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Cantina di Orsogna 1964: leader del biodinamico in Italia (e non solo…)

Diciamo la verità: per il bevitore scafato una cantina sociale abruzzese non è certo argomento da far “drizzare” le papille gustative! Eppure, ci sono storie spesso sorprendenti, che meritano di essere raccontate. Una è senz’altro quella della Cantina Orsogna 1964, nel Chietino, protagonista negli ultimi anni di un progetto di rinnovamento – di immagine e di prodotti – che definire interessante è forse riduttivo. Specie se rapportato al contesto di riferimento.

Chieti è terra dove chi fa vino, storicamente, non ci è mai andato per il sottile. Da sola produce, come provincia, quanto l’intero Piemonte o Toscana! Lì sono nate – durante il boom degli anni Sessanta e Settanta – quasi tutte le cooperative sociali della regione (33 su 40, fonte sito Coldiretti). Si avete letto bene: 33 cantine sociali solo nella provincia di Chieti! Letteralmente un mare di vino che viene riversato sui mercati nazionali ed esteri, attraverso canali più o meno “ufficiali” (non nascondiamoci dietro a un dito: le cisterne di vini abruzzesi che vanno a rinforzare denominazioni ad altre latitudini ci sono sempre state e continuano ad esserci).

Ecco allora che in un contesto del genere, dove il vino si misura a migliaia di ettolitri, una realtà come la Cantina di Orsogna diventa un modello ed un esempio da seguire.

I numeri ve li espongo in breve: 1964 anno di fondazione; squadra di soci che si ampia negli anni fino all’attuale “esercito” di 450 (che diventano 800 se si contano anche quelli storici e della parte olivicola); ettari di vigneti concentrati per i tre quarti nel Chietino e per il resto tra Pescara e Teramo, per un totale di circa 1.600 ettari vitati; circa 1,3-1,4 milioni di bottiglie e svariate decine di migliaia di ettolitri di sfuso.

La prima cosa che fa di Cantina di Orsogna un unicum (non solo nel panorama regionale) è che l’80% di questo immenso patrimonio di vigna è certificato biologico o biodinamico. Parliamo quindi di uno dei più grandi player – a livello europeo – nell’ambito della produzione di organic wine! Gli ettari in biodinamica sono circa 300, il che ne fa la più grande realtà italiana di questo genere, e una delle più grandi al mondo! Numeri impressionanti, che nascono dalla decisione, circa una ventina d’anni fa, di virare verso un’agricoltura più sana e rispettosa dell’ambiente e dell’uomo; una scelta etica, ma anche lungimirante, sapendo bene che nel tempo sarebbe stata un formidabile grimaldello commerciale per entrare nel mercato internazionale.

L’altro aspetto che davvero colpisce è la maniacale attenzione al dettaglio, cosa che ti puoi aspettare magari da una delle iper-organizzate cantine sociali trentine o altoatesine, ma che è cosa assai rara invece a queste latitudini. A partire dalle etichette, e dal packaging in generale, che hanno avuto svariati riconoscimenti internazionali. Arrivando poi ad una comunicazione emozionale e un marketing moderno ed efficace, come richiesto da chi ha tanto vino da vendere e vuole ben posizionarsi sul mercato. La cura dell’aspetto esteriore insomma è evidente.

Ma a supporto di tutto ci sono le idee, tante e originali. Di un personaggio poliedrico e vulcanico come Camillo Zulli – enologo che fa della sperimentazione e della voglia di trovare nuove espressioni di vino una ragione di vita – e di tutto il management che tenta di metterle in pratica. E allora gli si possono pure perdonare qualche deriva un po’ “modaiola” o qualche etichetta “ruffianella”, pensata per accontentare mercati dai palati più ammorbiditi dei nostri. Sta di fatto che a me ‘sto progetto di Orsogna piace proprio!

Ah…dimenticavo. Ma i vini come sono? Beh, non è facile dirlo in maniera sintetica: tra una linea e l’altra ne fanno circa una settantina! Lunaria è la linea biodinamica con cui hanno “spaccato” in vari mercati esteri, Germania in primis, dove sono considerati un riferimento assoluto per la categoria. Ma anche a livello nazionale, dove possono contare su una distribuzione diretta e capillare praticamente in tutte le regioni. È declinata in una venticinquina di etichette, tra spumanti ancestrali e vini da appassimento, passando per vini fermi ottenuti sia da uve autoctone abruzzesi (ovviamente), che da “infiltrazioni” di Pinot Grigio, Primitivo e Malvasia.

Il Montepulciano Coste di Moro, in versione base e riserva, è stato (ed è) il loro vino apripista, il “re” del fatturato vincitore di svariati premi esteri. I dettagli della lavorazione (di questo vino e di tutti gli altri) li trovate sul colorato sito aziendale www.lunaria.bio . È un rosso, il base 2016 che ho provato, che fa dell’equilibrio e della piacevolezza immediata di beva il suo punto di forza. Un vino che ha un sorso spontaneo, giocato sul frutto, comprensibile come si richiede a un entry level fatto bene, ma con sfaccettature di tostatura, di cacao, di spezia, che lo fanno apparire più “importante”. Nella sua schiettezza l’ho forse preferito alla riserva 2015, provata in un’altra occasione, e dal finale un po’ troppo dolce (la dolcezza nel finale è un po’ il “marchio di fabbrica” dell’enologo, che non la insegue tanto per compiacere una bevuta più ruffiana – ok, sì, anche per quello – quanto come espressione più pura del frutto e della sua maturità).

Tra gli spumanti ancestrali ricordo con piacere la Malvasia (“[…] l’unico modo per entrare oggi in certi mercati esteri è fare prodotti sani e un po’ alternativi, non filtrati, non chiarificati, da fermentazioni spontanee: uno Charmat di Pecorino, ma chi se lo compra?”, dice con schiettezza Camillo Zulli). Sarà che viene da una variante, quella piacentina, molto aromatica, ma si offre al naso con una grande complessità, passando dalla camomilla, al timo, alla salvia ed altre erbe officinali; in bocca ha poi una bellissima sapidità, quasi salata, con un finale lievemente amaricante, quasi in controtendenza allo stile aziendale. Ne risulta un vino fresco, saporito, spensierato e molto versatile a tavola.

Parlando di complessità e profondità espressiva, le ambizioni maggiori si giocano sul vino di punta, il Montepulciano Nicàn, campione della linea più prestigiosa, quella che va sotto il nome di Orsogna Winery (www.orsognawinery.com). Un “mostro” di concentrazione ed estrazione, un po’ old-style come stile di bevuta, ma con una potenza e una materia che lo rendono infinito. Bevuti oggi, il 2008 e il 2009, sembrano dei pargoletti appena imbottigliati, con una grande eleganza e intensità gustativa, ancora in divenire. Paradossalmente sembra avere ancora bisogno di tempo per smussare certe asperità espressive. Sarei felice di riassaggiarlo tra 10 anni.

Potrei parlare poi della linea Vola Volè, unici vini biologici certificati per biodiversità in Abruzzo, in cui si effettua una selezione dei lieviti dalle api che raccolgono e conservano il nettare proveniente dalla flora locale. Oppure la linea Zero Puro (www.zeropuro.bio), quella a zero solfiti aggiunti, di cui ho assaggiato un sorprendente – per freschezza e dinamica gustativa – Montepulciano 2016 (“[…] quando non si usa solforosa aggiunta, il vino può avere una prima fase di decadimento acuto, nel primo anno; ma se ha la struttura e gli attributi giusti, si stabilizza e regge bene nel tempo anche senza solfiti, anche perché dopo 3-4 anni quelle che c’era si è ormai combinata…”, mi spiega sempre Zulli)

Chiudo però con un progetto nuovo, l’ennesimo, che ha una bella valenza sociale: la linea Babalù, manco a dirlo biologica e biodinamica, realizzata in collaborazione con la Fattoria dell’Amicizia Babalù di Sant’Eusanio del Sangro, una realtà locale che offre servizi di natura socio-assistenziale e educativa a ragazzi diversamente abili. Vini le cui etichette sono personalizzate dagli originali disegni realizzati direttamente dai ragazzi del centro, e il cui ricavato di vendita andrà in buona parte destinato proprio al sostegno della struttura assistenziale.

Insomma, ad Orsogna non si fermano mai, e vedere tutto questo messo in pratica in una cantina sociale abruzzese, da “autoctono”, un po’ mi inorgoglisce.

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Abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri, con cui ancora collabora. Quasi subito, da argomenti tecnico-scientifici (su cui continua ogni tanto a sbattere la testa) è passato al vino e turismo enogastronomico. Nel tempo libero (poco) prova a fare il piccolo editore, gestendo una società di portali di news e comunicazione con un bel seguito in Abruzzo e a Roma. Da una decina d'anni collabora con la guida Vinibuoni d'Italia del Touring Club, seguendo soprattutto la regione Abruzzo (ma va?). Da una quindicina scrive su Acquabuona, una delle più longeve testate web italiane. Organizza eventi e corsi sul vino, spesso in Abruzzo (si vabbè...lo abbiamo capito!). Ultimamente, visto che il tenore alcolico del vino non lo confortava più, è passato ai distillati, con i quali spera di trovare la meritata (secondo lui...meno secondo sua moglie!) pace.

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