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La Cina è vicina – prima parte: Moser XV tutti i colori del Cabernet – Ambizioni da “bordolesi” top a un passo dal deserto del Gobi

Immaginate una Borgogna in cui non ci sia Chardonnay. Ma Pinot Noir e basta, perché quello è il vitigno d’eccellenza dimostrata in zona. E che a partire da quello si produca (con non minori ambizioni) tutta la attuale gamma. Spostatevi ora di un tantino: dalle Côte più celebri di Francia alla ancora non così enologicamente nota – per dirla con molta misura – regione del Ningxia, West China, un’ora e tre quarti di volo (1300 km circa) da Pechino, non lontano da un deserto, il Gobi, ma benedetta (come tantissime zone da vino) dal passaggio di un corso d’acqua importante (il Fiume Giallo) e da un clima che tende decisamente al solare (tanta luce, punte di temperatura fino a 34 gradi) ma che, proprio per l’adiacenza con l’area desertica e per la quota (sopra i mille metri) vede poi il mercurio del termometro letteralmente precipitare, a sera, di un bel tratto.

Inserite nel contesto un signore che si chiama Moser – no, non di quelli trentini che pedalano e fanno anche loro vino, ma quindicesima generazione e quinto del suo nome, Lenz, in una dinastia austriaca di viticoltori e produttori che affonda le radici nei secoli dei secoli – e piazzatelo nell’area “vitizzata” già a metà Ottocento (eh… è che della Cina sappiamo davvero pochino) da un diplomatico di nome Zhang Bishi, che avendo molto viaggiato si era molto incuriosito e poi ampiamente appassionato al fermentato d’uva e aveva battezzato la sua creatura Chateau Changyu.

Aggiungeteci un contesto di capitali a varia partecipazione internazionale (c’è anche una “manina” italiana incarnata in una piccola quota rilevata da Ilva) e 250 ettari vitati a Cabernet Sauvignon (!!) e avrete il totale.
Tradotto per ora in quattro etichette, importate in Italia da Meregalli (per capirci: la ditta che oltre a svariati hit mondiali del vino distribuisce Sassicaia): due diversamente bianche (una tendente all’oro antico, l’altra decisamente apparigliabile alla vista ai toni di un Pinot Grigio ramato) e due rossi, uno pensato per i “fruttofili”, solo acciaio, toni fragranti al naso e subito appaganti in bocca (ma non senza una doppia calibrata tensione, tra tannini gentili e ragionata acidità) e l’altro pensato, progettato (e prezzato) per lanciare la Cina nell’arengo dei “Cab” deluxe del mondo, da Bordeaux a Napa passando per Bolgheri e dintorni.
Si chiamano rispettivamente Helan Mountain White e Moser Family White (quello più ambizioso, vinificato “en blanc” ed elevato in legno) i due “quasi” bianchi.

Fa il paio con l’altro Helan Mountain il Red di più facile approccio. Mentre corre da solo (con cartellino sulla maglia atteso tra i 230 e i 250 euro contro i 18 dei due Helan) il Purple Air Comes From The Est Red – The Icon (nome che di per sé è già tutto un programma).
Lo approcci, ovviamente, da bravo degustatore doppiamente anziano (per anagrafe personale e perché “antico europeo”) con quel pizzico di scetticismo che, come le viti da cui proviene il vino, confina per un buon tratto con il deserto (in questo caso dello snobismo e della prevenzione) e poi resetti, e ammetti.

Il Purple Air che inalbera una bandiera con cui (se vogliamo davvero fare in conti con la più grande entità commerciale del mondo per distacco in pressoché tutti i campi, vino incluso, già dall’oggi e sempre più in futuro) dobbiamo imparare a familiarizzare, dice forse poco del gusto medio cinese in fatto di vino in generale e rossi in particolare (è piuttosto l’Helen a raccontarne un pezzetto) ma approccia con proprietà impeccabile (e ribadita da un rapido Coravin match alla cieca con due competitori di diverse latitudini) il gusto e le attese dei “big spender” enofili di tutto il mondo. Sapido quanto basta, vestito con abbondanza di velluti e broccati, tannico il giusto, comunica impatto (ma non cedevolezza) e fondata ambizione. Forse, invece, non così appieno la “esoticità” del suo Dna. Ma è chiaro che è programmato per piacere al mondo e comunicare che anche sul tavolo dei “Grande Uno Rosso”, per dirla con Samuel Fuller, la Cina c’è. Anche se a pilotare questa sua monoposto da Gran Premio è poi un pilota verticalmente mitteleuropeo…

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