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Montalcino – Biondi Santi, tra l’anima e il sorriso

Presentati il Rosso 2019 e la finissima Riserva 2016

Tre mesi di attesa per il debutto del nuovo Brunello

 

Scusa, ma il Brunello ’17? Non c’è?”. Beh, se – inclusi tra gli happy few presenti – foste venuti risolutamente per quello, non vi resterebbe che pazientare un tre mesetti, accampandovi magari in tenda qui al Greppo (la vista è straordinaria, l’aria frizzante ma generosa, la cantina alle spalle dotata di efficienti servizi) e aspettare febbraio. Quando il ’17, appunto, vedrà ufficialmente la luce. Ha deciso così l’anima perfezionista del premiato team B.S., Federico Radi, il giovane, toscanissimo enologo (ma con formazione e “humus” francamente e anzitutto agronomici) che dice – e viene da sorridergli con affetto ascoltandolo – che ha ancora un tuffo al cuore ogni volta che guarda il blasone di casa e i ritratti appesi ai muri.

Respect, dunque: rispetto potrebbe esser scritto sulla divisa ufficiale di Radi. Un rispetto che però non solo non impedisce, ma gli impone di andare e guardare avanti. Come ribadisce, introducendo la giornata, Giampiero Bertolini, conducator e frontman aziendale. Lo si sta facendo con il prosieguo della parcellizzazione (una microzonazione interna da cui si attendono grandi risultati, così come dallo studio approfondito dalla miniera ampelografica, il “forziere di casa” lo definisce a sua volta Radi, della vigna storica del 1935, autentico coro da Armata Rossa del Sangiovese ilcinese per numero di componenti e diversità di “voce” da clone a clone). Selezione massale (e al microscopio) in corso, dunque. Con un occhio, anzi due – anzi tre, se si potesse – al nodo più evidente che l’oggi rappresenta e il domani minaccia di amplificare: la profonda mutazione climatica in corso. E dunque, esperimenti anche sulla protezione diversa delle vigne (ombreggiatura con reti, le antigrandine renversé in antisole, o con corten). E scelta oculata e pensatissima della combinazione suolo e genotipo specializzato dal tempo più adatta e felice. Proprio sulla diversità dei suoli, oltreché la classica delle esposizioni (il collaudato marchio di fabbrica di Montalcino, un Brunello a sé per ogni punto cardinale e i loro incroci) si appuntano poi le attenzioni e le prove di vinificazione separata in corso. E anche stavolta scatta, automatica, la domanda: quando le assaggeremo? La risposta però non ha scadenze certe. Quando sarà il momento. Come sempre qui. Dove il tempo è da sempre reputato una risorsa più che una minaccia, come invece spesso altrove.

Intanto però, qualcosa da provare c’è. Rosso 2019, ad esempio, tanto per cominciare: un incrocio di sensazioni, l’aria un po’ guardinga (i tannini inizialmente un po’ come gomiti) di un’adolescente da libro della Alcott, ma che presa a verso svela poi anche una controllata ma affettuosa vena di dolcezza: la stoffa tendenzialmente morbida, cioè, di un’annata generosa (anche in quantità) ma solida, con le note di sapidità marchio di famiglia (presentissime e preziose anche nel vino che seguirà), i sentori di alloro brand del Sangiovese di razza – Radi dixit, e non si può non esser d’accordo – e anticipi di matrimoni felici con il grande roastbeef di cui evoca di lontano qualche sensazione.

Un risultato che si colloca con proprietà nella traccia metodologica che vige ora qui: selezione delle componenti da indirizzare in direzione Rosso-Brunello-Riserva non più, e non solo comunque, in base a schemi precostituiti (età vigna, posizione) ma a maggiore o minore rispondenza potenziale allo skill delle tre tipologie. Fermentato con avvio da pied de cuve (da vendemmia leggermente anticipata), il ’19 rientra senza dubbio nella cornice.

Altra storia – ovvio… – la Riserva ’16 che segue nell’assaggio. Ultima annata retaggio delle vendemmie pre-Epi. Ma gestita poi on the road da chi proprio quell’anno è subentrato. Complessità, solidità, persistenza assicurate da un tappeto di tannini fitto, alto, ma composto e elastico tanto che, fosse un tappeto vero, sarebbe un bel momento camminarci su a piedi nudi. E con nozze tra concretezza e finezza che sono anch’esse alla fine sigillo della casa. Ma se – citazione rubata a un collega autorevole ed espertissimo della faccenda Montalcino e B.S. in primis, Andrea Gabbrielli – l’anima del Greppo c’è, e senza sconti, c’è anche quel refolo di contemporaneità che sicuramente avrà reso al loro tempo simili, consanguinei diretti, ma tra loro ognuno un filo a sé, i Brunello di Ferruccio rispetto a quelli di Tancredi e questi da quelli di Franco.

L’anima è, e resta – e sia lodato Iddio. Ma il terroir (l’insieme intrecciato di uomo-vigna- clima-saperi-intenzioni… insomma il complesso “tutto” da cui nasce il vino) evolve, muta, gira. E allora, ecco il refolo discreto di sorriso in più (e in parallelo, un filo di ritegno in meno) che questo ’16 racconta, nella sua pienezza, e nella sua appena iniziata – ma iniziata – bevibilità. Un risultato che deriva, nella sua totalità, dalla cura certosina – e dal già citato enorme senso di responsabilità, insieme alle nuove consapevolezze – con cui il vino è stato accudito. Solo il tempo e la storia diranno poi se il mix di fibre pregiate (seta-lino-cachemire) che le trame futuribili paiono disegnare durerà quanto il fustagno casentinese d’antan (ma allora le toppe di pelle ai gomiti non erano un tocco fashion, ma interventi meditati per la necessità di far durare il capo e riscattarlo dal logorio). Ma le premesse ci son più che tutte, e la fiducia è tanta, e motivata.

A ricertificarne le radici, anche le relativamente recenti, ecco a sorpresa – ma non troppo – l’assaggio di Riserva 1999. Il vino che sarà oggetto della late release, la messa in commercio limitata e ritardata (una plenitude che non ha numeri ordinali come in Champagne davanti, è “plenitude” e basta) di una vecchia annata custodita in quantità adeguata in cantina, che è una delle scelte introdotte dal nuovo corso aziendale. Commento? Piacere. Largo. Complesso. Godibile appieno. Ma in puro Biondi Santi style, of course. E manco a dirlo.

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