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I VINI DI ETTORE SAMMARCO: UN’ESPERIENZA LUNGA QUANTO UN SOGNO

Scusate il ritardo”. È il titolo di un film di Massimo Troisi, seguito del successo di Ricomincio da Tre.
L’insolito collegamento semantico nasce dall’esigenza dei sottoscritti di scusarsi con voi lettori per aver atteso tanto nel trarre le conclusioni di un viaggio meraviglioso. Il riassunto delle puntate precedenti, sul nostro viaggio enologico in Costiera Amalfitana, lo potrete trovare ai seguenti Link1  Link2  Link3

Nulla è perduto, avendo tenuto in serbo il colpo d’artificio finale, con l’azienda Ettore Sammarco di Ravello (SA), che ci ha accolti come vecchi amici di famiglia.
Una degustazione, recita testualmente il titolo, lunga quanto un sogno, partita in sordina e divampata celermente in un crescendo di emozioni sensoriali.
Ettore è un “giovane ragazzo promettente“, che ha spento da poco tempo le 80 candeline. Non molla di una virgola, anzi; ne sa qualcosa il figlio Bartolo con il quale trascorre intere giornate (e pure qualche nottata) nel proseguire la storica attività iniziata nel lontano 1962.
Per Ettore “l’uva è una tavolozza di colori che il viticoltore coltiva secondo la sua maestria“. Niente di più vero, soprattutto nell’elaborazione dei vini bianchi e rosati dai profumi così sinceri e fragranti, tipici dell’areale.
Nonostante il periodo critico, i progressi tecnologici e gli investimenti non si fermano mai, consentendo loro di preparare nuovi progetti da affiancare ai mostri sacri come il Selva delle Monache.
La cantina ha ancora un senso di ancestralità, dai locali scavati a ridosso della roccia calcarea, ricavati accanto la strada che sale verso la splendida Ravello, Patrimonio mondiale dell’Unesco per i suoi scenari mozzafiato e le ville sontuose restaurate all’antico splendore. Una su tutte: Villa Rufolo.

Gli arditi terrazzamenti, spesso a picco sul mare, quasi sempre irraggiungibili se non lungo ripidi e tortuosi scalini larghi non più di cinque metri, presentano un profilo irregolare, ospitando in media quattro filari di viti disposti a pergola fatta di pali di castagno.
Ogni ripiano è stato letteralmente rubato alle pietre, mediante la costruzione di muri a secco realizzati senza malta, sulla scorta delle antiche tradizioni agronomiche romane.
La natura argillosa-vulcanica dei terreni e la loro conseguente erosione hanno favorito lo scavo di solchi profondi ad opera di torrenti che scorrono fra strette gole o lungo selvagge pendici, stremati e impoveriti dopo aver aggirato massi granitici.
Dai Sammarco è passata la storia della viticoltura locale, avendo fatto da scuola capofila per molti produttori emergenti nei decenni successivi.
La nostra avventura inizia con un esperimento effervescente ancora in fase di ultimazione, il “Petit Blanc” da Biancolella in Purezza in sosta ben 36 mesi sur lie. C’è solo da capire bene il dosaggio finale, data la grande acidità dell’uva, che a nostro modesto giudizio non si confà perfettamente a lasciarlo pas dosè.
Il primo dei bianchi fermi, Terre Saracene 2019 Costa d’Amalfi Bianco DOC, prevede invece l’utilizzo di due vitigni autoctoni come Bianca Tenera e Pepella, che conferiscono al vino sentori opulenti di burro e frutta tropicale matura. Un entry level diverso dal panorama enologico locale.

Proseguiamo con un’altra recente etichetta già in commercio da qualche vendemmia, il Brusara 2019 Costa d’Amalfi Ravello DOC, blend variabile di Biancolella e Biancazita (quasi in purezza) da un vigneto prospiciente il Monte Brusara dove la resa per ettari sfiora appena i 20 quintali. Vino suadente, dalla sferzante mineralità che taglia, molto delicato negli aromi primari di zagare fresche e sfusato amalfitano.
Il Selva delle Monache 2019 Costa d’Amalfi Ravello Bianco DOC da vecchie vigne comprese tra 20 e 50 anni è forse un giusto compromesso tra i primi due, con quel tocco di erbe officinali (salvia e rosmarino) che amplificano all’ennesima potenza i toni ben conosciuti di cedro e biancospino.

Piano piano siamo giunti ad uno dei capolavori aziendale, quel Cru “Vigna Grotta Piana” Costa d’Amalfi Ravello DOC che tanti premi riscuote ogni stagione. Ginestrella, Falanghina e Biancolella in parti praticamente uguali, criomacerazione pre-fermentativa e affinamento in acciaio e barrique di rovere francese, con sosta sulle fecce fini.
Bartolo si illumina come un flipper alla nostra richiesta di una piccola verticale fatta su due piedi (in senso letterale, dato che non eravamo seduti). E così sia:
2019 – “Cha-blis..Che-bel”. Sensazioni sublimi di mela golden, arance tarocche, spezie bianche e sorso lunghissimo, naturalmente burroso e mielato.
2018 – vintage difficile a Ravello, con note più arcigne, di acqua di zafferano e fumé. Fragile.
2017 – la perfezione, tante scorzette agrumate, sapidità e tostature vivaci
2016 – color oro antico, naso da petali essiccati di rosa gialla, cedro maturo. Bocca da pesca macerata, albicocca disidratata e salgemma. C’è ancora grande tensione.
Abbiamo finito? Giammai. Mancano i rossi all’appello, con altre sorprese.

Partiamo, ancora una volta, da una novità assoluta, la prima edizione di Tramonti Nature Rosso 2019, da una singola vigna a Tramonti, in frazione Pietra. Tintore, Piedirosso e un piccolo saldo di Aglianico. Zero solfiti e lieviti aggiunti, matura “spontaneamente” in legni di varie dimensioni senza controllo delle temperature, rivelandosi al gusto denso e sanguigno, masticabile di reminiscenze carboniche. Bartolo scommette sul suo successo, per la grande agilità e bevibilità che non disdegna qualche grado in meno nelle temperature di servizio. Davvero interessante.

Altro giro, altra corsa, altro capolavoro: il Selva delle Monache Costa d’Amalfi Ravello Rosso Riserva DOC, prima annata 1998, anch’esso in verticale. pluripremiata eccezione della regola, in una zona a vocazione decisamente bianchista.
2016 – chapeau. 80% Aglianico ed il resto Piedirosso. Frutta rossa croccante, di ribes ed amarene in cui il Piedirosso non agisce da semplice gregario.
2015 – olfatto meglio della precedente, una bomba vibrante al gusto, complice una possenza calorica che dona lunghezza e rotondità. Ancora rosso il frutto, sempre nitido.
2010 – viriamo verso mirtilli maturi e pepe nero. Scuro, intenso, dall’ampia capacità balsamica al sapor di eucalipto e menta. Soffre solo in persistenza con chiusure da polvere di caffè, cuoio, emazie.
2008 – sempre più scuro su prugne marmellatose, pesca melba, cioccolato e spezie scure. Ha bisogno di ossigeno per rivelarsi nel suo splendore: la ballata del vecchio marinaio (The rime of the Ancient Mariner) di Samuel Coleridge. Memorabile.

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