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Tenuta Santa Caterina: la storia e i suoi vini con focus sul Grignolino

Un calice di vino in un’osteria mantovana e così scopro “Setecàpita” annata 2019, la Barbera d’Asti di Tenuta Santa Caterina. Si tratta di un calice rosso rubino dal profumo di mora e mirtillo. Fresco ed elegante, con un tannino morbido e suadente. Mi garba assai e così alla Slow Wine Fair e al Vinitaly mi dedico anche a scoprire gli altri vini dell’azienda per poi finire direttamente in cantina… e che cantina.

Percorro curve collinari e vigneti immersi tra natura e piccoli agglomerati urbani fino ad arrivare a Grazzano Bagoglio, un grazioso comune dai toni caldi e accoglienti nel cuore del Monferrato astigiano.

Qui si trova la sede della cantina Tenuta Santa Caterina. Il podere nacque originariamente nel Medioevo come struttura fortificata a protezione dell’attigua abbazia benedettina fondata dal marchese Aleramo nel 961. La prima svolta avvenne nel 1737 quando i fratelli Plebano trasformarono l’antico fortino in un palazzo patronale con porticati, giardini all’italiana, scuderie e una moderna azienda vinicola annessa.

Dopo una serie di passaggi andò dimenticata fino ad arrivare ad un vero stato d’abbandono. Fino alla fine degli anni Novanta, quando la proprietà venne acquistata da Guido Carlo Alleva, che torna in terra materna e avvia un meticoloso restauro conservativo filologico del borgo, dei giardini, del parco e dei vigneti.

La cantina storica sotterranea è un capolavoro scavato nel tufo e si divide in diverse sale che ospitano le botti dove riposano i vini. Tra le varie aree della stessa vi è anche un magnifico Infernot (riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale) scavato fino a 17 metri di profondità, utilizzato storicamente come dispensa fresca per vino e cibo, e oggi scrigno per circa 7.000 bottiglie della collezione privata della proprietà. All’interno della cantina riposano botti di differenti dimensioni, tra cui botti da 30 ettolitri fatte su misura in loco, botti ovali da 10 ettolitri e numerosi tonneau in rovere.  Ciò che il Signor Alleva ha applicato nel ripristino della struttura è la medesima filosofia portata in vigna. Si pratica un’agricoltura simbiotica e sostenibile, con fermentazioni principalmente a base di lieviti indigeni e valorizzazione dei vitigni autoctoni come il Grignolino, la Freisa, la Barbera e il Nebbiolo. Tra i riconoscimenti spicca il prestigioso premio Tre Bicchieri del Gambero Rosso ottenuto ripetutamente per il Grignolino Storico “Monferace “che ho potuto degustare in un’elegante verticale.

La proprietà dispone di circa 23 ettari disposti quasi totalmente nello stesso comune, produce circa 60 mila bottiglie nate sotto la supervisione dell’enologa ed agronoma Luciana Biondo.

Biodiversità è la parola d’ordine dell’azienda: nessun uso di diserbanti, solo concimi organici e sovescio, ricerca dell’equilibrio tra pianta e terreno il tutto inserito in un ambiente ricco di fauna e flora. Così Luciana Biondo: “Tutte le attività che svolgiamo sono in correlazione, finalizzate al rispetto e alla valorizzazione della fertilità biologica del suolo, approccio molto efficace anche in relazione al cambiamento climatico, perché permette all’apparato radicale di essere sempre più forte rispetto alle condizioni di stress, per esempio, idrico”.

L’esperienza mi ha portata inizialmente a camminare nel variopinto parco adiacente alla struttura (che ha anche una delicata e romantica area in cui soggiornare), addentrarmi nel vigneto adiacente, rilassarmi nel giardino all’italiana e poi poter partecipare a due degustazioni differenti. Durante la prima ho riscoperto molti dei vini aziendali mentre, nella giornata successiva, mi sono soffermata su un focus dedicato al Grignolino. Luciana Biondo, prima di iniziare gli assaggi, tra le varie informazioni riguardo ai terreni e alla lavorazione, specifica come in fase di vendemmia per i vini bianchi la lavorazione sia a grappolo intero mentre, per i rossi, venga effettuata la diraspatura.

La degustazione

Silente delle Marne 2024 e 2021

100% chardonnay (da 3 cloni)

Questo vino fa una fermentazione e l’affinamento in barrique di rovere francese. Le barrique sono in parte nuove e in parte usate e vengono effettuati periodici bâtonnage. L’annata 2024 risulta fresca e, al naso, il vino si presenta molto fruttato. L’annata 2021 risulta più calda e corposa.

Setecàpita 2021 e 2019

Questa Barbera d’Asti Superiore proviene da un singolo vigneto. L’uva fa una macerazione lunga anche di 20/25 giorni e un lungo affinamento in tonneau di rovere francese per circa 20 mesi e poi 8 mesi di bottiglia. L’annata 2024 risulta giovane e fresca con grande potenzialità nel tempo. L’annata 2019, invece, presenta un vino pronto ed espressivo; intenso, caldo, avvolgente.

SorìdiGiul 2019 e 2016

Questa Fresia d’Asti nasce da un ettaro di vigneto di sessant’anni circa. Il vino fa una leggera macerazione in acciaio e poi, per 8 mesi circa, in tonneau nuovi di rovere francese e altri 12 in botti di rovere. Nella 2019 si trova struttura e profumo, nonché freschezza e carattere. L’annata 2016 risulta austera ed elegante, con una bella parte acidità e profondità sia al naso che al palato.

Navlè 2016 e 2015

Per questo vino, Nebbiolo 100% che non viene prodotto in tutte le annate, l’azienda seleziona le migliori uve e adotta la tecnica del cappello sommerso. Il vino affina per quasi tre anni in fusti di rovere francese e di Slavonia per poi riposare ancora per tanti anni in bottiglia. In entrambe le annate il tannino è morbido e la beva risulta equilibrata e persistente. Risulta un vino molto elegante; un’espressione concreta del Nebbiolo.

GuidoCarlo 2020

Metodo Classico, 100% Chardonnay

Una bollicina che ha riposato sui propri lieviti per 36 mesi. Si tratta del risultato di oltre vent’anni quando l’avvocato Alleva aveva personalmente scelto le barbatelle: tre differenti cloni tra i 34 certificati come i migliori al mondo, con caratteristiche che si compensassero l’un l’altra e che si adattassero bene al terreno. Ne risulta una bolla fine ed elegante. Un vino complesso e verticale con un’ottima acidità che stimola la beva.

Illegale 2022

100% uve Nebbiolo, questo vino prende questo nome perché fino al 2019 non si poteva indicare in etichetta il nome Nebbiolo. Affina in fusti di rovere per circa 1 anno e poi in bottiglia per altri 6 mesi. Si tratta di un vino molto elegante ed equilibrato. Al naso si sentono la rosa e la prugna. Un vino fresco e persistente.

Il focus sul Grignolino

Il Grignolino è un prestigioso vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte, coltivato principalmente tra le colline dove troviamo Tenuta Santa Caterina. La prima testimonianza scritta risale al 1249 negli Archivi Capitolari di Casale Monferrato, dove il vitigno è citato con il nome di Barbexinius. Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, ed in particolare tra le corti dei duchi del Monferrato e dei Savoia, era considerato un vino nobile e molto amato. All’inizio del Novecento godeva dello stesso prestigio di Barolo e Barbaresco. La diffusione di malattie della vite come la peronospora e la concorrenza di vini più corposi ne hanno ridotto drasticamente la coltivazione fino quasi a farlo scomparire. Si deve proprio a Guido Alleva la “riscoperta” e valorizzazione; egli lo definisce un vino purosangue e, soprattutto anni fa, considerato anarchico. Complesso e con tannino ben presente proprio per natura.

In un edificio storico e rappresentativo come Tenuta Santa Caterina non poteva mancare un vino altrettanto simbolo.

L’azienda produce due vini differenti dall’uva grignolino.

Arlandino, nome antico del vino, che affina per 9 mesi in vasche d’acciaio. Di questa tipologia ho degustato le annate 2025, 2023 e 2020. L’annata 2025 -ottenuta dalla prima vendemmia biologica certificata- è caratterizza dalla freschezza, con un tannino presente ma non prevaricante e dalle note floreali. L’annata 2023 ha un colore più deciso e un tannino più raffinato del precedente calice. Spiccano i sentori di pepe e di fiori bianchi. Nell’annata 2020 si percepisce l’evoluzione del vino, il calore e la parte vellutata. Al naso si percepiscono la violetta e il pepe bianco.

Per me bere l’Arlandino ha rappresentato un percorso che sa di storia e territorio. Fin dall’annata più giovane e fresca si percepisce la sua struttura come un drappo di seta che svolazza nel verde del paesaggio più naturale.

Il Monferace – che ora viene valorizzato anche da un’associazione di 11 soci fondatori – deve essere prodotto con uve Grignolino 100%, raccolte nei soli vigneti iscritti ad uno specifico albo (solo uve provenienti dai migliori cru) e solo nelle annate migliori; la resa massima non deve superare i 70 quintali per ettaro ed è obbligatorio un affinamento di almeno 40 mesi, di cui minimo 24 in legno. Ogni anno una commissione di professionisti e tecnici degusta i vini alla cieca per valutarne caratteristiche e idoneità.

Nel caso del Monferace prodotto da Tenuta Santa Caterina le uve provengono in parte da uno dei vigneti più vecchi dove le piante hanno un’età media di 50 anni. Anche per questo vino l’azienda applica la tecnica del cappello sommerso (o steccatura); affina in botti di rovere per 30 mesi e, successivamente, la maturazione avviene in bottiglia per circa 30 mesi. La Tenuta ha iniziato a produrlo già nel 2012, ma con un nome differente.

Di questa referenza ho assaggiato il Monferace 2021, 2019 e 2018. L’annata più giovane risulta molto speziata, con un tannino molto marcato e la percezione di frutti di bosco. L’annata 2019, dal colore più deciso, spicca per i profumi di erba aromatica e frutta rossa matura. L’annata 2018, per me, è la migliore della verticale. Fresca, bilanciata, con un tannino super equilibrato. Spiccano molto il pepe e il ginepro. Al palato, invece, ha un’eleganza e una raffinatezza inaspettate.

 Il calice di Monferace ti catalizza come se fossi su una mongolfiera che ti porta a vivere il Monferrato dall’alto: guardi il territorio e ne rimani attratto. Quando scendi da questo volo delicato e vivi il terreno tattilmente e nei suoi sapori vinicoli, ti innamori della sua energia e unicità… come bevendo quel vino che ti ha fatto volare.

Per me, il Grignolino è un fuoco vivo che scalda palato e anima e Tenuta Santa Caterina è come una sartoria di lusso.

 

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Nata in mezzo alla vigna, cresciuta con la passione per la scrittura e la curiosità di scoprire ogni aspetto e ogni peculiarità dei vini. Veneta d'origine, trapiantata da quasi diciotto anni in Lombardia tra vino e cibo. Ho scritto per una guida gastronomica locale e per la rivista "Vini e Cucina Bresciana". Il vino non manca mai nella mia quotidianità e penso che sia arte di condivisione e passione. Sui miei canali social tratto di ogni aspetto enogastronomico che mi appassiona e che trovo affine al mio modo di percepire queste realtà.

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