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Gavi La Scolca, viaggio nel tempo

Ultimi nati e scintillanti “predecessori” 

a confronto nella “vetrina” di Chiara Soldati

Il metodo ormai è lampante. E, nel contesto specifico, perfettamente logico. Un passo nel presente – con vista futuro – e uno che parte dal passato, ma che con ferrea evidenza si dimostra ogni volta più che mai “contemporaneo”.

È il metodo Soldati La Scolca, che Chiara Soldati, conduttrice e “raccontatrice” abile, elegante ed efficacissima, ha scelto da un pezzo per i “mostra-dimostra” della sua azienda, gloria ormai storica del Gavi, ma anche prova concreta di quanto tradizione e innovazione diventino imbattibili quando, ben impugnate entrambe, sono intrecciate a dovere.

L’ultimo “mostra-dimostra” romano de La Scolca ha scelto come teatro la sala (e ovviamente la cucina) di Idylio, il regno rinnovato e ampliato di Francesco Apreda, più che mai in tiro dopo gli stop forzati ed elettivi (l’ultimo per consentire appunto la ristrutturazione parziale e il misurato e meditato, ma assai efficace, ampliamento dello spazio gourmet) e in bilico per l’occasione tra i nuovi hit del menu dedicato allo studio delle sapidità senza aggiunte di sale e totem ormai inamovibili del repertorio come i capellini aglio, olio, peperoncino e anguilla fumé.

Quanto al gioco dei vini, la mano di bridge calata da Chiara è iniziata con una canonica apertura in scioltezza: il Brut Metodo Classico, “entry level” delle bolle di casa, ma anche primattore – ovviamente – nei numeri, e dunque ambasciatore (appropriato, fresco, centrato, in sintesi bevibile col turbo) della casata.

Poi, il gioco – annunciato – dell’“adesso” e dell’“ancora”, imperniato sul confronto a seguire tra l’ultimo nato, il Gavi dei Gavi 2020, espressione d’annata del Cortese “nobile” nativo quello che può considerarsi il cru top della denominazione, parto all’inizio di stagione presentatosi come mediamente complicato (ormai le annate semplici sembrano non esistere quasi più) ma alla fine concluso in crescendo da una vendemmia ampiamente positiva, naso di intensità franca ed eloquente, note floreali e mediterranee palesi, tattilità e acidità benissimo bilanciate, frutto nitido e pulito, classiche venature “rocciose”,  e il fratello maggiore targato 2013. Gavi dei Gavi quest’ultimo figlio di un’annata felice in zona, potente ma equilibrata, con spessori e intensità che il vino profonde con pienezza e classe, giovane in modo esemplare a definire la parabola pressoché abituale dei Cortese che portano questa etichetta e si distinguono per longevità “in progress”.

A ribadire il concetto, e a seguire, il D’Antan 2008 e il  D’Antan Brut 2009. I pezzi forti della collezione. I “predestinati”, come usa dire ora nello sport per i futuri campioni in via di rivelazione. Le due sponde peraltro – bolle/non bolle – dello stesso fiume e la riprova della versatilità e della tenacia di un vitigno che, senza gran bisogno di “chardonneggiare”, esprime e glorifica davvero il suo territorio. E chi, ovviamente, come in questo caso, sa prima selezionarne la crema e poi assecondarne al massimo le potenzialità.

 

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