualche minuto nel calice, complice l’aumento di temperatura escono le note fumé con frutti esotici come ananas e mango nel finale. Nel palato il vino è teso/vibrante, morbido, avvolgente, caldo, sorretto da freschezza e sapidità, con una lunghissima persistenza e cremosità, vino compatto e fine da abbinarsi con aragosta alla catalana.

Barolo Sperss 1999 94% Nebbiolo e 6% Barbera da vigne della zona MGA (sigla per le menzioni geografiche aggiuntive che fungono da concetto di cru in Piemonte) a Serralunga d’Alba:

Annata top con la 1996 e 2001 diverse ma di grande fascino. Vigne esposte a Sud a vigna singola.

Colore granato, profilo olfattivo vivo, da note intense di mora e mirtillo, lampone in confettura, caffè e liquirizia. Poi si allarga e giunge la profondità, fragola e sottobosco, menta. Al palato getta la maschera e svela l’identità del fuoriclasse: bocca decisa ma morbida, perfetta nello sviluppo, lunghissima di sapore, escono il cacao, la china, con tannino perfettamente fuso e integrato. Classe in doppiopetto. In abbinamento a costata di fassona.

Potrei raccontarvi tanto altro di un incontro durato quasi quattro ore, posso terminare dicendo che esco da questa esperienza fortificato, pieno di energie e felice dell’invito di Angelo Gaja di volermi incontrarmi privatamente. E non vedo l’ora di recarmi a visitare le restanti tenute di proprietà della famiglia in Toscana.

 

 

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Sommelier originario della Val Gardena nel cuore delle Dolomiti, a cui gli studi sono stati illuminanti: è da questi che nasce il suo amore per il mondo del vino. Il suo trampolino di lancio è stato il ristorante tristellato St. Hubertus - Rosalpina a San Cassiano in Alta Badia, dove ha ricoperto il ruolo di Capo Sommelier e durante il lavoro consegue il diploma WSET (Wine and Spirits Education Trust) nel 2019. La sua voglia di mettersi in gioco lo ha spinto a partecipare anche ad alcune competizioni, classificandosi 1° al Trofeo del Soave 2019; 1° al Master Chianti Classico 2020 premio comunicazione; 1° al Master dell’Albana 2020; 1° italiano a vincere il Master del Pinot Nero nel 2021 e arrivando tre volte in finale ai Campionati Italiani Sommelier 2018, 2019 e 2021. Oggi, è relatore presso l’Associazione Italiana Sommelier, direttore del GDS AIS Alto-Adige e docente all’Istituto alberghiero di Merano, giudice per la guida vini Gault & Millau Italia, Concours Internacional Grenache du Monde, partecipa alla stesura della Guida Vitae - I migliori vini d’Italia, idrosommelier - brand ambassador per Cedea luxurywater della Val di Fassa. Svolge attualmente il ruolo di Wine & Beverage Consultant per molte realtà italiane attraverso: costruzione/assistenza delle carte da vino, formazione del personale ristorativo, recensione vini, guida di masterclass per cantine, consorzi di tutela nelle principali fiere mondiali: Vinitaly e Prowein.

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