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Carema e Donnas: il Nebbiolo di Montagna

Nel corso della X Edizione di Nebbiolo nel Cuore a Roma, una masterclass d’eccezione approfondisce il territorio di Carema e Donnas: autentico baluardo della viticoltura di montagna, nonché straordinario esempio di terroir, inteso come somma di territorio, comunità e uva. Qui il Nebbiolo si chiama Picoutèner e regala vini leggiadri e intensi. Indimenticabili poesie liquide.

TERRITORIO E PAESAGGIO: UNA BELLEZZA UNICA

“…sotto a pioggia, che batte strepitosa e allegra, continua il traffico proprio a questa strana, unica città: passano contadine con brente sulle spalle, con tubi di gomma attorno al collo. Dagli scantinati delle rare casette, che incontriamo inoltrandoci in questo immenso labirinto di gallerie verdi e di rustici colonnatti, ci investe, nella pioggia, profumo di vino giovane. Finchè comprendiamo il motivo della nostra gioia, e ci diciamo che da qualche minuto stiamo provando quella stessa sensazione violenta e irripetibile che ci colse quando la prima volta giungemmo a Venezia, a Nuova York, a Parigi e per la prima volta vedemmo le gondole, i grattacieli, il métro. Carema ha una struttura strana e meravigliosa, che le deriva appunto dalla sua ubicazione e dalla sua funzione, appunto come Venezia e Nuova York. Non diversamente da queste città, la sua bellezza è unica” – Mario Soldati, Vino al vino.

Seppur in due diverse regioni, Carema e Donnas sono distanti una manciata di chilometri e a ben vedere possono essere considerate un unico ambiente vinicolo, al di là dei confini amministrativi.

Inevitabile partire dalle parole di Mario Soldati, che fin dagli anni ’50 aveva scorto in Carema un archetipo di quella viticoltura ancestrale, segreta e preziosa, dove l’unione tra l’uomo e la natura è intima e profonda.

Carema e Donnas ben rappresentano la classica viticoltura eroica di montagna, impervia, con fitti terrazzamenti e pergole sostenute dai caratteristici pilun.

I pilun, “colonne di pietra inghirlandate di vigna”[1] sono i pilastri di sostegno per le pergole. Sono un elemento caratteristico del paesaggio e non solo: la loro struttura in granito accumula e rilascia il calore del sole, favorendo il microclima del vigneto.

La pietra dei pilun è per l’esattezza gneiss, ovvero una roccia metamorfica composta da granito e diorite, che nel terreno si alterna a depositi morenici delle terrazze fluvio-glaciali originatesi dal ritiro degli antichi ghiacciai del Quaternario.

Sopra i pilun, i tupiun, le topie, ovvero le particolari pergole in legno a completare quelli che Renato Ratti definì i “templi bacchici” che affollano i numerosi terrazzamenti anch’essi in pietra, che strappano faticosamente ai pendii rocciosi della montagna, superfici utili alla coltivazione dell’uva.

Gli spazi sono stretti e le pergole sono a misura d’uomo. La meccanizzazione è molto difficile se non impossibile, così il lavoro è tanto e le rese sono basse. È una viticoltura eroica che sfida i razionali dei calcoli, ma che continua con il cuore e la passione di chi conosce i segreti di queste terre.

Di veri segreti si tratta infatti, chiusi tra le pieghe del tempo e della storia – e speriamo mai dimenticati – come si legge dalle emozionanti parole riportate dalla cantina Giovanetto: “identifico ogni singolo vigneto con il nome o soprannome del suo conduttore storico: è così che si parla della vigna di barba Tunin, la vigna della Nina, di Ricu, di Nicanor, del Dondolo e così via. Ogni vigna porta in dotazione la filosofia dei suoi vecchi proprietari, palpabile percorrendo le pergole: le diverse tecniche costruttive delle strutture, la scelta dei cloni, l’utilizzo di materiali anche alternativi.

Da queste parole tutta la poesia e la storia di un sapere stratificato e l’immagine di un intreccio di persone e diverse filosofie produttive, che si riversa sulle vigne stesse.

Ancora: “Così, fino a che esisteranno, queste vigne racconteranno la storia del meticoloso Pin d’Ariun, che in angoli con molta roccia creava strutture di ferro imbullonate; o di Edi, che costruiva pergole utilizzando il legno di acacia (gasia in gergo locale) accuratamente tagliato e lavorato col pialletto a mano al posto del consueto castagno selvatico. Piccoli segreti di chi, per esempio, metteva ogni tanto una pianta di vernassa dal picul rus in mezzo al nebbiolo, o del purista del picotener, che impiantava esclusivamente questo clone.”

A metterle insieme, Carema e Donnas contano poco più di 30 ettari. Quando nacque la doc Carema nel 1967 la superficie vitata era quasi il triplo.

Ma questa è una storia di fatica e di resistenza. Che oggi sta risorgendo.

DA PAPA PAOLO III AD OLIVETTI

La storia del vino di Donnas e Carema è storia recente e al contempo antichissima.

C’è un passato lontano di uve che sono qui fin dall’epoca dei romani, mai espiantate, semmai sostituite ogni volta che una pianta o una vigna moriva.

È proprio nella montagna che il Nebbiolo ha trovato il suo primo habitat evolvendo e spostandosi nel tempo verso valle.

Di qui passa la via Francigena, antica e affascinante traccia di antropizzazione del territorio.

Nel 1539 è Sante Lancerio a menzionare il vino di Carema, insieme ad altri due del Canavese, tra i più apprezzati dal papa Paolo III. E ancora nel 1597 Andrea Bacci ne tesse le lodi nel suo libro “De naturali vinorum historia”.

Dopodichè ben poco rimane della memoria di questi vini, che forse allora erano molto diversi da come sono oggi, fino al recente passato.

Nel XX secolo la viticoltura eroica si intreccia con le vicende industriali del canavese.

L’Enel a Pont-Saint-Martin e la Olivetti ad Ivrea hanno modificato il tessuto sociale della zona, dunque il terroir. I vignaioli sono diventati operai, mantenendo le vigne part-time, per quanto possibile.

Gli orari, i turni e lo spostamento dei siti produttivi ha inciso sul modo di condurre le vigne. Alcuni hanno abbandonato, altri hanno cercato soluzioni che consentissero una maggiore produttività ed un impegno minore.

Al contempo la presenza di fabbriche e lavoro ha garantito una buona domanda e in qualche modo la diffusione. L’Olivetti ad esempio, spesso distribuiva bottiglie di questo vino come omaggio a clienti e fornitori, favorendone la conoscenza in Italia e all’estero.

Ci ricorda Luigi Ferrando: ”La Cantina Sociale di Carema e la Cantina Sociale di Piverone sono state create da Adriano Olivetti. Di tutte le cose che lui ha creato, le uniche che gli sono sopravvissute”[2].

DEGUSTAZIONE

La degustazione organizzata in occasione della X Edizione di Nebbiolo nel Cuore offre un’occasione unica di esplorare un territorio di grande fascino e soprattutto di dar voce a quei produttori che oggi resistono, eredi e custodi di tradizioni millenarie.

Il Nebbiolo è una lente di ingrandimento sul territorio: nel calice ritroviamo una straordinaria aromaticità, dovuta alle notevoli escursioni termiche, acidità spiccata e tannini levigati.

Carema Doc 2020 | Cellagrande

La cantina Cellagrande ben rappresenta il “risorgimento” del Carema. Viticoltori dal 1946, oggi grazie anche alla consulenza del celebre enologo Donato Lanati, firmano vini di grandissimo spessore ed interesse.

In degustazione un Nebbiolo 100% allevato sulle terrazze di Carema, rese dell’ordine dei 45 quintali per ettaro e vinificazione in acciaio con macerazione di almeno 20 giorni.

Rubino trasparente. profumi delicati di violetta e rose, poi ribes rosso fresco e croccante, chinotto, resina, cenni balsamici. Il sorso è teso, affilato, con tannini sottili e gentili. Tipico profilo del vino di montagna, agile e raffinato.

 Canavese Nebbiolo Doc 2016 | Giovanetto

Nebbiolo di montagna dai terrazzamenti a Settimo Vittone frazione Montestrutto a circa 350 metri di altitudine.  Un anno in botte da 500 litri.  

Granato trasparente. bouquet floreale, mirtillo, chiodi di garofano, legna arsa, cuoio, carrube. Sorso austero, con tannini fitti e serrati. Spiccata l’acidità, con finale chinato. Personalità e carattere autentici

 Vino Rosso 2018 | Piole

Piole è il teatro di una viticoltura eroica estrema e il nome di un progetto volto a recuperare vigne talvolta abbandonate a Carema. Superfici vitate minime e tiratura limitatissima, sotto le mille bottiglie, per un rosso imperdibile e da raccontare. La 2018 è la prima annata prodotta uscita come Vino da tavola.

Rubino trasparente. Rosa appassita, melagrana, frutti di bosco, scorza d’arancia, resina. Sorso suadente e levigato, sapidità modulata con accenti sapidi. Solare.

Carema Doc 2020 | SorPasso

Prima annata nel 2016 per un altro testimone del “risorgimento” della viticoltura eroica. Nebbiolo con una piccola quota di Neretti e Ner d’Ala, antichi vitigni autoctoni. Macerazione di 90 giorni circa e affinamento in legno per due anni.

Granato trasparente. Il passaggio in botte orienta verso sensazioni tostate, cuoio, pepe, moka unitamente a piccoli frutti di bosco e sottobosco. Sorso equilibrato e potente, con una bella dialettica tra acidità e tannini. Vivido e materico.

Carema Sole e Roccia Doc 2020 | Monte Maletto

Poco meno di 2 ettari, per la cantina di Gian Marco Viano. Prima annata prodotta nel 2015 e Mario Soldati in etichetta a ricordare la memoria di Carema. Nebbiolo dai due biotipi Picotendro e Pugnet, con un 5% di Nero d’Ala. Interessante la pigiatura con il 30% di uve non diraspate, cui seguono 40 giorni di macerazioni ed infine 18 mesi in barrique non nuove.

Granato piuttosto trasparente. Naso scuro con sensazioni di erbe essiccate, sottobosco. Spicca un’intrigante balsamicità, quasi mediterranea. Al sorso seguono ricordi di resina e aghi di pino, in una beva profonda e ben bilanciata, con tannini nobili e ben integrati. Terso il finale, per un vino di indubbia eleganza.

Georgos Donnas Doc  2020 | Piantagrossa

4 ettari a Donnas, tra i 400 e i 500 metri di altitudine. Qui la cantina passa di padre in figlio da tre generazioni. Georgos significa in greco “lavoratore della terra”. Affina per 24 mesi in botti Stockinger di rovere austriaco.

Rubino trasparente. Fragoline e frutti di bosco maturi, fiori appassiti un cenno di tabacco. Buon equilibrio complessivo, da cui emerge una acidità spiccata, per un sorso terso arricchito da una mineralità rocciosa e tannini finissimi.

 Donnas Napoléon 2020 | Caves de Donnas

La cantina cooperativa di Donnas nasce nel 1971. Oggi raggiunge una produzione di circa centomila bottiglie, un numero esiguo per una cooperativa, ma significativo per le dimensioni delle vigne del territorio. Il Napoléon celebra il bicentenario del passaggio in Valle d’Aosta di Napoleone, che, fermatosi a Donnas, nel maggio del 1800, ebbe occasione, come riferiscono le cronache dell’epoca, di degustare ed apprezzare il vino di Donnas. 12 mesi in tonneau.

Rubino trasparente. frutto scuro, mora di rovo, florealità e spezie orientali, pepe, mirto, rabarbaro, cuoio. Sorso pieno e compatto, teso, sostenuto dall’acidità e da tannini sottili, ben presenti in chiusura. Decisamente persistente.

Carema Riserva Doc 2019 | Produttori di Carema

Celebre e antica cantina cooperativa, nata nel 1960 con 10 conferitori e che oggi superano le 70 unità. Il vino dei Produttori di Carema è espressione corale di una comunità e di un territorio e ne rappresenta la sua essenza. Almeno 12 mesi in botte grande.

Granato piuttosto trasparente. Naso floreale e agrumato, chinotto, sottobosco e ricordi di liquirizia, infine un’idea di cipria. Sorso acidulo con frutti di bosco freschi e croccanti. Tannini levigati e incalzante spalla acido-sapida. Largo con un finale terso e dissetante.

Carema Riserva Doc 2019 | Cantina Togliana

La cantina Togliana di Achille Milanesio è un altro nuovo prezioso baluardo della viticoltura di montagna di Carema, testimone della rinascita. La produzione è limitatissima: più o meno 2.000 bottiglie e un tonneau per questa riserva, che arriva dal cru Runc. Affinamento in legno per 12 mesi.

Granato piuttosto trasparente. frutti di bosco, mirtillo poi ricca speziatura, cuoio e foglie secche. Sorso ben bilanciato con un tannino fine ed una acidità spiccata che potrà accompagnarlo in un lungo ed intrigante percorso di evoluzione.

 Carema Riserva Doc 2018 | Muraje

Due giovani produttori, Federico e Deborah, che da poco hanno iniziato a dare il loro contributo alla rinascita del Carema. Una piccola vigna ed un vino, delizioso, che racconta la montagna con fine eleganza.

Granato trasparente. Frutti rossi di bosco, melagrana, violetta e rosa, arancia amara, per un quadro agile e giovanile. Acidità spiccata e tannini vigorosi caratterizzano il sorso, per un profilo decisamente ammaliante e al contempo specchio del territorio.

[1] M. Soldati, Vino al vino

[2] tratto da Intervista Luigi Ferrando di Marzia Pinotti – https://www.viteinfermento.it/blog/2020/12/23/carema-e-il-nebbiolo-nei-ricordi-d i-luigi-ferrando

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Scritto da

Michelangelo Fani, da oltre 15 anni appassionato di vino, distillati e gastronomia. Nel 2010 scrive occasionalmente su Dissapore. Nel 2012 collabora alla guida Bibenda 2013. Negli anni successivi partecipa ai panel per le Guide “ai sapori e ai piaceri regionali” di Repubblica (Lazio, Abruzzo, Marche Umbria, Puglia, Sardegna) e collabora con l’associazione Ateneo dei Sapori. Dal 2019 scrive sulla guida ViniBuoni d’Italia, edita dal Touring Club. Degwineandspirits.com è il suo taccuino di viaggio nel mondo del vino e dei distillati. Perché in fin dei conti, “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla” (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento – Novecento, A. Baricco).

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