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Piemonte – Marco Parusso ed il suo Nebbiolo

Il vino deve essere buono e bevibile“. Con queste parole è iniziata all’Hotel de la Ville di Roma, in via Sistina, a un passo dalla scalinata di Trinità dei Monti, la degustazione dei vini  dell’azienda piemontese Marco Parusso.

Piemontese, cantina a Monforte d’Alba, 28 ettari di vigneti di proprietà, allevati principalmente a Nebbiolo, suddivisi in 18 parcelle in diversi territori, tutti in un raggio di 10 km, l’azienda ha una produzione totale di circa 150.000 bottiglie l’anno.

Da ogni zona e sottozona nasce un vino diverso che la rappresenta, così dalle vigne di Monforte nasceranno i Barolo Mosconi, Bussia e la Barbera Ornati, da quelle di Castiglione il Barolo Mariondino, e da quelle situate ad Alba il Dolcetto, la Barbera e il Nebbiolo.

Marco Parusso

La filosofia di vinificazione qui è fortemente legata al concetto iniziale (Il vino deve essere buono e bevibile). Riscoperta e adottata, una vecchia metodologia di vinificazione, quella cioè di torchiare le uve raccolte dopo averle fatte riposare per almeno una settimana con lo scopo di alleviare lo stress subìto dal tralcio quando viene allontanato dalla pianta e per far sì che i tannini risultino meno aggressivi.

Anche in vigna il lavoro è intenso, si utilizza humus per reintegrare le necessità delle piante, un procedimento che varia in base ai terreni e ha lo scopo di uniformare la produzione delle singole vigne tenendo conto delle caratteristiche di ogni zona.

L’uso della chimica in campo è bandito – salvo in casi davvero estremi – per cui la prevenzione diventa elemento fondamentale.

In cantina, durante la vendemmia, i grandi rotomaceratori lavorano a ritmo continuo, con gli acini a contatto con i raspi – con un imponente uso di corrente oggi decisamente pesante, per i motivi ben noti, per l’azienda – per garantire quell’apporto di ossigeno che permetterà al vino di esprimersi al massimo con il passare del tempo.

Parusso punta su una macerazione a freddo insieme ai raspi; un successivo uso di barrique nuove diventa elemento necessario per assecondare la filosofia di Marco. I vini vi riposano per circa 24 mesi con le fecce, garantendo loro un’ulteriore ossigenazione ritenuta necessaria affichè i vini possano esprimere appieno il loro potenziale. Ben espresso nelle nuove annate dei suoi vini a base Nebbiolo.

Iniziamo con il Barolo Perarmando 2018, il Barolo di ingresso se così si può dire! Si presenta con note di agrume, che noteremo essere il filo conduttore di tutti i vini, a cui si accompagnano mora e mirtillo, il sorso è profondo e scorrevole allo stesso tempo con un tannino vellutato che risulterà essere caratteristica comune a tutti i rossi dell’azienda. Un finale non troppo intenso di spezie dolci conclude rassicurante il percorso sensoriale.

Secondo assaggio, il Barolo Mariondino 2018. La nota di arancia rossa continua a identificare in modo netto lo stile aziendale, poi accenni di piccoli frutti rossi e spezie scure completano il bouquet aromatico. Il sorso è ricco, profondo, ben sostenuto da un tannino vellutato che termina in un bellissimo valzer tra profumi di mora e mirtillo.

Con il Barolo Mosconi 2018 si cambia passo, le vigne situate a Monforte d’Alba trasmettono al vino la tipicità dei terreni. L’irruenza che lo contraddistingue risulta bilanciata da struttura e leggiadria con un sorso caratterizzato da un tannino sempre molto piacevole, per terminare su note di frutti di bosco.

Restando a Monforte, ecco il Barolo Bussìa 2018. Qui tra profumi di arancia e spezie, ritroviamo quell’austerità tipica di questo Barolo. I tannini, anche se addomesticati, ancora scalpitano e nel finale emerge una leggera nota alcolica. Aspettiamolo e darà grandi soddisfazioni.

Proprio per farci capire meglio l’evoluzione di questo ultimo Barolo Marco ci propone il Barolo Bussia 2015. L’annata più vecchia dimostra appieno quali sono le sue potenzialità, il tannino masticabile, ma mai astringente, vellutato, garantisce al vino un equilibrio non inatteso, vista l’annata precedentemente assaggiata. La caratteristica nota di arancia rossa iniziale rimane, anche se accompagnata da note speziate più evidenti che ne caratterizzano anche il lungo finale.

Ci si potrebbe già accontentare degli assaggi fatti, ma per incanto esce dal “cilindro” di Marco una bottiglia di Barolo Bussìa Vigna Rocche Riserva 2013. Verticale, nervoso ma elegante allo stesso tempo, con un tannino di ottima finezza, ed una freschezza eccezionale associata ad una straordinaria profondità, per terminare con spezie dolci e frutti rossi, è l’esempio provante di come l’ossigenazione del vino praticata da Parusso gli permetta poi di esprimersi con grazia e potenza anche dopo anni di affinamento.

Ma l’azienda Parusso non fa soltanto vini fermi. Da diversi anni si è cimentata nella spumantistica e naturalmente il vitigno di base non poteva che essere il Nebbiolo.

Grande curiosità dunque nell’assaggio di un metodo classico da questo vitigno.

Si inizia col Metodo Classico Extra Brut 2017, 36 mesi sui lieviti, le uve vengono vinificate in bianco, si utilizza la parte migliore del mosto, detta “mosto fiore”, fermentato con lieviti autoctoni. Si esegue il tiraggio aggiungendo i lieviti alla massa e si va in bottiglia per ottenere la presa di spuma. Grande intensità e struttura, e sorso caratterizzato da una bolla fine e una beva dinamica; il finale su note di arancia dolce riporta ai profumi che caratterizzano tutti i vini di Marco.

In campo, poi, il Metodo Classico Extra Brut 100 mesi 2012, una straordinaria evoluzione, prova evidente e convincente di cosa avviene dopo una permanenza maggiore sui lieviti. Le note trovate nel fratellino minore lasciano spazio a profumi più complessi, pur non lasciando del tutto la scena; all’assaggio spicca la struttura più imponente, ma che mantiene la freschezza del 2017 e rende il 2012 capace di supportare piatti complessi.

Ultima menzione per il Langhe Sauvignon Rovella 2010 da vigne di 30 anni situate a Castiglione e Monforte, un vino che sciorina ricchezza e freschezza sin dal primo sorso, con profumi di frutta esotica e pesca, che traboccano ampi dal bicchiere. Il finale è molto persistente e accompagnato da un leggero residuo che sposta il pensiero per analogia su grandi vini d’annata d’oltre confine.

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Ha fondato Vinodabere nel 2014. Laureato in Economia e Commercio specializzazione mercati finanziari, si è dedicato negli ultimi dieci anni anima e corpo al mondo del vino. Vanta diverse esperienze nell'ambito enologico quali la collaborazione con la guida "I vini d'Italia" de l'Espresso (edizioni 2017 e 2018), e la collaborazione con la guida Slow Wine (edizioni 2015 e 2016). Assaggiatore internazionale di caffè ha partecipato a diversi corsi di analisi sensoriale del miele. Aver collaborato nella pasticceria di famiglia per un lunghissimo periodo gli garantisce una notevole professionalità in questo ambito.

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