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Champagne: Dom Ruinart 2010: classe, stoffa e… sughero

Vini tenuti sul tappo classico e addio bidule:

è il  nuovo corso del préstige della Maison

 

Maison Ruinart, in un giorno ventoso ma assolutamente solare di primavera: la bellezza solita e però sempre sorprendente della corte, dell’edificio, delle sciccherie d’arredo apparentemente disseminate negli ambienti d’accoglienza, in realtà coerentissima panoplia propedeutica alla finezza & avvolgenza che è lo stile della casa e dei suoi vini.

Poi, la maestà sempre un filo misteriosa – e suggestiva –  delle “cattedrali di gesso”, le crayeres, tra le più belle e imponenti in assoluto, anch’esse vivificate (oltre che dalle cataste di bottiglie e formati vari sequenziate lungo le gallerie) da un’immaginifica installazione – suono, forme visual, luci – a ricongiungere insieme l’ancestrale e il contemporaneo nella grotta a cono le cui pareti testimoniano e riassumono il segreto sepolto nel gesso che rende così speciale per i suoi vigneti e le sue uve questo terroir.

Cui Ruinart (come alla tutela dell’ambiente in generale, con i suoi involucri “sostenibili”, le scelte ecologiche su peso bottiglie e trasporto) sta riservando cure davvero speciali. Con un programma di rimboschimento ragionato e diversificazione di specie vegetali attorno e “dentro” i vigneti già avviato – e affidato alle cura di una giovane, straordinaria agronoma –ma con visione a medio e lungo termine e opera di “conversione” e convincimento presso confinanti e vicini in genere per far sistema e dilatare sempre più l’area di restauro della biodiversità più ampia possible.

Terza tappa di giornata: la degustazione. Il cui atteso clou – un debutto assoluto, questa  è un’anteprima – è di quelli seri davvero. Si chiama Dom Ruinart 2010. Viene dopo il  2009, e la scommessa – quanto discussa!, e alla fine convincente misurata nella coerenza del trend Ruinart – di saltare con l’etichetta top il 2008: scommessa  ingaggiata dal conducator della nave, Frédéric Panaiotis, lo chef de cave di origine greca dall’animo cosmopolita (è disinvoltamente poliglotta, e parla tra l’altro un delizioso italiano) e dall’abitudine collaudata (fa diving ad altissimo livello) a tuffi davvero profondi anche nel futuro. Che per Lucio Dalla, guarda un po’, era “verde e freddo, e profondo come il mare”…

Si ricomincia, dunque, con un riassunto delle puntate precedenti.

Il 2007, per primo. Dice Fred che lo Chardonnay, vendemmiato in anticipo (ultimi giorni di agosto) era stato benedetto da un mese ultimo davvero buono. Uve sane al traguardo, e giuste. Mentre più difficile sarà nei giorni e settimane successive la sorte di Pinot Nero e Meunier. La sboccatura (dosaggio 5,5 grammi) è 2019. Il debutto al naso è pepato, speziato in genere, leggermente tostato, poi schiarisce verso erbe officinali e limoncino. In bocca ha scheletro senza pesantezza, agrume vivace e salinità finale evidente. Ci siamo…

Tocca ora al 2009, quello che ha il compito di far dimenticare il fratello non nato. E, rispetto al precedente, è comunque tutta un’altra musica. La cifra qui si chiama accoglienza, quella che Ruinart (per mano e pensiero di Frédéric) vuole sempre presente nei suoi vini, tutti, e più di tutti il vessillo più prestigioso. Sboccatura 2018, annata calda ma non torrida, maturità orretta e più “liscia” anche nella tempistica. Carezza delicata ma non senza peso, e finale – di famiglia – al gusto sale, meno deciso, ma presente. A tener lunga la bocca. E chiamare l’abbinamento eventuale.

Ed eccoci al punto. Pronti a misurarci con la new entry, primi italiani (e quasi in assoluto) a degustarla. Sboccatura 2020, cento per cento Grand Cru, un filo meno di Montaigne, nell’alchimia delle particelle in assemblaggio, e più Côte des Blancs; e un piccolo grande segreto: la maturazione in bottiglie tappate con sughero al posto della usatissima “bidule”.

Spiega Panaiotis: dopo lunghe prove ed esperimenti (prima tappa delle sperimentazioni suddette 1998, e lo assaggeremo più avanti, vino sboccato nel 2008, dosato appena 5 grammi e tenuto 13 anni e mezzo sul sughero, non un plissé) vien fuori che l’invecchiamento con il tappo “vero” all’inizio dà – quasi ovviamente – più ossigeno, ma alla lunga il sughero si rivela più protettivo della bidule. Quasi a voler subito dar ragione al suo mentore, il D.R. new thing parte un attimo chiuso, reticente. Tutto tranne che – manco lontanamente – ossidativo. Poi, è un attimo, e comincia lo show. Fiori, prima del fruttato intenso successivo. Ma quello che colpisce è lo scheletro insieme presente e tattilmente soave del vino. Teso, vibrante, sì, ma solido al tempo stesso, e pronto a “fondere” in bocca con un esito di lunga scia finale. Quasi ovvio dire che ha tempo, tanto, e che il tempo lo porterà lontano. Altrettanto certo però, è che il 2010 è già vicinissimo per chiunque volesse (e potesse, facendo scorte) goderne ora.

Ultimo tocco e annuncio (la punta del fioretto di Panaiotis), tanto per ribadire la profondità e la serietà delle motivazioni di certe scelte. Si chiama Dom Ruinart Reserve, è per ora al primo esperimento – ne sentiremo/sentirete parlare presto – ed è uno Champagne di super nicchia, bottiglia sboccata nel 2016 dopo quasi 17 anni sughero e 4 di riposo orizzontale, per poi passare “en pointe”, collo in giù e lieviti sul tappo a proteggere come uno scudo il vino. Dunque, come si dice in questi casi… “stay tuned”. Restate collegati… ne varrà la pena.

 

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