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DOM RUINART 2009 – CHAMPAGNE BREAKFAST

Uno sguardo al futuro, uno al presente.

In casa Ruinart si incasellano anzitutto tre vendemmie (la 2018, la 2019 e la 2020) che per qualità e “consecutio” sembrano ammiccare a un’altra triade del passato, quella mitica del 1988, ’89 e ’90 rimasta storica negli annali della Champagne.

Al momento è il ’19 a tirare di un pelo la volata. Ma le tre sorelline (o fratellini, fate voi) promettono tutte benissimo. E dunque non resta che attendere, per millesimati che – viste le premesse – difficilmente vedranno la luce prima del 2030 e successivi. Quanto al derby perenne tra uve bianche e nere (un derby tanto più felice quanto più alto è il livello e se finisce in pareggio) è lo Chardonnay stavolta a marcare un lieve vantaggio, pur con quantità prodotte lievemente minori della media.
Pur incamerando risultati ampiamente soddisfacenti, resta altissima però l’attenzione a quel che sta succedendo con il clima.

La vendemmia 2020 è la terza in quattro anni che da Ruinart è targata già agosto. Dunque il mutamento (leggi: surriscaldamento) è realtà sempre più accertata e progressiva (un grado in più di temperatura media in 30 anni, che sembra un’inezia, si traduce in realtà in medie estive maggiorate del triplo e picchi in relazione).

E dunque la maison dal canto suo si batte; e ha ormai da un biennio adottato le note misure di alleggerimento dei packaging (la veste bianca light per il Blanc des blancs al posto del cofanetto), che si traduce anche in minor pollution da trasporto, e di ottimizzazione di gestione vigne e impatti energetici in generale (esempio: i vini Ruinart non prendono per scelta aerei, ma viaggiano in nave verso le destinazioni più lontane).
Premesse fatte, largo ai nuovi “rilasci” in defilé.

Un BdeB, appunto, con base la vendemmia 2017 (quello in giro da noi: in Francia si sta passando già all’atteso ’18) che ha richiesto nell’assemblage un po’ più di ricorso alle riserve di casa (30% su questa edizione contro 22% della prossima ventura).

Ma tutto è finalizzato al mantenimento di una nota stilistica fondata sulla godibilità e la freschezza accortamente bilanciate, senza fughe in avanti su nessun fronte. Fiori, frutta bianca, agrumi le note preminenti. Beva soave e rassicurante.
E poi, ecco il Dom 2009. Chardonnay di gran classe, prezzo medio atteso sui 160 euro, per Fréderic Panaiotis, lo chef de cave dal sorriso più aperto che ci sia in giro (e per distacco il più innamorato di Italia e cucina italiana) questa edizione ha avuto senso e impegno particolari.

Il 2009 festeggia il mezzo secolo dall’inizio della serie (1959) dedicata a Dom Thierry Ruinart, religioso – al contrario del “collega” Pérignon – non specialista di vino, ma gran letterato, e a soli 17 anni già maitre a Saint Germain des Près, Parigi. Non tutti i millesimi, ovviamente, trattantosi di un préstige, sono stati prodotti.

E dunque coi vari salti d’annata questo è il Dom Ruinart n.26. Ha fatto 8 anni di lieviti e tanto vetro poi (è in bottiglia da marzo 2018), e dunque ben più dell’anno pre messa in commercio che rappresenta la garanzia minima che Ruinart prospetta a chi lo acquista.

Le uve provengono all’82% dalla Cote des Blancs, e per il restante 18% dal lato più fresco della Montaigne. Meno teso del predecessore (il vibrante 2007), più sorridente e aperto, è figlio di un’annata più asciutta della media in estate, ma dal ciclo vegetativo regolare.

Il risultato? Vini ampi, solari. Ma rispettati da massime estive sopportabili e non torride. E con vendemmia (da metà settembre) facile e sana, equilibri analitici felici anche sull’acidità e dunque possibilità, insieme, di completezza da subito (grazie anche alla già ricordata lunga sosta in vetro) e basso dosaggio (4 grammi) con gran rispetto del bouquet e della setosità grezza della stoffa.

Al naso fiori bianchi, zagara, poi subito frutta, polpa (generosa e ribadita al al gusto), mandorla fresca, nuance lievi di miele. In bocca, avvolgenza e gran piacere. Curiosità: Dom non uscirà con il 2008: annata ritenuta grande più per i Pinot che per lo Chardonnay, dalle acidità troppo ispide, secondo Paìnaiotis, per lo stile “gioioso” della casa.

Per la cronaca: all’assaggio del nuovo hit, Ruinart ha voluto abbinare le idee golose di uno chef itlaiano di grande capacità e prospettiva come Eugeno Boer (Bur Milano): focaccia, torta di rose al culatello, maionese al tartufo nero e caffè; veneziana, marmellata di melograno e Sechuan per uno “Champagne breakfast” davvero di gran classe.

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