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Marche – Dal mare alla montagna: il Pecorino secondo Velenosi

Nata con Montepulciano e con il Sangiovese, la cantina di Ascoli Piceno ha trovato nel Pecorino la propria veste bianca. Angela e Marianna Velenosi raccontano il percorso.

«Ho sempre prodotto i vini per il mercato.» Angela Velenosi lo dice così, senza giri di parole, a un tavolo di giornalisti a Roma. A volte ai produttori si chiede se facciano i vini come piacciono a loro o come li vuole il mercato, e lei risponde senza imbarazzo: «ho sempre interpretato ciò che le mie colline potevano dare, non mi potevo permettere di fare un vino che piacesse solo ed esclusivamente a me».

Parla da un territorio «non famoso», come lo definisce, lontano da quelli nobili già consacrati da stampa, mercato e clienti. Per questo è sempre stata vicina a chi compra. Con il suo modo diretto e colorito si definisce una che ha consumato le suole sui marciapiedi, e la prima domanda ai ristoratori è sempre la stessa: com’è, si vende?

Davanti a una batteria di soli Pecorino confessa di trovare la cosa «strana»: ha 43 anni di Velenosi alle spalle, fino al 2019 il 70 per cento della produzione era rosso, e nell’ultima vendemmia si è ritrovata con metà delle uve raccolte in bianco. Un segno dei tempi anche questo.

La figlia Marianna ricostruisce il passaggio: la cantina «è nata rossista 40 anni fa», con il tempo ha cambiato pelle e stile restando fedele ai principi da cui era partita, e nel Pecorino ha trovato un grande bianco che le somiglia. Non fu amore a prima vista. Il cognome era già impegnativo per chi fa vino, in cantina c’era già la Passerina, e di nomi inusuali ne bastavano. «Eppure più piantavamo il Pecorino, più ne scoprivamo caratteristiche e sfumature uniche, di cui poi ci siamo innamorati».

Per raccontarlo hanno scelto tre zone della provincia di Ascoli Piceno, a una ventina di chilometri l’una dall’altra, e tre calici che non si assomigliano. Si parte dal mare con il Villa Angela 2025, Offida DOCG, l’unica DOCG dedicata al Pecorino. Oggi questa versione d’annata arriva a 180.000 bottiglie ed è il primo bianco dell’azienda (e uno dei Pecorino più venduti tra Marche e Abruzzo). Le vigne stanno tra i 200 e i 300 metri di quota, a circa cinque chilometri dalla costa, su un terreno di medio impasto tendente al sabbioso.

È il Pecorino che il mercato compra. Prevale il lato vegetale, con una componente tiolica molto spinta che richiama le diffuse versioni «sauvignoneggianti», con sensazioni di erba tagliata e pompelmo. La cantina la attribuisce a una vinificazione in riduzione, condotta al riparo dall’ossigeno. Il sorso è sapido, fresco, teso, con una buona lunghezza che però vira verso un finale vegetale un po’ esagerato. Un vino tecnico, e sicuramente ben fatto, pensato per soddisfare (e bene, a giudicare dai numeri di vendita) alcune richieste del mercato.

Poi si entra nell’interno, a ridosso di Ascoli, nella vigna del Rêve: una singola vigna impiantata ai primi anni Novanta, la più antica di Pecorino della cantina, a circa 200 metri di altitudine e con i filari esposti a nord. Qui, racconta Marianna, il terreno è fatto di calanchi, più argilloso, con un po’ di tufo.

Il Rêve ha una storia che riassume quella della denominazione. Negli anni Novanta era uno Chardonnay in purezza, in barrique, che la cantina esportava anche in Canada. Nel 2009 Angela lo abbandona e lo trasforma in un Pecorino al cento per cento: una scelta coraggiosa, osserva Marianna, perché lasciare un vino che funzionava significava rinunciare a fatturato. Il nome dice il programma: era il sogno di dimostrare che anche da uve Pecorino si poteva fare un grande bianco, in una regione dove il Verdicchio faceva da padrone e in pochi credevano ancora in questo vitigno. Nello stesso 2009 nasce la DOC, nel 2011 la DOCG, e il Rêve le attraversa entrambe. Oggi metà del mosto passa in barrique nuove, dove termina la fermentazione, e l’altra metà finisce in acciaio; le due masse si riuniscono per l’imbottigliamento, a circa 24 mesi dalla vendemmia. Due anime, quindi: la freschezza e l’acidità da una parte, dall’altra il legno, scelto per dare complessità.

A Roma lo hanno servito in due annate quasi opposte, la 2024 in uscita e la 2014. La più vecchia viene dalle bottiglie storiche che Marianna custodisce con gelosia dichiarata: anche la mamma deve chiederle il permesso per prenderle. È l’annata che si è guadagnata i Tre Bicchieri, ed è l’unica volta in cui un bianco della cantina li ha avuti. Della 2024 colpisce il naso tropicale, di frutti gialli maturi, e il sorso è pieno, ampio, complesso. Vino di grande impatto gustativo. Se la qualità è indubbia, la tipicità è più difficile da leggere: a farsi sentire per primi sono il legno e l’opulenza del frutto. Nella 2014 il filo comune è l’acidità, la firma del vitigno, che a dodici anni dalla vendemmia è ancora viva. Il vino mostra comunque la sua evoluzione: un po’ sfibrato e con un finale dolce. Per un bianco con più di dieci anni di bottiglia resta comunque una bella storia.

L’ultima tappa sale di quota. Il Montagna, presentato in anteprima l’anno scorso, è arrivato alla seconda annata, la 2025. Le vigne sono tra Acquasanta Terme e Arquata del Tronto, tra i 560 e i 700 metri. Il suolo è ricco di sassi e roccia, a poca distanza dalle cave di travertino, e dai Balcani arrivano venti freddi. Un vino pienamente d’altura, insomma. Fermenta in acciaio a 14-15 gradi, resta sei mesi in bottiglia ed esce come Falerio DOC.

La scelta è quella di tornare dove il clone originario di Pecorino fu riscoperto, per ottenerne un’espressione pura, senza l’influenza che vivaisti ed enologi hanno portato nel mondo del vitigno. Il costo è la resa: non si va oltre i 35-40 quintali per ettaro. La tiratura resta di circa 7.000 bottiglie, e serve anche, aggiunge Marianna, a puntare un faro su una zona che il terremoto del 2016 ha reso fragile e che sopravvive grazie all’agricoltura.

Il Montagna è un bianco controcorrente. Fa 15 gradi (e più), in anni in cui si parla di bassa gradazione, di vini senza alcol e di giovani che bevono meno. Angela temeva di faticare a venderlo e invece, spiega, è finito in tre mesi. Dei tre, è sicuramente il più identitario, quello che a primo impatto riconosci subito, con una complessità aromatica e di bocca che tira fuori anche le erbe officinali e di montagna tipiche del vitigno.

Sul prezzo madre e figlia hanno discusso: Marianna lo avrebbe voluto sopra il Rêve, Angela lo ha messo sotto. Ha vinto lei, in quella che la figlia chiama «monarchia illuminata»: quella di chi conosce bene il mercato e lo ha sempre saputo interpretare.

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