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DEGUSTAZIONE DI 6 GRILLO PROPOSTI DAL CONSORZIO DI TUTELA VINI DOC SICILIA

Quando si parla di Sicilia, bisogna tenere bene a mente la grande dicotomia tra passato e presente.
In quest’ottica ci si gioca anche il futuro prossimo, legato ad un territorio che ha visto le grandi Cooperative recitare da sempre un ruolo da protagonisti assoluti, con pochi margini per le piccole realtà a conduzione familiare.
Se questo da un lato può rappresentare un limite (ed in effetti lo è), dall’altro i recenti sviluppi positivi dell’intero comparto enologico italiano hanno costretto anche le major ad un continuo processo di ristrutturazione, aggiornamento e traino per l’intero settore con grandi possibilità di sviluppo per numero di produttori, ettari vitati e rappresentatività.
È il vecchio adagio dell’unione che fa la forza.
Dicevamo dunque del passato, glorioso almeno fino all’epoca romana, nel quale i vini siciliani (come il messinese Mamertino citato da Plinio il Vecchio), arrivavano sui banchetti di Cesare.
Purtroppo nelle numerose dominazioni medioevali si persero anche i fasti di un tempo, subendo un inesorabile declino sotto la dominazione musulmana che imponeva il rigido dogma del non bere sostanze alcoliche, alla quale però dobbiamo riconoscere il pregio di aver portato sull’isola le prime barbatelle di El Zebib (il nostro Zibibbo) con un metodo di coltivazione ad alberello usato a Pantelleria, divenuto nel 2014 Patrimonio dell’Umanità.
Il feudalesimo più aspro delle campagne, la mezzadria, la nobiltà piemontese prima, borbonica poi e di nuovo piemontese con lo sbarco dei mille; un “silenzio vitivinicolo” durato secoli, fatta eccezione per Woodhouse ed il liquoroso Marsala. Un dimenticatoio generale che ha relegato il vino autoctono al ruolo di semplice “taglio” per gli utilizzatori del Nord (Italia o Francia ha poca importanza).
Solo dagli anni 80 del secolo scorso è avvenuta una vera e propria rinascita culturale, con schemi produttivi degni di dare lustro alle continue esigenze di visibilità, necessarie per competere sui fiorenti mercati della globalizzazione.


La Sicilia, chiamata anticamente Sicania e Trinacria, è  la principale isola del Mediterraneo, con una estensione di 25.460 Kmq oltre isole e arcipelaghi circostanti: le Eolie, Ustica, le Egadi e Pantelleria, le Pelagie. Prevalentemente collinare (per il 61,4% del territorio), per la restante percentuale è montuosa pianeggiante (la pianura più grande è quella di Catania); nella parte orientale si può riconoscere nell’Appennino siculo l’ideale continuazione di quello calabro, mentre quella centrale e occidentale ospita dei massicci isolati.
Per quanto riguarda le caratteristiche litologiche, in gran parte della Sicilia affiorano terreni di origine sedimentaria. Dal punto di vista pedologico la situazione è molto articolata ed anche l’aspetto climatico non è da meno, tendenzialmente mediterraneo, con estati calde ed inverni miti e piovosi, e con stagioni intermedie molto mutevoli.
Sulle coste, soprattutto quella sud-occidentale, si risente maggiormente delle correnti africane, per cui le estati possono essere torride e particolarmente siccitose.
A complicare le cose ci si è messa pure la crisi economica e sociale generata dal Covid-19, che in queste zone morde più che in altre. Le iniziative del Consorzio, a detta del presidente Antonio Rallo, sono state efficaci e tempestive. Pur restando un generale clima di sofferenza, il bilancio del 2020 appena concluso non può che spingere la Doc Sicilia a continuare lungo il percorso intrapreso finora. Sono state potenziate le attività di promozione privilegiando in primo luogo quei Paesi dove i consumi sono stabili come gli Usa, il Canada, la Germania, e dove sono previsti margini di crescita, puntando poi ad altri mercati, come quello della Cina, dove i segnali sono decisamente incoraggianti.
In questa attività di promozione e conoscenza rientra anche il vitigno di cui parleremo oggi, quel Grillo tanto apprezzato dai Rallo, con un focus su sei precise identità locali diverse sia per connotazioni stilistiche, sia per tecniche produttive.


Cominciamo dai recenti studi, che hanno dimostrato il Grillo essere frutto di un incrocio spontaneo tra le varietà Catarratto e Zibibbo. Pianta molto vigorosa, dagli acini medio-grandi e dalla buccia spessa e leggermente pruinosa, va saputa domare con sapienza per evitarne gli eccessi e svantaggio della qualità.


La prima etichetta proposta proviene dalla CVA Canicattì, una Cooperativa Agricola che vanta oltre 300 soci, tra le province di occidentali di Agrigento, Palermo e Caltanissetta.

Terreni sabbioso-limosi sulla piana agrigentina, con presenze calcaree sciolte. La fermentazione avviene in vasche di acciaio, senza svolgere la malolattica. Un vino premiato nel 2016 al Concorso Mondiale di Bruxelles con la Grande Medaglia d’oro Gold come bianco rivelazione dell’anno.

In Aquilae Bio Grillo 2020 riconosco le doti di estrema freschezza, dal carattere ancora erbaceo e floreale. Biancospino, rosmarino e gusto da bergamotto, salvia e melone bianco. Dimostra grande potenziale evolutivo, ancora estremamente verticale e dinamico.


Baglio Assuli, nata dal recupero di un antico baglio settecentesco nei pressi di Mazara del Vallo, lembo di terra ad Ovest in provincia di Trapani e roccaforte della coltivazione del Grillo, propone Astolfo 2017. La terza generazione della Famiglia Caruso, Roberto, Nicoletta e Michele, gestiscono con cura i propri 120 ettari sotto la guida esperta dell’enologo toscano Lorenzo Landi. Sembrava ci fosse qualcosa che mi ricordasse la sua interpretazione già osservata in altre etichette.
Il terreno su cui crescono le viti è di medio impasto ricco in scheletro e ciottoli. La fermentazione avviene parte in acciaio e parte in barrique, proseguendo anche nella successiva fase di affinamento.
Vino estremamente complesso ed elegante, di impronta borgognona, nonostante i 4 anni sulle spalle e l’annata particolarmente calda, qui meno che nel resto d’Italia grazie anche alle continue ventilazioni e buone escursioni termiche. Vivace, da note di cedro candito, salvia e maggiorana, unite al sorso da albicocca matura, frutto della passione e mineralità persistente da pietra focaia.
L’azienda collabora con l’Istituto Regionale della Vite e del Vino per poter attenzionare 14 “varietà reliquia siciliane” che raccontano l’antica storia del vino nell’Isola.


Passiamo adesso a Di Giovanna ed al suo Helios 2019. Oltre 65 ettari di vigneto impiantati su un terreno a forte componente calcarea nelle zone più alte a Sambuca di Sicilia (AG) e con maggior presenza di tufo di origine vulcanica mano a mano che si scende verso le colline di Contessa Entellina. Altitudini elevate, superiori ai 700 metri sul livello del mare, come nei vigneti Fiuminello e San Giacomo.
A completa conduzione familiare, viene gestita con cura dai fratelli Gunther e Klaus, che si avvalgono di metodologie innovative per esaltare i frutti della terra. Il vino riposa a contatto con le fecce fini per circa nove mesi in inox ed una piccolissima parte in legno francese. La sensazione immediata avvertita è una presenza di natura basaltica/tufacea nel prodotto, confermata dalla natura vulcanica dei pendii di Contessa Entellina. Verticale all’ennesima potenza, gioca su note agrumate di mandarino e pompelmo rosa, in equilibrio su sensazioni floreali di zagare fresche e biancospino. Non cerca la vigoria, ma la rapidità di smarcarsi con agilità ad ogni sorso. Originale ed espressivo, ottima beva.


Tenuta Bastonaca, dalla omonima contrada a Vittoria. Siamo al confine sud orientale dell’Isola, terra di Cerasuolo ha scelto come sede un antico palmento del Settecento; 15 ettari, tantissime viti ad alberello, a rinnovare un glorioso passato, verso un promettente futuro.
Mille antichi ulivi della rara varietà Carolea, con le chiome verde-argento. Si alleva Frappato e Nero d’Avola, e pure Grenache e Tannat, legando tradizione e innovazione. Le terre qui diventano rosse, di media consistenza, da sabbie sub-appenniniche, di origine pliocenica e natura calcarea. Ne consegue un vino di tendenza fruttata da mela verde ed ananas immaturo. La 2020 da queste parti non sarà ricordata per particolare lunghezza, ma sicuramente per un buon equilibrio alla ricerca di apprezzamenti internazionali. Consulenza enologica di Carlo Ferrini.
Firriato è indubbiamente uno di quei “colossi” di cui parlavamo agli inizi. I campi di proprietà spaziano dall’Isola di Favignana fino alle pendici etnee con un vigneto a piede franco di elevata età, messo a dimora prima dell’arrivo della fillossera sul Vulcano.
Firriato ha intrapreso da tempo un altro ambizioso progetto: preservare il germoplasma, il DNA di queste piante, ma soprattutto il singolo “individuo vite” al fine di garantire la continuità genetica.

Il Grillo della selezione Altavilla della Corte viene invece prodotto sulle colline argillose della Tenuta di Borgo Guarini (TP). Anche qui la gioventù e giovialità della 2020 si avverte subito, con quel corredo di erbe aromatiche intense, caprifoglio e margherite di campo, legate a spezie bianche e per Williams che si esaltano al palato. Molto lineare, forse il più tipico dei campioni degustati finora.
Chiudiamo la parentesi quotidiana parlando di un’altra prestigiosa cantina dalle vaste dimensioni: Rapitalà. Nel 1968 Hugues Bernard conte de la Gatinais sposa Gigi Guarrasi, discendente di una grande famiglia palermitana. Con lei si impegna in una appassionante e coraggiosa avventura: la ricostruzione con criteri moderni della cantina distrutta dal terremoto della Valle del Belice.
La tenuta si estende per 225 ettari nel territorio che da Camporeale declina verso Alcamo (TP), su dolci colline fra i 300 e i 600 metri La più grande attenzione del conte de la Gatinais viene dedicata alla riconversione varietale e colturale dei vigneti. Già trent’anni fa in Sicilia vennero affiancati ai vitigni autoctoni i grandi vitigni francesi. Oggi l’opera iniziata da Hugues de la Gatinais e dalla moglie Gigi viene portata avanti dal figlio Laurent e l’azienda è entrata nella galassia del Gruppo Italiano Vini; far quadrare numeri e produzione di nicchia non è stato facile e devo ammettere, perlomeno nei miei ricordi, che non mi aveva segnatamente colpito in passato.


Nel Viviri 2020 trovo invece l’impegno a migliorare sulla strada del successo. Siamo ancora qualche passo indietro, ma rispetto ad anni precedenti il salto di qualità è notevole. Anche qui le classiche ginestre, pere ed erbe aromatiche con sensazioni sulfuree finali. Buona la salinità, in calo sul finale la parte acida. Bel rapporto con il prezzo (siamo sui 6/7 euro sui principali siti ecommerce).

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Scritto da

Luca Matarazzo Sommelier AIS - Degustatore Ufficiale - ha partecipato a numerosi concorsi enologici e seminari di approfondimento. Wine Consultant collabora attualmente con testate giornalistiche e blog importanti a livello nazionale

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