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Azienda agricola Pietro Selva: un aneddoto del vino valtellinese che merita d’essere conosciuto

Riservato, anticonformista, austero: sembra quasi la descrizione del rustico Nebbiolo Valtellinese, quello di un tempo, e invece mi riferisco a una persona.

Ho conosciuto Pietro Selva sei anni fa in pieno Covid. Mi era stato consigliato di assaggiare i suoi vini e così mi sono recato in azienda, luogo letteralmente familiare com’era lecito attendersi.

È stato smisuratamente cortese e giacché non ero mai stato sopra un trattore, tutt’assieme ne ho fatta una scorpacciata, viaggiando per oltre un’ora tra le tre vigne frazionate attorno a Vendolo, inutile a dirsi in provincia di Sondrio, tra Castione Andevenno e Postalesio.

Sopra a quest’ultimo paese a 750 metri di altitudine, dal termine del Pleistocene riposano una decina di piramidi di erosione che serafiche si lasciano mirare gratuitamente. Pagherei, invece, volentieri un biglietto d’ingresso pur d’assistere a una cura maggiore della strada per giungervi e a una gestione adeguata per un’attrazione mirabile del nostro Paese.

Si diceva che la visita in azienda fu più lunga del previsto e al termine temevo un predicozzo di mia moglie, anch’essa valtellinese come Pietro, che mi accompagnava. Non fu così perché c’è qualcosa di riverente in chi determina il calendario della propria giornata e vita, dedicandosi totalmente a un’attività inerente alla natura, la vigna in questo caso, con trasparente orgoglio ed entusiasmo.

Natura richiamata anche dai nomi dei vini, come la libellula dello stranissimo rosato pétillant terminato (in quell’occasione uscì così), che saltuariamente Pietro produce e che l’etichetta a distanza di sei anni vige ancora applicata nel frigo della nostra casa qui in valle.

Poi ci aprì casa dei genitori per assaggiare i suoi vini, che trovai ben fatti, talvolta un po’ rustici e grossolani, ma è la volontà di Pietro di rappresentare il territorio, e ad ogni modo molto piacevoli senza che la beva sia sacrificata alla difesa di un principio perseguito.

Ora, è noto che spesso siamo attratti dal nostro opposto, e Pietro rispetto al sottoscritto lo è: timido, semplice, introverso e di poche parole, però è sempre sorridente sebbene tenti di mascherare la malinconia (quasi una Nostalghia tarkovskiana), infatti, l’ho più volte colto perso nel guardare l’orizzonte (quindi è anche un sognatore), in più è oltremodo generoso (qualità che amo nelle persone).

Ciò non bastasse, possiede una spiccata sensibilità verso il malto scozzese.

What else, direbbe un piacione brizzolato Comollywoodiano, recente Leone d’oro alla carriera.

Sei anni esatti dopo quel giorno gli telefono: ciao Pietro sono in Valtellina, posso venire a trovarti oggi? Sono in Abruzzo, sentiamoci la prossima settimana, e venite a pranzo, mi risponde.

Totale dedizione e amore verso la vigna (che lo accomuna ad altri vignerons conosciuti i quali si dedicano alla terra per andare avanti e non per arricchirsi), è quel che consente la produzione di appena quattromila bottiglie l’anno sia l’unica forma di sostentamento, incrociando le dita che vendemmie come la 2024 non si ripetano più (la perdita durante la raccolta fu quasi dell’80% con appena 700 bottiglie prodotte! Un salasso)

Interamente da solo prosegue a seguire le vigne lasciate dal padre che non imbottigliava, solo un ettaro e mezzo, collocate in media a 500 metri d’altitudine.

La prima vendemmia come azienda agricola Pietro Selva è del 2010, ma l’intera produzione è cestinata perché non corrisponde agli standard qualitativi che egli ha in mente. Il riscatto arriva poco dopo, complice un meraviglioso 2011 che, a mio avviso, da queste parti ha dato risultati d’eccellenza.

Tre sono i rilasci che potete trovare in maniera continuata da Pietro Selva: Costiera delle Cicale (è un docg Valtellina Superiore che negli anni 2016 e 2021 è uscito come Alpi Retiche igt), Dosso del cuculo (un doc Rosso di Valtellina), e il Selvatico (il quasi Sforzato di casa che esce come Alpi Retiche).

Il Selvatico, la cui prima annata risale al 2013, merita un approfondimento perché è una interpretazione dello Sfursat del tutto particolare. Pietro mette insieme due vini al 50% con uve provenienti dai tre vigneti: il primo è vinificato poche ore dopo la raccolta, con macerazione di due settimane; il secondo è di sole uve Chiavennasca appassite al coperto per un mese in cassetta, in un luogo con ventilazione naturale, in seguito il vino subisce un altro mese di maturazione prima dell’assemblaggio. Il corrente 2022 proviene da una singola barrique esausta dopo aver compiuto tre anni e mezzo di maturazione, con l’ottenimento di appena 300 bottiglie. Insomma è come dei single cask di whisky scozzese che a entrambi piacciono molto. Tuttavia, a novembre ci sarà un’altra uscita tratta dalle altre cinque barrique usate, dove il vino ha riposato per quattro anni, pertanto, proseguendo con il gioco del paragone con lo scotch, sarà uno small batch.

Il tutto si traduce in un vino meno muscolare e concentrato per la tipologia d’appartenenza, e dotato di una beva esemplare a dispetto dei sedici gradi che ha nella versione 2022.

Essendo perennemente in fase di sperimentazione e alla ricerca di migliorare se stesso, nulla comunque è definitivo, e a questi tre vini altrettante etichette giungono in particolari occasioni: il Rosato Libellula sopra menzionato, un Sassella, e il Passito prodotto solo nel 2013.

La vinificazione è il frutto della tradizionale composizione delle vigne, dove al Nebbiolo, si affianca un saldo del 5% di Ròssola Nera, che grazie alla sua acidità apporta freschezza, serbevolezza e una parte di rusticità; e un altro 5% di Pignola Valtellinese con acini piccoli ma buccia robusta e grappolo dalla forma che ricorda una pigna da cui il nome, per donare colore, morbidezza zuccherina e note di frutta secca.

Si tratta di piccole quantità, molto importanti, di due vitigni autoctoni che ancora vigono perché da sempre presenti nelle vigne ultra cinquantenarie, e che attraverso l’alchimia della vinificazione integrano e completano il carattere del Chiavennasca, com’è denominato in loco il Nebbiolo (momento cultura: l’etimo riguarda il dialetto locale per designare un’uva più vinosa, vale a dire ciu vinasca, quindi nulla a che vedere con la non distante città di Chiavenna, che invece ha origine dal nome romano di Clavenna, vale a dire clavis giacché punto chiave di passaggio dalla Pianura Padana alla Rezia, la macroregione che al tempo comprendeva la Valtellina, parte di Lombardia, Svizzera con il cantone dei Grigioni, Austria, Bassa Baviera e Alto Adige).

Soprattutto la Ròssola osservata da vicino in vigna in piena fase di maturazione è fantastica: grappoli più compatti e con minor dimensione, acini piccoli, rotondi, e lucidi: sembrano fulgidi pianeti velati dalla pruina, che una volta rischiarati svelano il loro autentico color rosa.

Dopo vari esperimenti dal 2017 si lavora in bio, la fermentazione avviene con lieviti indigeni, niente chimica e a parte il minimo trattamento sanitario necessario non accade null’altro, neanche la filtrazione del vino, e dal 2020 non si aggiunge neppure l’anidride solforosa.

Venendo al punto ci siamo incontrati a pranzo nella sua dimora, in un borgo isolato con straordinaria vista sulla valle sottostante, luogo destinato a chi ricerca la pace e nulla di più, allietati dal solo verso di volatili e rapaci. Per accompagnare perfettamente alcuni piatti della ricca tradizione valtellinese, come polenta e porcini appena colti, sciatt, mascherpa e formaggio Casera, abbiamo assaggiato due vini, uno in questo momento in commercio e l’altro degli esordi.

Costiera delle Cicale 2021 Alpi Retiche igt 13%

Da unica vigna di mezzo ettaro che si sviluppa in nove terrazzamenti, da 470 a 520 metri di altitudine e con pendenze del 30-35%, si producono circa 1700 bottiglie l’anno, con una resa di 40 quintali per ettaro.

Matura per tre anni in botti di legno, nel dettaglio in quattro barrique molto usate e una botte di rovere da 500 litri.

All’olfatto è intenso da piccoli frutti a bacca rossa, dove primeggia una mora di rovo molto matura, poi la ciliegia nera, poi note floreali di violetta di Parma e iris, e quelle di sottobosco in autunno con suggestioni di foglie di castagno secche e quelle terrose e fungine, e per completare un variegato bouquet che porta alla riflessione, un inizio di sensazioni di tabacco. Al palato è molto teso, verticale, con decisa freschezza e una evidente acidità volatile che accentua il piccolo frutto, i tannini sono un po’ rustici ed è di corpo discreto, e con una buona persistenza gustativa. Un vino che cerca e richiede la gastronomia grazie alla sua forza sgrassante.

 Dosso del cuculo 2011 Rosso di Valtellina 13%

Da unica vigna di poco meno di un ettaro che si sviluppa in cinque terrazzamenti, che vanno da 460 a 500 metri di altitudine.

Matura un anno barrique, da poco diventati due.

Una poesia nel bicchiere, armonico e suadente in maniera quasi inaspettata. È molto succoso, termine forse improrio poiché di frutta non c’è ormai più traccia, ma rende la percezione gustativa delle note di sottobosco, humus e fungine che dall’evidenza iniziale cedono in seguito il passo alla frutta secca, a suggestioni di tabacco dolce e di morbide spezie. Al palato si dimostra indiscutibilmente setoso e soffice, di una piacevole beva alimentata da una preziosa freschezza, che induce al riassaggio per goderne ancora. Persistenza di tutto rilievo tracciata sulla confettura di frutti di bosco, di lampone e fragolina di bosco. Un vino del territorio vraiment bien fait.

In conclusione, approfitto per aggiungere una mia considerazione personale sul termine “eroica” che troppo spesso si adopera per definire la viticoltura in Valtellina e in altre zone di montagna.

È l’ennesimo uso improprio di un termine nel linguaggio comune, come avviene per resiliente e iconico.

Non è eroismo, non c’è alcun sacrificio per il prossimo per seguire un ideale, ma è qualcosa di più profondo, estremamente faticoso, impervio, e legato alla tradizione.

In più, rispetto al passato, oggi è il frutto di una scelta quella di voler proseguire una viticoltura estrema, fatta con braccia, gambe e, si spera, un po’ di testa! Senza trattori o altri mezzi a motore, un passo dopo l’altro camminando controvento (il corsivo è di Jonatan Fendoni di Orto Tellinum che ringrazio). Mentre gli eroi sono comunemente nelle mani del caso.

E poi il mondo non ha bisogno di guerre ed eroismo, We don’t need another hero cantava Tina Turner, ma di rispetto e serenità.

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Pino Perrone, classe 1964, è un sommelier specializzatosi nel whisky, in particolar modo lo scotch, passione che coltiva da 30 anni. Di pari passo è fortemente interessato ad altre forme d'arti più convenzionali (il whisky come il vino lo sono) quali letteratura, cinema e musica. È giudice internazionale in due concorsi che riguardano i distillati, lo Spirits Selection del Concours Mondial de Bruxelles, e l'International Sugarcane Spirits Awards che si svolge interamente in via telematica. Nel 2016 assieme a Emiko Kaji e Charles Schumann è stato giudice a Roma nella finale europea del Nikka Perfect Serve. Per dieci anni è stato uno degli organizzatori del Roma Whisky Festival, ed è autore di numerosi articoli per varie riviste del settore, docente di corsi sul whisky e relatore di centinaia di degustazioni. Ha curato editorialmente tre libri sul distillato di cereali: le versioni italiane di "Whisky" e "Iconic Whisky" di Cyrille Mald, pubblicate da L'Ippocampo, e il libro a quattordici mani intitolato "Il Whisky nel Mondo" per la Readrink.

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