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KILCHOMAN BATCH STRENGTH: and the triskele is done

Simbolo sacro, celeste, associato alla creazione e alla divinità, fin dall’antichità il numero tre è considerato l’eletto, quello perfetto.

Infanzia, maturità e vecchiaia sono le tre fasi per l’essere umano.

Passato, presente e futuro lo sono per il tempo.

Alba, mezzogiorno e tramonto quelle solari.

Minerale, vegetale e animale sono i tre regni della natura.

Acqua, aria e terra, per i celtici sono le tre forze designate dall’universo.

Dall’unione di queste tre spirali di forza al cui centro si diffonde l’energia del fuoco, nasce il simbolo della rappresentazione della ciclicità cosmica del triskele (o triskell oppure triscele in italiano)

 

Il logo del triskele designa, fin dalla sua nascita avvenuta nel 2005, con tanto di moneta incastonata sotto il collo della bottiglia e la scritta Uniquely Islay a sancire l’indubbia provenienza, una distilleria dell’isola omonima che è stata, in un certo senso, la chiave di svolta nella produzione dello scotch whisky di malto negli ultimi decenni: Kilchoman.

 

La prima botte di Kilchoman fu riempita il 14 dicembre dello stesso 2005, mentre la bottiglia di single malt (un tre anni) vedrà la luce il 9 settembre 2009 (per gli amanti tassonomici dei dati), con un gioco sul numero 9 come data di lancio (tre anni x il tre di un triskell, ne dà appunto il risultato) degno di ciò che a suo tempo fece la più antica distilleria nipponica.

Ristrutturando la Rockside Farm, Anthony Wills, con un passato di imbottigliatore indipendente, crea una distilleria artigianale a conduzione familiare, la prima nell’isola di Islay dopo ben 124 anni, le ultime nate, gemelle, furono infatti Bruichladdich e Bunnahabhain nel lontano 1881.

Per chi ha qualche infarinatura sulla storia del whisky scozzese, è di tutta evidenza che Kilchoman è stato uno stimolo all’insorgere di nuove distillerie nell’isola (e in generale in tutte le isole scozzesi, come a sancire che “si può fare”), poiché quella che al tempo era l’ottava operativa di Islay, in un breve futuro diverrà una delle tredici.

 

Con la sua estensione di 160 acri, la fattoria di Rockside supporta circa il 20% del proprio fabbisogno, interamente dedicato alla creazione di un unico prodotto: 100% Islay.

Sebbene non sia molto, è tuttora un aneddoto: Kilchoman  è una delle pochissime distillerie scozzesi a coltivare l’orzo in proprio.

Uno dei molti aspetti per i quali la distilleria si caratterizza è di non prevedere imbottigliamenti con indicazione di età di maturazione. Si preferisce non farlo, sulla base che peraltro tali numeri adoperati sono un requisito minimo (quindi superabile), e corredare invece la scheda tecnica informativa di dettagli esplicativi della composizione del whisky.

Occorrerà attendere il 2012 per vedere la prima espressione del core range, vale a dire quei whisky a produzione continuata, con l’oramai celebre Machir Bay, dal nome della spiaggia antistante alla distilleria.

Sanaig, altro nome toponomastico (come molti scelti dalla distilleria per designare i suoi whisky) di una insenatura rocciosa poco distante, sarà il secondo nel 2016.

Ebbene, a distanza di ulteriori 8 anni, rompendo la tradizione di nomi dei dintorni isolani, siamo stati testimoni della presentazione di una chiusura del cerchio, giacché di sfera si tratta: il triskele è all’interno di essa.

Omaggiando nuovamente le leggi dell’universo, il giorno dell’equinozio di primavera è stato lanciato il Batch Strength a 57% (i vecchi 100 proof anglosassoni), terzo arrivato a completare il core range, la terza spirale del triskele, maturato in un mix di botti di: ex-Oloroso Sherry per circa il 10%, ex-Bourbon Barrels per la maggior parte, ovverosia il 70%, ed infine ex-recharred Wine per il restante 20%, provenienti da vino del Duero portoghese (e quindi Douro).

Con il Batch Strength ci auguriamo conclusa la trilogia, come tante cinematografiche di successo.

Come gli altri della casa è un NAD (no age declared), ma indagando abbiamo scoperto che ogni botte utilizzata ha attorno ai 6/7 anni di maturazione. Simile è anche il grado di torbatura (se si eccettua il 100% Islay che ammonta a 20) di 50 ppm (parti per milione di fenoli).

A supporto della promozione del prodotto la distilleria ha organizzato un  European Tour, come già avvenuto in passato, percorrendo il nostro continente con un pick up (non più un Land Rover ma un Toyota) per l’occasione trasformato dal blu oltremare originario in tinte verdi come l’etichetta della nuova bottiglia, che toccherà 21 paesi. L’Italia è stata la terza tappa dopo Francia e Svizzera (noi siamo stati ospiti dell’enoteca Le Sommelier di Massimo Cinti a Roma). Seguiranno Slovenia, Croazia, Ungheria, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania, Olanda, Belgio, Regno Unito, e ultima tappa, a sorpresa, i cugini dell’Irlanda.

A presentare la new entry e altre bottiglie della Kilchoman, Jacopo Grosser in rappresentanza dell’importatore italiano di Beija Flor, e provenienti dall’isola scozzese di Islay niente meno che George Wills, figlio primogenito di Anthony (James e Peter sono i nomi degli altri figli di Anthony, tutti nell’impresa di famiglia) Sales e Marketing Manager della distilleria ed Emma McHarrie Global Brand Ambassador.

Pino Perrone e George Wills

 

Prima di procedere all’esamina del whisky neonato testato in anteprima, una doverosa specifica che funge da premessa.

Il Batch Strength di Kilchoman è stato imbottigliato da pochissimi giorni e siamo curiosi di riassaggiarlo in futuro. Difatti, pur essendo fin d’ora gradevole e riconoscibile nella trama e stile tipico della distilleria, un disordinato contegno ci induce a pensare che il meglio di sé lo darà più avanti, fra alcuni mesi, il tempo necessario per consentire alle componenti di stabilizzarsi a dovere, e rendere il whisky omogeneo ed armonico. La riflessione è suffragata dalla conoscenza dei prodotti della distilleria, che stimiamo (e non poco) fin dai suoi esordi, e dal fatto d’aver più volte avuto riprova che whisky definiti in assaggio come buoni, con del tempo ulteriore trascorso in bottiglia siano diventati ottimi e in alcuni casi entusiasmanti.

La primissima percezione è quella di alcol denaturato, poi arriva l’erica bagnata dalla brezza del mare. Seguono ancora note marine, di alga più che di organico di pesce e molluschi, che ci ricordano alcuni Laphroaig. Un miele d’acacia garbatissimo, del fruttato di pera, un frutto a bacca rossa, tutto molto sottile, rarefatto, che promette (noi ci auguriamo il contrario) una sensazione di diluizione all’assaggio. A concludere il bouquet del fudge e toffee salato.

Ringraziando il ringraziabile lo troviamo più masticabile del suggerito, con una buona sapidità tipica isolana, giustamente oleoso, e ritorni di piccoli frutti, più che a bacca rossa di colore arancione, come l’alchechengi (cogliendo l’occasione di ringraziare Maria Chiara Ligis del Public House di Tivoli per averci aiutato a rintracciare il sentore), vaniglia e spezie dolci.

Lasciato una mezz’ora nel bicchiere, il suo finale è caratterizzato da tanta frutta secca oleosa, burro di arachidi su ogni cosa, con una nota vinosa che smussa l’ambiente e si prende il suo spazio, e della susina essiccata. E infine, a chiusura del sipario, lo iodio, di più, volendo esser ancora più giusti, il petricore, il sentore che la pioggia rilascia quando cade sulla terra inaridita.

Invece, nel cielo di Roma, splende magnifico il sole.

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Pino Perrone, classe 1964, è un sommelier specializzatosi nel whisky, in particolar modo lo scotch, passione che coltiva da 30 anni. Di pari passo è fortemente interessato ad altre forme d'arti più convenzionali (il whisky come il vino lo sono) quali letteratura, cinema e musica. È giudice internazionale in due concorsi che riguardano i distillati, lo Spirits Selection del Concours Mondial de Bruxelles, e l'International Sugarcane Spirits Awards che si svolge interamente in via telematica. Nel 2016 assieme a Emiko Kaji e Charles Schumann è stato giudice a Roma nella finale europea del Nikka Perfect Serve. Per dieci anni è stato uno degli organizzatori del Roma Whisky Festival, ed è autore di numerosi articoli per varie riviste del settore, docente di corsi sul whisky e relatore di centinaia di degustazioni. Ha curato editorialmente tre libri sul distillato di cereali: le versioni italiane di "Whisky" e "Iconic Whisky" di Cyrille Mald, pubblicate da L'Ippocampo, e il libro a quattordici mani intitolato "Il Whisky nel Mondo" per la Readrink.

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