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Langhe – Giacomo Fenocchio: un pezzo di storia del Barolo attraverso una verticale storica per festeggiare l’inaugurazione della nuova cantina

La cantina Giacomo Fenocchio ha una storia ormai centenaria, iniziata nel 1864 a Monforte d’Alba con il nonno di colui che oggi la guida insieme alla moglie Nicoletta e alle due figlie Letizia ed Eleonora: Claudio.

Una vita ricca di scelte importanti, quella di Claudio, prima con l’introduzione in cantina dei tini di acciaio a supporto delle botti in legno dove far maturare questo grande vino di Langa, oggi con la nuova cantina che abbiamo avuto modo di visitare durante la presentazione al grande pubblico che vuole permettere a tutti coloro che vi si recano di assaggiare dalle grandi botti i vini ancora in evoluzione, aspetto fino ad oggi appannaggio solo dei professionisti del settore.

Una sorta di liberalizzazione nei confronti del “popolo del Barolo” che necessitava di spazi ampi e accoglienti, che con questo nuovo edificio, Claudio è riuscito ad ottenere.

Una cantina dove gli spazi non mancano, una sala degustazione con vista sulle vigne che ci pone quasi in simbiosi con quello che stiamo assaggiando e una terrazza che non ha eguali con una vista mozzafiato che  ci mostra uno spaccato di questo fantastico territorio facendoci sperare di poter un giorno vivere in questi luoghi.

E  quale miglior modo poteva esserci per festeggiare questo importante passo verso il futuro se non una verticale storica dei vari cru di Barolo della cantina Giacomo Fenocchio!

Un Barolo che resta cinque mesi in tini di acciaio inox e due anni in botti di rovere di Slavonia di grande capacità per poi affinare in bottiglia per un anno,  evitando quei passaggi in barriques, che sarebbero eccessivamente aromatizzanti, per mantenere il più possibile il carattere unico del vino e permettere di coglierne la piacevolezza e il carisma.

Si inizia tornando indietro di ben 43 anni, quando ancora non nati i cru aziendali e le uve di Nebbiolo, che avrebbero dato la vita al Barolo, provenivano da una cernita dei migliori grappoli dei vigneti di Cannubi (20%), Castellero (20%) e Bussia (maggior parte della massa – 60%).

Parliamo del: Barolo riserva 1978 Doc

Una bottiglia  nata dalla sapiente mano del papà di Claudio (Giacomo morto nel 1989). Un assaggio che mostra appieno la capacità di questo vino di accompagnare con classe lo scorrere del tempo, un sorso ancora vivo con un tannino presente, ci propone profumi balsamici e speziati con una nota radiciosa  che si mostra con eleganza. Ci stupisce la freschezza mostrata dopo tanti anni ma ci conferma la capacità di questa azienda di interpretare alla perfezione un territorio e la sua storia.

Partiamo con la verticale di Barolo Bussia Docg. Si inizia con l’annata 1994, un Barolo tutto impostato su note floreali con rosa e violetta in evidenza, un tannino ben integrato accompagna un frutto croccante e una nota radiciosa che non ci dispiace affatto, un salto di ben 6 anni ci porta agli inizi del nuovo millennio e l’annata 2000 molto calda spinge Claudio a non defogliare per la prima volta, lasciando anche il cordone alto per ombreggiare. Al naso riscontriamo la tipicità dell’annata con un frutto ricco, ma l’assaggio ci mostra che Claudio ha saputo saputo lavorare con sapienza, perché il sorso è dinamico con un tannino che lo equilibra alla perfezione. Si continua con il Barolo 2004 un’annata regolare e un vino incentrato su note speziate e di liquirizia, una freschezza che ha quasi dell’incredibile, incornicia un sorso ricco con un tannino preciso, per terminare su note speziate con accenni di zafferano. Uno dei migliori vini assaggiati.

La 2008 nella versione Riserva90 dì” (prima annata di questa Riserva e appena 300 bottiglie prodotte), vuole riprodurre il concetto di un “barolo fatto come una volta” con 90 giorni di macerazione seguiti da 4 anni di affinamento in botte grande e uno in bottiglia. Un esperimento per Claudio che gli ha permesso di affinare le tecniche per la Riserva 2010, una metodologia che ha dato vita ad un vino che nonostante la lunga macerazione senza raspi, risulta più rotondo del Barolo tradizionale. Le spezie divengono predominanti e la beva, molto più facile, ci allontana dallo stile aziendale rimanendo comunque molto piacevole, essendo ben sostenuto da quel tannino che rispecchia perfettamente i canoni del Barolo. Con l’annata 2017 ritroviamo il Barolo Bussia che ben conosciamo, un eleganza che non ha pari si accompagna ad un tannino vibrante  e a tanta ricchezza. Con note di frutto rosso tra le quali fanno capolino accenni balsamici. Il nostro migliore assaggio.

Si continua con assaggi da botte delle annate 2018 e 2019, che ci evidenziano un vino che nonostante la giovane età risulta essere in linea con le annate precedenti. Lo aspettiamo con trepidazione,

Lasciamo il Bussia per concentrarci su di un altro cru, il Barolo Cannubi  Docg.

Anche in questo caso il salto temporale è quasi d’obbligo, leggermente meno ampio di quello fatto in precedenza ma altrettanto interessante per capirne le potenzialità. Partiamo dall’annata 2009 austero e imponente ma non ancora perfettamente in equilibrio pur sorretto da un bel tannino, le note speziate la fanno da padrone. mostrando una bella corrispondenza naso bocca, aspettiamolo saprà sicuramente evolversi piacevolmente.

Si passa all’annata in commercio la 2017 con un frutto rosso (la fragolina) che si accaparra la scena, ben sostenuta da un sorso dinamico ed elegante per terminare su note di frutti sottobosco. A questo punto Giacomo mette in atto quello che vuole nel futuro: permettere a chi si reca a trovarlo di assaggiare direttamente dalla botte. La 2018, annata segnata dalla pioggia, ne rispecchia appieno le caratteristiche, un vino facile alla beva che certamente non sarà un campione di longevità, a differenza della 2019 che ci mostra tutta la sua energia pur rimanend0 ancora improntata sul frutto.

Altro giro altro Barolo, passiamo al  Villero  le bottiglie da assaggiare sono poche, ci eravamo abituati male, ma bastano per farci capire di che pasta è fatto.

L’annata 2010 tutta improntata su note balsamiche ci mostra un sorso ricco e vibrante che ci fa venir voglia di riempire nuovamente il bicchiere, con la 2017 le cose non cambiano anche il balsamico si è trasformato in spezia e frutto e il sorso che rimane dinamico ed elegante con una ricchezza a farne da sfondo, l’assaggio della 2018 e della 2019 direttamente dalla botte non sminuisce gli assaggi precedenti anzi, pur mostrandoci tutta la sua gioventù non ci allontana l’idea di poterli avere nel bicchiere durante un pasto.

Terminiamo questa bellissima “avventura” con l’ultimo dei cru aziendali: il  Castellero.

Partiamo dall’annata 2011, prima annata, che ci viene proposta oltre che nel classico formato anche in magnum per evidenziare che la maggior superficie di vetro ha la capacità di distendere meglio questo nettare delle Langhe. Stessa lingua per entrambe, con la frutta e le spezie in grande evidenza, è solo nell’assaggio che troviamo qualche differenza anche se non in maniera evidentissima, così quell’eleganza e freschezza che troviamo nella bottiglia tradizionale si replica nella sorella XL, dove il tannino risulta più levigato che nella “piccolina“. Una grande espressione di quel territorio chiamato Langhe.

Un Barolo che sembrava quasi esser messo in ombra dai cru più classici della cantina Fenocchio, ma che con l’annata 2017 assaggiata dalla bottiglia e 2018, 2019, 2020 direttamente dalla botte, ci dà l’impressione che a breve si conquisterà un posto sul gradino più alto insieme ai suoi fratelli più blasonati.

La ricchezza e la croccantezza del frutto sono le sue armi vincenti, seguite da una beva e da una freschezza che straordinariamente ritroviamo anche nell’annata più giovane, la 2020

 

 

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Ha fondato Vinodabere nel 2014. Laureato in Economia e Commercio specializzazione mercati finanziari, si è dedicato negli ultimi dieci anni anima e corpo al mondo del vino. Assaggiatore internazionale di caffè ha partecipato a diversi corsi di analisi sensoriale del miele, vanta diverse esperienze nell'ambito enologico quali la collaborazione con la guida "I vini d'Italia" de l'Espresso (edizioni 2017 e 2018), e la collaborazione con la guida Slow Wine (edizioni 2015 e 2016).

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